In memoria di colui che ha combattuto il male più grande nel nostro paese

di Matteo Ghilardi.

Oggi Palermo ha deciso di ricordare l’attentato di via Isidoro Carini in cui morirono il generale Alberto Dalla Chiesa, la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di polizia Domenico Russo. Cerimonia tenutasi questa mattina sul luogo della strage di cui oggi ricorre il trentasettesimo anniversario.Presenti in via Isidoro Carini Rita, Nando e Simona Dalla Chiesa e diverse autorità civili militari e istituzionali tra cui il sottosegretario agli Interni, Luigi Gaetti.Tra le corone  c’è stato anche un messaggio a firma di Sergio De Caprio, meglio conosciuto come capitano “Ultimo” della squadra dei carabinieri che arrestò il capo dei capi di Cosa nostra, Totò Riina e che ancora oggi è tenuto sotto scorta. “Il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa vive nelle nostre azioni presenti, passate e future”, recita il messaggio. Il testo scritto in un foglio bianco, con la scritta in calce Ultimo-Crimor unità militare combattente, è stato affisso tra le 8 corone di alloro istituzionali, in via Isidoro Carini.Anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella ricorda la strage rinnovando “l’omaggio commosso del Paese e mio personale alla memoria del Prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, della Signora Emanuela Setti Carraro e dell’agente Domenico Russo, vittime della barbarie mafiosa”. “Innovatore attento e lungimirante, scrive Mattarella, il Generale Dalla Chiesa era mosso da una profonda fiducia nello Stato e nella sua capacità di sconfiggere le organizzazioni nemiche della sicurezza e della legalità repubblicana, anche quelle più subdole e pervasive; rifiutava il mito dell’invincibilità della mafia così come, nelle sue precedenti esperienze, non aveva mai accettato che si potesse cedere o indietreggiare davanti alla violenza terroristica. La sua determinazione, sorretta da un profondo senso etico e istituzionale, si è tradotta in metodi di lavoro e modelli organizzativi originali, che hanno orientato il lavoro di successive generazioni di servitori dello Stato”.E ancora: “Il suo sacrificio è stato il seme di una forte reazione civile che, anche attraverso nuovi strumenti normativi, ha prodotto un significativo incremento nella capacità di risposta e di contrasto alla violenza mafiosa. Con sentimenti di partecipe emozione, rivolgo un particolare ricordo ad Emanuela Setti Carraro e Domenico Russo. Il loro esempio di coraggio e generosa dedizione è comune a tanti uomini e donne che anche oggi, per motivi familiari o professionali, coscientemente condividono i rischi e le preoccupazioni di chi è esposto a tutela della libertà, della legalità e della giustizia. Con questo spirito, rinnovo alle famiglie Dalla Chiesa, Setti Carraro e Russo i sentimenti di solidarietà e vicinanza miei e dell’intera comunità nazionale”.In una nota, il presidente della Regione Siciliana Nello Musumeci, dichiara: “L’anniversario dell’uccisione del prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa deve essere l’occasione per sottolineare l’esempio di fedeltà ai valori di difesa della legalità e dello Stato di diritto lasciatoci in eredità dal generale. Il suo impegno e la sua competenza hanno consentito di affinare metodi e strumenti nella lotta alla mafia e di aprire la strada ai successi delle Forze dell’ordine nel contrasto alla criminalità organizzata”. A rappresentare il governo regionale alla commemorazione in via Isidoro Carini a Palermo è l’assessore all’Economia Gaetano Armao. È importante anche ripercorrere parte della sua carriera ed è impressionante vedere come quello che un uomo “solo” è riuscito a fare per una Nazione intera; è impressionante la miriade di ostacoli che quell’uomo ha dovuto scavalcare per poter fare al meglio il suo lavoro; è impressionante che il suo esempio sia stato seguito da ben poche persone; ma soprattutto è impressionante notare con sommo dispiacere che la sua patriottica morte non è ricordata nemmeno dai suoi colleghi dell’Arma. 

Solo 37 anni fa, Dalla Chiesa aveva già previsto la condizione che ha sempre circondato il generale Carlo Alberto dalla Chiesa; quella condizione che lui stesso definì come preludio alla morte certa di una persona troppo scomoda da assecondare o addirittura da mantenere in vita. 

Era massone, si insinua, aveva troppa mania di protagonismo, ho anche dovuto sentir dire: a me non interessa cosa fosse realmente, quale fosse il suo credo, quale fosse (ammesso che ci fosse!) la sua appartenenza clandestina; a me interessa che era un uomo che ha tentato di combattere faccia a faccia gran parte del marcio esistente nella mia Ialia, che ha cercato in tutti i modi di smuovere uno Stato dormiente davanti a certe radicate situazioni, di capire fino in fondo quale fosse la verità nascosta dietro fenomeni troppo ben articolati quali la mafia e il terrorismo. Se per il secondo ci è riuscito in parte, purtroppo per il primo non gli è neanche stata data la possibilità di lavorare, dati i personaggi troppo scomodi incontro ai quali sarebbe quasi certamente andato a cozzare. 

La sua storia ricorda in parte quella del prefetto Mori ed è molto simile anche a quella che anni dopo vivranno diversi magistrati “coraggio” che hanno fatto tutti la medesima fine del generalissimo. La loro storia non può e non deve cadere nel dimenticatoio; deve anzi essere un monito a una ribellione comune a tutte le macroscopiche storture che assillano tutta l’Italia.

Sopratutto la loro storia non può e non deve essere oggetto di campagne elettorali di una parte politica, ma deve essere patrimonio indiscusso di tutto il popolo Italiano.

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Matteo Ghilardi

Mi chiamo Matteo Ghilardi ho 21 anni e sono un grande appassionato della Storia di Roma, politica e diritto.

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