L’ANALISI: Sovranismi e Populismi, il sentiero della Nouvelle Droite

di Danilo Delle Fave e Vanessa Combattelli

Temuti da alcuni come l’ondata nera che minaccia il sogno di un mondo senza confini, sbeffeggiati da altri come bande di straccioni ignoranti, di “deplorables”, i movimenti di ispirazione sovranista sono entrati prepotentemente nella scena politica europea: l’emergere di forze che fanno della centralità e preservazione della identità della propria comunità la propria ragion d’essere è tuttavia un trend mondiale, di cui l’Europa non è stata l’ultima testimone.

I primi segnali di risveglio si hanno negli anni ’70 con i gruppi separatisti in varie parti del mondo (il Biafra in Africa, baschi in Spagna, corsi e bretoni in Francia, etc.) e con il riemergere dell’islam politico in Medio Oriente a seguito della rivoluzione iraniana.
Il picco si è raggiunto paradossalmente in piena ubriacatura unipolare, quando si parlava dopo la dissoluzione dell’Urss di fine della storia e di assoluto trionfo del modello statunitense sul mondo: l’Unione Sovietica collassata sotto la spinta centrifuga delle identità nazionali delle singole repubbliche sovietiche e la sanguinosa guerra civile Yugoslava e Somala erano le prime avvisaglie di un profondo cambiamento, non avvertito in Europa per via dell’euforia post crollo del muro di Berlino, per la riunificazione tedesca e per il coronamento del sogno europeo come superamento degli egoismi nazionali. Peccato che il primo decennio degli anni 2000 abbia smentito questo ottimismo, andatosi a scontrare con la realtà messa a nudo dalla crisi economica: gli egoismi nazionali non se ne erano mai andati, avevano cambiato gergo e modalità operative.

Non solo, questi venivano celati dietro la maschera degli “esperti”, dei “tecnici”, portando avanti l’idea di un processo come quello dell’integrazione europea non politico ma puramente tecnico e automatico. Delegare a entità con meccanismi così intricati e difficilmente comprensibili dai cittadini ha avuto due effetti catastrofici: da un lato ha permesso a classi politiche senza lungimiranza di scaricare la responsabilità politica sulle istituzioni europee il peso di riforme impopolari con il preciso scopo di presentarli come eventi ineluttabili quando in realtà vi era una chiara scelta politica; dall’altro ha contribuito a generare sospetti da parte dei cittadini verso queste istituzioni, spingendoli a preferire enti molto più vicini a loro e che portassero avanti le proprie istanze particolari.
Il mix di crisi economica, delirio tecnocratico, apatia politica dei cittadini e di contraccolpi sociali derivanti dalla quarta rivoluzione industriale ha rappresentato i fattori generali alla base dell’emergere dei populismi in Europa. Tuttavia se si considera la loro sfiducia verso le istituzioni sovranazionali, il prevalere della scelta tecnica su quella politica e il porre al centro gli istituti di rappresentanza più vicini ai cittadini(comuni e regioni in primis), i populismi sono identificabili anche come sovranismi, posti in alternativa al globalismo o all’internazionalismo, che premia la riduzione di autonomia delle entità statali a favore di organismi sovranazionali e la prevalenza dell’approccio tecnocratico su quello politico. Ovviamente non tutti i populisti sono sovranisti: questi ultimi hanno due modi di esprimersi: chi enfatizza la componente di giustizia sociale, i sovranisti di sinistra che attingono a piene mani dalla tradizione della new left e dei movimenti no global e post-68, chi l’identità, i sovranisti di destra. Se i primi ritengono l’affidarsi allo stato nazione come un mezzo per la giustizia sociale, lo stesso non può dirsi per i sovranisti di destra: questi ultimi nonostante possiedano un tradizionale anti-intellettualismo, causa primaria di un certo pressappochismo e di dilettantismo delle classi politiche di alcuni partiti che portano avanti queste istanze, possiedono nondimeno una altrettanta ricca cultura politica, che si sta facendo largo sia nelle parole d’ordine sia nelle istanze dei sovranisti di destra, vedendo come principale fonte di riferimento i pensatori della nuova destra europea.


