Perché leader carismatico e uomo forte non sono la stessa cosa

di Enrico Ellero

Premessa: la figura dell’uomo forte, benché ricorrente in termini astratti nella storia umana, presenta delle peculiarità riconducibili soltanto al sostrato politico, sociale e culturale dal quale essa concretamente emerge ed è perciò impossibile attribuirne la paternità ad un’unica causa universalmente valida.

In altre parole, le narrazioni che dipingono l’ascesa dell’uomo forte come l’esito scontato di una degenerazione delle istituzioni politiche o di un momentaneo oblio della coscienza civile non sono sufficienti a spiegare un fenomeno tanto complesso e variegato, che può avere origini diverse a seconda dell’epoca storica e del modello di società in cui si afferma. Inoltre l’etichetta di “uomo forte” viene spesso assegnata indistintamente a numerose personalità delle scena politica globale, quasi a voler mettere sullo stesso piano un despota assoluto che fa sistematico ricorso al terrore e un leader politico che, per quanto duro nei modi o accentratore nelle decisioni, è comunque pienamente soggetto ad un sistema di checks and balances. Occorre dunque fare dei distinguo ed evitare di incorrere in paragoni azzardati con i leader del passato (Leo Strauss avrebbe parlato di reductio ad Hitlerum) e del presente. Fine della premessa.

Se negli anni Novanta, con il crollo del blocco sovietico e la progressiva disintegrazione della Jugoslavia, era legittimo pensare che in Europa la democrazia liberale fosse ormai un percorso naturale e irreversibile, che la “fine della storia” di Fukuyama fosse già arrivata, oggi la situazione appare ben diversa, sia all’interno che a ridosso dei confini europei. Uomini forti e leader carismatici dominano nuovamente il dibattito politico e sembrano avere più energia, più fascino e più forza comunicativa dei loro avversari diretti. Come già detto, il sonno (collettivo) della ragione che genera mostri non è la chiave per capire questo trend, perché riduce il tutto ad una demonizzazione del “popolo bue”, facile preda di seduttori senza scrupoli.
Le cause sono più profonde e non derivano soltanto da fattori interni (cause endogene), ma anche dal mutamento degli scenari politici ed economici a livello globale (cause esogene). Partiamo dall’Italia: negli ultimi dieci anni abbiamo assistito all’ascesa di tre leader carismatici,
Beppe Grillo, Matteo Renzi e Matteo Salvini,
che in momenti diversi hanno saputo creare consenso intorno alla loro figura e monopolizzare l’attenzione dell’opinione pubblica. Si tratta naturalmente di tre storie politiche molto distanti l’una dall’altra, ma è possibile trovare un filo conduttore che spieghi, in parte, il successo di tutti.

Questo filo conduttore è la capacità di intercettare un malcontento diffuso verso la classe politica precedente: Grillo si è impadronito della retorica della casta e ha fatto della lotta contro i partiti il proprio cavallo di battaglia, Renzi ha puntato sulla “rottamazione” di una classe dirigente giudicata ideologicamente e anagraficamente vecchia, Salvini ha contrapposto una nuova politica identitaria e nazionalpopolare al modello centrista ed europeista dei governi a guida PD. Si faccia attenzione, ho parlato di leader carismatico, non di uomo forte: il leader carismatico è soprattutto un grande comunicatore, che sa trasmettere messaggi dal contenuto forte con un linguaggio semplice ed accessibile ai più, che sa colmare il solco che molto spesso si crea tra rappresentanti e rappresentati, che sa coinvolgere le masse e riaccendere il loro entusiasmo politico. Si contrappone perciò ad una classe politica autoreferenziale, elitista e culturalmente appiattita, o per lo meno percepita come tale.

Il leader carismatico può certamente diventare nel tempo un uomo forte, accentrando su di sé poteri e prerogative che in precedenza appartenevano ad altri organi e ricorrendo alla forza contro le opposizioni, ma ciò accade raramente in paesi con solide e longeve istituzioni democratiche e tensioni sociali contenibili.

