L’esodo da Forza Italia: scappare da un partito in declino non fa di te coerente

di Carlo Maria Barisoni

Quando una barca sta affondando, sono pochi i Capitani degni di questo nome che restano.
E’ normale, fisiologico, spirito di auto-conservazione, timore di essere risucchiati dalle correnti.
Quando un partito perde sempre punti percentuali (ed è colpa sua) vien da fare lo stesso ragionamento per i parlamentari, aderenti, incaricati.
Tutti coloro che avevano un potere contrattuale maggiore sicuramente del semplice militante, ma che non hanno fatto nulla e hanno preferito attendere il destino di un Partito dell’Ancien Regime senza tentare di costituire una corrente culturale capace di cambiarne le sorti o quantomeno produrre nuove leadership.
So che è difficile essere sempre in guerra, combattere continuamente ed essere delle volte una minoranza, ma come grandi pensatori del passato ci hanno insegnato la vita stessa è linfa di guerra.
Sicché molti semplicemente non ne avevano voglia, era giusto deporre l’ascia e cercare un contenitore più buono, dolce, comodo.
Eppure non può essere scambiato per onore ciò che onore non è, ci si deve rifiutare – sopratutto se si è di destra, a chiamare con questo nome atti di mero opportunismo, ciò che conveniva farlo e qualcuno ha fatto, non si scappa da questi nomi.
Perché allora parliamo del soggetto politico quale è Forza Italia, delle sue debolezze, della sua meschinità nel scegliere coordinatori regionali senza voti e senza carisma.
Quanti errori ha fatto questo partito, oggi merita davvero di perdere la percentuale che vertiginosamente raggiunge anni dietro, è ciò che deve subire, una legge del contrappasso per ripagare i propri errori.
E fintanto però in questo partito resteranno degli utili idioti che creano cariche dal nulla, definendo se stessi politici di professione ma avendo alla propria mano neanche cinque voti, non si sopravviverà.
Sicché se si ama tanto qualcosa devi essere pronto a vederne i difetti, leggerne chiaramente le sfumature di ciò che conviene e conveniva fare.
Eppure io non chiamerò mai Onore quello di fuggire da un partito in discesa! Sarebbe stato onore farlo se quel partito era in crescita, abbandonare il Titanic nel lustro e nella bellezza.
Adesso è troppo conveniente, conveniva prima far parte di un contenitore lussuoso e forte, capace di far crescere politicamente generazioni di incapaci e sprovveduti, adesso che però l’ostacolo è stato raggiunto, coloro che potevano davvero fare qualcosa hanno preferito fuggire altrove, probabilmente farebbero lo stesso per un altro partito.
Non importano gli ideali, importa la convenienza. Non è questione di coerenza, ma di comodità.
Fintanto la stella di Berlusconi ha brillato, andava bene per tutti, erano tutti disposti a dirsi liberali anche se liberali non erano, si lasciavano definire popolari e moderati, portavano avanti Tajani anche se non lo digerivano, si dicevano corrente emersa per caso senza mai davvero combattere per creare una base culturale agguerrita.
Forse con questa ondata di delusioni e scottature se ne andranno gli opportunisti, magari tra loro qualche uomo buono, comunque ciò che resterà sarà diviso tra i coerenti e gli indecisi, tra quelli che non mollano per altro opportunismo e quelli che, nonostante tutto, sono sempre stati degli stronzi liberali, ma con convinzione.

Perché si può scappare da un partito perché non è più coerente con la struttura, perché è corrotto, gestito male.
Ma non si può parlare di ideali né di altre storie per firmarlo con la parola Coerenza.

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