L’inutilità dei Gay Pride

Di Manuel Berardinucci

Jakub Baryta è il nome del coraggioso ragazzino polacco il quale è passato alle cronache per essere andato incontro al Gay Pride che si stava tenendo nella sua città, Plock, pregando e tenendo in mano una crocifisso. Un segno di speranza relativamente al fatto che nella mia generazione e in quella ancora più giovane, non abbiano messo radici ideologie sovvertitrici della natura umana. Vorrei riflettere un momento sull’inutilità di queste carnevalesche sfilate con scopi più o meno chiari, in particolare in Occidente e nella fattispecie in Italia. Se l’obiettivo fosse quello di lottare contro la discriminazione per le persone omosessuali in quanto tali, sarebbe utile far notare loro che, in effetti, se vivessimo in uno Stato che vessa e opprime le persone non eterosessuali, non otterrebbero alcun permesso per l’organizzazione di queste manifestazioni! Dal momento che l’autorizzazione viene sempre concessa, tollerando spesso più del tollerabile, esattamente quale discriminazione si starebbe combattendo? A me non risulta che in Italia agli omosessuali siano riservati trattamenti diversi da quelli di ogni altro cittadino. Fino al 2016, prima dell’approvazione della Legge Cirinnà, mi si sarebbe potuto obiettare che la discriminazione è in essere nel momento in cui non si riconosce, alle coppie gay, regolamentazione giuridica. Tralasciando, per un momento, il fatto che quest’argomentazione decade, come scritto, nel 2016, sarebbe in ogni caso falsa e tendenziosa: prima dell’approvazione ed entrata in vigore del testo proposto da Monica Cirinnà, rispetto al quale il sottoscritto esprime il più totale disappunto, gli omosessuali non erano discriminati. Infatti, in ogni Stato serio ed in ogni Civiltà che si rispetti, ad ogni scelta corrisponde una conseguenza e dunque la differenziazione non è nella natura umana ma nelle decisioni che si prendono. Esempio pratico per chi avesse ancora dei dubbi: se il sottoscritto, eterosessuale, italiano e maschio, decidesse di andare a convivere con una ragazza, all’infuori del matrimonio, non pretenderebbe di vedersi riconosciuti gli stessi diritti di chi è sposato e non griderebbe alla discriminazione. Allo stesso modo, non può pretendere chi non va a costituire Famiglia (come le coppie omosessuali) lo stesso trattamento di chi invece lo fa.

Tornando al tema centrale, dopo questa necessaria digressione, la tesi che si potrebbe avanzare è: le Unioni Civili non sono sufficienti. La naturale conseguente richiesta sarebbe dunque quella di matrimonio e di adozione. E quì torna la mia domanda: è utile il Gay Pride? Quanto, una sfilata in cui nel migliore dei casi potresti ammirare Vladimir Luxuria che bacia Asia Argento e nel peggiore gente con costumi discutibili o priva di abiti, conferisce al mondo omosessuale quella sobrietà necessaria per dar vita ad una Famiglia? La mia idea, che potrebbe apparire addirittura un consiglio, è che i Gay Pride siano funzionali a chi, come me, crede che la Famiglia sia solo una e cioè quella che può scaturire anche senza adozioni e provette. Effettivamente, chi avrebbe il coraggio di affidare degli infanti a certi personaggi che si mettono in mostra nel corso di queste manifestazioni? Il pericolo che si corre è quello di ridicolizzare l’intero mondo omosessuale che è invece composto anche da uomini e donne seri e saggi, che non lottano per sterili capricci a dispetto di Dio, della Natura e della Storia.  

Possiamo dunque concludere che gli obiettivi reali per l’organizzazioni di Gay Pride si riducono ad essere solo due: destrutturare la Famiglia o ostentare il proprio indirizzo sessuale con scopi esclusivamente di stampo provocatorio e di cattivo costume.

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