È più facile invece in situazioni di grave instabilità politica e sociale, come ci ricorda l’esempio recente della Turchia: in un paese fortemente diviso tra islamisti conservatori e kemalisti laici, da decenni in guerra contro il separatismo curdo e martoriato da una serie di attentati terroristici di matrice jihadista, il leader carismatico Erdogan si è progressivamente tramutato in un uomo forte. Dopo il fallito golpe del 15 luglio 2016, ha attuato una sistematica campagna di repressione delle opposizioni, incarcerando o epurando migliaia di presunti appartenenti alla rete di Fethullah Gulen e prorogando per due anni lo stato d’emergenza. Facendo sapientemente leva sulla retorica patriottica, sul richiamo all’identità islamica e sulla lotta ai nemici interni (Gulen, il Pkk) ed esterni (i curdi siriani, Assad, Israele, l’Occidente), Erdogan è diventato il dominus della politica turca, carismatico ed autoritario allo stesso tempo. Si tratta, tuttavia, di un caso limite, che non è paragonabile alla situazione politica italiana o di altri paesi europei in cui stanno emergendo dei leader carismatici.


D’altro canto un uomo forte può non essere necessariamente un leader carismatico: è il caso tipico delle dittature militari, in cui una figura di spicco ai vertici delle forze armate conquista il potere e impone la propria autorità eliminando i dissidenti e mettendo a tacere le voci critiche. Si tratta di forza bruta, di pura repressione, non c’è un reale tentativo di coinvolgere e trascinare le masse, di proporre una visione incentrata sul ruolo del popolo. Esempi contemporanei di questo tipo di regime sono l’Egitto del generale Al Sisi o, potenzialmente, una Libia controllata dall’uomo forte della Cirenaica, il generale Haftar. Questo modello di autoritarismo chiaramente ha meno possibilità di affermarsi all’interno di società democratiche, con una forte presenza dei corpi intermedi e con un’influenza relativa dei militari nelle strutture di potere.

A quali leader carismatici e a quali uomini forti guarda dunque una parte dell’opinione pubblica europea? Tra i primi spiccano Matteo Salvini, assoluto protagonista della politica italiana e punta di diamante dell’ ”internazionale sovranista”, e il premier ungherese Viktor Orbán, un punto di riferimento per la destra identitaria, conservatrice e antiglobalista.
Tra i secondi troviamo invece Vladimir Putin, che più di ogni altro uomo forte ha saputo promuovere la propria immagine in Europa. Il Presidente russo, al potere ormai dal 1999, si presenta come il difensore della Cristianità contro il terrorismo islamico (un’idea che si è rafforzata soprattutto dopo l’intervento russo in Siria a sostegno di Bashar Al Assad) e come il custode dei valori tradizionali e patriottici contro l’Occidente secolarizzato e multiculturale.
Sarebbe profondamente sbagliato accomunare Salvini, Orbán e Putin, ma le cause esogene che ne hanno accresciuto la popolarità sono le stesse: in primo luogo la Grande Recessione, che ha messo nuovamente in discussione il sistema finanziario internazionale e le grandi istituzioni che lo rappresentano, dal Fondo Monetario Internazionale alle principali banche d’investimento, e che ha reso impopolari le ricette anticrisi propugnate dall’establishment politico precedente. In secondo luogo le ondate migratorie dal Vicino Oriente e dall’Africa subsahariana, che hanno aumentato le tensioni sociali e diffuso l’idea dell’invasione silenziosa del continente, unitamente alla lunga serie di attentati terroristici che dal gennaio 2015 hanno colpito diversi paesi europei. Infine, il ruolo sempre più centrale di Internet e dei social media: leader carismatici come Salvini, ma ancor prima Trump negli Stati Uniti, hanno saputo sfruttare le potenzialità di questi mezzi meglio dei loro avversari diretti, diffondendo messaggi semplici nella forma, ma forti nel contenuto, che hanno avuto una risonanza e un’eco mediatica senza precedenti.

In conclusione i leader carismatici e gli uomini forti nell’Europa di oggi sono fondamentalmente dei tradizionalisti, fieri avversari della globalizzazione e delle conseguenze socio-culturali che essa comporta e baluardi dell’identità etno-religiosa dei rispettivi popoli. Non cercano di imporre un nuovo ordine sociale, quanto piuttosto di recuperare un sistema valoriale tradizionale.

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