Il Re Leone, di Jon Favreau. Un remake privo di originalità

L’alba di un sole rosso, la potentissima colonna sonora di Hans Zimmer, la celebrazione del cucciolo Simba di fronte a tutti gli animali delle Terre del Branco sopra l’imponente Rupe dei Re. La Disney ripropone in formato digitale il celeberrimo cartone animato del ’94, mantenendo sostanzialmente invariati trama, personaggi, inquadrature e colonna sonora.

Ispirato alla trama dell’Amleto di Shakespeare, Il Re Leone racconta la storia del piccolo Simba, futuro successore del re e padre Mufasa, esiliato dal regno per opera dell’inganno e della perfidia dello zio Scar, accecato dall’invidia e assetato di potere.

Dopo aver fatto i conti con il passato, ricercata la propria identità e risoluto a trovare il proprio posto all’interno del cerchio della vita, Simba ritornerà sui propri passi, deciso ad assumersi le proprie responsabilità.

Nonostante il primo remake di un classico Disney risalga al 1996 con La carica dei 101, l’effettiva rivisitazione dei classici del passato ha preso avvio nel 2010 con Alice in Wonderland, seguita da Maleficent, Cenerentola, Il libro della Giungla, La Bella e la Bestia, Dumbo e Aladdin. Un’operazione mastodontica vista la massiccia produzione di film in programma (Mulan, La Sirenetta e Lilli e il Vagabondo, tanto per citarne alcuni).

È inevitabile constatare che il remake sta diventando una sorta di genere cinematografico, una tipologia di film che rivisita e ripercorre forma e contenuto di un’altra opera. Ci sono remake che possiedono un tono e uno stile diversi o originali rispetto all’opera prima (si veda Alice in Wonderland, in cui è inconfondibile lo stile gotico di Tim Burton); altri che, invece, pur conquistandosi una struttura propria, possono essere messi a confronto col film classico originale, instaurando un confronto tematico integrativo e interessante (l’esempio più efficace è Il Libro della Giungla, con la regia, peraltro, dello stesso Jon Favreau).

Il Re Leone percorre una terza via composta da un duplice binario: da una parte, non ci sono attori e il tutto è realizzato tramite un meticoloso lavoro digitale in grado di riprodurre un’animazione fotorealista; dall’altra, la trama viene ripresa pari pari, senza, inoltre, rinunciare alle intramontabili canzoni, alle scene più iconiche e ad alcune indimenticabili inquadrature del cartone del 1994.

Pertanto, se da un lato il film pecca di assenza di originalità (le novità sono solo qualche battuta marginale, la canzone di Beyoncé e un piccolo approfondimento sull’origine dell’invidia covata da Scar verso Mufasa), dall’altro assistiamo a uno spettacolo visivo così elegante, maestoso e realistico da sembrare un documentario.

Un pregio che, tuttavia, è solo una faccia della medaglia. La bellezza e la perfezione del realismo limitano tantissimo l’effetto dell’animazione: le espressioni visive dei personaggi sono inesistenti, le gag simpaticissime del cartone o sono ridotte all’osso (quindi realizzate secondo le regole della fisica) o non ci sono, gli effetti pittoreschi durante le canzoni sono recuperabili solo nel film del ‘94.

L’assenza di antropomorfizzazione espressiva degli animali (è difficile cogliere differenze quando uno ride, piange, parla o canta) insieme a un doppiaggio, invece, carico di sentimento (molto efficaci Luca Ward per Mufasa e Massimo Popolizio per Scar, un po’ meno Marco Mengoni e Elisa per Simba e Nala adulti) innesca un’evidente dicotomia tra ciò che vediamo e ciò che sentiamo.

Il Re Leone di Favreau non si può non guardare al cinema, non solo per la qualità delle immagini e del suono, ma anche per vivere il film come esperienza e immersione collettiva: rivivere una storia densa di messaggi e temi e riascoltare la musica e le canzoni del capolavoro del ’94 all’interno di una sala cinematografica permette allo spettatore di assaporare la pellicola con più intensità, con la consapevolezza, tuttavia, che la magia e le emozioni percepite sono solo un’eco del cartone originale.

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