Populisti e sovranisti italiani

di Matteo Mestriner

Durante questi ultimi anni, nel panorama politico internazionale, c’è stato un imbuto comunicativo decisivo per il consenso elettorale. Le etichette più significative sono state populismo e sovranismo.
Il populismo ha funzionato da apripista al sentimento antipolitico, anticasta, una battaglia contro le élite per la lotta per l’uguaglianza dal sapore socialista. Il promotore italiano di riferimento è stato il Movimento 5 Stelle, con le sue ricette semplici a problemi complessi e la crociata contro la casta. Una “rivoluzione” volta alla riappropriazione del buon senso e di denuncia verso l’ingiustizia sociale.


Negli USA invece è esploso il fenomeno Trump. La lotta degli ultimi è passata anche attraverso di lui, il miliardario che difende l’operaio e lotta contro l’establishment può apparire un paradosso, in realtà non è così. Il Presidente americano infatti non ha incardinato la campagna elettorale su politiche assistenzialiste ma di riattivazione della mobilità sociale per regalare agli statunitensi un nuovo “sogno americano”; un focus sulla libertà e non sull’uguaglianza.
Inoltre l’establishment non era considerato sbagliato in quanto tale, non era attaccato per l’invidia di classe e la lotta contro gli sprechi e i privilegi, bensì per le scelte che operava ritenute fortemente antiamericane.
Al populismo infatti si è aggiunto il sovranismo, termine facilmente assimilabile ai partiti di destra attraverso il concetto di Stato-nazione in opposizione, ad esempio, ai processi di integrazione europea e di globalizzazione.


Le etichette “populista” e “sovranista” sono state trasformate in un asso comunicativo perché utilizzate in maniera dispregiativa da larga parte della sinistra. Screditare l’oppositore in questo modo si è rivelato un autogol clamoroso; il Presidente del Consiglio Conte lo sottolineò lo scorso anno all’Assemblea Generale dell’ONU “Quando qualcuno ci accusa di sovranismo e populismo amo sempre ricordare che sovranità e popolo sono richiamati dall’articolo 1 della Costituzione italiana, ed è esattamente in quella previsione che interpreto il concetto di sovranità e l’esercizio della stessa da parte del popolo”.
La politica populista-sovranista italiana, seguendo questa linea interpretativa, negli anni ha polarizzato il consenso elettorale ed è salita al governo con la maggioranza gialloverde. Una maggioranza post-ideologica che rappresenta in maniera piuttosto evidente il celebre superamento della dicotomia destra – sinistra.


Nel giro di poco più di un anno però il rapporto di forza tra M5S e Lega si è invertito e attualmente si sta delineando un passaggio politico importante. La crisi di governo non ha l’aspetto, come sostiene qualcuno, dell’ebbrezza incontenibile di un possibile Salvini Premier, alleato con Fratelli d’Italia, vista l’impennata del consenso elettorale, quanto di una ben più importante questione di equilibri internazionali; in particolare relativa a due episodi legati al M5S: l’appoggio a Ursula von der Leyen, quindi concernente gli equilibri all’interno della UE, e l’apertura alla Cina, che indispone, per usare un eufemismo, più di qualcuno al di là dell’Atlantico.


A questo punto, arrivati ad un nodo cruciale per il governo gialloverde, stiamo a vedere cosa si cela dietro l’etichetta del “populismo-sovranismo” e osserviamo con attenzione come si comporterà in questi giorni il Presidente della Repubblica.

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