Per quanto l’anti-intellettualismo militante caratterizzi parte della base militante e testa dei movimenti sovranisti, occorre ricordare che le ragioni profonde dell’incisività dei sovranismi nell’attuale scenario politico non sta unicamente nella sua capacità di incarnare gli “sconfitti della globalizzazione” ma soprattutto quella di porre una visione del mondo alternativa a quella della “fine della storia” e agli utopismi di diversa derivazione marxista, grazie a gruppi intellettuali, uomini e donne, che colsero l’importanza della cultura della nuova destra come mezzo non solo per comprendere la realtà ma anche per potere intervenire su di essa. Dunque, solo in questo modo è davvero possibile costituire una alternativa, anche perché qualsiasi vittoria politica che non sia culturale non è una vittoria ma semplice sostituzione della classe dirigente, ma non d’élite, che impedisce di avere una vera incisività nel porsi come alternativa.

Con questo obiettivo durante gli anni ’70 in Europa cominciarono a costituirsi dei circoli e movimenti intellettuali e metapolitici che avevano come obiettivo quello di costituire un’area culturale antitetica all’emergente new left, rappresentato dalla sinistra no global, e ai sostenitori del pensiero consumista, che saranno capaci di cooptare a meraviglia gli utili idioti della new left. L’iniziale proposito della nuova destra era quello di raggiungere una Weltanschauung comune da contrapporre alla degenerazione del pensiero ebraico-cristiano nel positivismo, nel freudismo e nel marxismo, riscoprendo la tradizione pagana e le identità sub-statali( ad esempio quella bretone in Francia), le istanze di preservazione di una biodiversità culturale culminante nel sostegno a forme di governo federali come massima espressione di tutela di queste diversità, e la considerazione che per quanto i mezzi della scienza siano affinati, il bisogno umano di tendere verso una meta che trascenda la sua esistenza rimane, che sia l’attaccamento a una divinità, a un principio, a un mito.
Tanto è vero che in questa particolare fase storica la religione non subisce solo un processo di secolarizzazione, ma si politicizza come dimostra il protagonismo dei gruppi religiosi sulla scena politica, dall’islam politico fino alle questioni di bioetica, fine vita, aborto, etc. John Stuart Mill a questo proposito scriveva: “Dal canto mio, dubito che l‘uomo possa mai sopportare contemporaneamente una completa indipendenza religiosa e una totale libertà politica; e sono incline a pensare che, se non ha fede, bisogna che serva, e, se è libero, che creda.”

La fine dei valori morali, così come preconizzati da Nietzsche nella sua lettura della morte di Dio, non ha portato l’uomo a liberarsi totalmente della loro presenza, ragione per cui sono sorti nuovi miti e guide spirituali capaci di garantire una visione del mondo e un senso all’esistenza: la logica si può riassumere nell’idea che una volta morto Dio, l’uomo è spinto nel cercare nuovi dei, nuovi idoli, nuovi padri. Il Novecento è stato percorso interamente da questa esigenza.
Nel contesto contemporaneo questa esigenza non è sparita e vede contrapporsi al sovranismo, la visione liberal, da non confondere con il pensiero liberale (visto anche che sintesi tra pensiero della nuova destra e liberale vi sono stati come dimostra il Club dell’Orologio in Francia), e la visione della new left. In questa battaglia per conquistare i cuori e le menti prima ancora che il potere, non ci si può permettere di ignorare la sfera culturale, tentazione legata all’emergere del qualunquismo e dell’egualitarismo dell’uno vale uno, della politica del buonsenso, semplicemente il rovesciamento della logica tecnocratica ma non un suo superamento. Ignorare il terreno culturale porta a consentire alla macchina culturale dell’avversario di conquistare nuove porzioni di società e di orientare il modo di interpretare la realtà, modalità che devono essere condivise il più possibile per proporsi in maniera incisiva politicamente ed economicamente. Ragione per cui è necessario insistere nella promozione di dibattiti ed eventi culturali, solo attraverso la formazione di una alternativa chiara e decisa al modello di società attualmente promosso è possibile rendere l’azione di questi movimenti veramente effettiva. Bisogna dimostrare ai sostenitori del “there is no alternative” che esistono delle alternative e che il loro modello deve essere all’altezza della sfida lanciata se non vorranno vedere le loro velleità di fine della storia naufragare davanti alla storia che si è rimessa in moto

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