Il pauperismo è un male, anche in Chiesa

Di Manuel Berardinucci

Notiamo con rammarico come il grigiore asettico della modernità, oltre ad aver trovato riparo presso i più alti vertici della Chiesa Cattolica, abbia pervaso perfino lo stile architettonico. Passeggiamo, dunque, per le strade delle città d’Europa e affianco alla Basilica di San Pietro, al Duomo di Milano, Notre-Dame, Santa Maria del Fiore, il Santuario di Las Lajas, la Sainte-Chapelle, Sant’Ignazio di Loyola ed altri innumerevoli stupendi Santi edifici, troviamo tristi blocchi, bianchi o grigi, dalle fattezze ruvide e simboli di un’ ”austerity” applicata al Sacro. Questa tendenza è l’ennesimo frutto di una Chiesa più attenta a seguire “la pancia” del popolo (dunque più populista dei populisti che assurge a suoi principali avversari) che a preservare i Valori eterni che dovrebbero animarla. C’è un motivo per cui le Chiese del passato furono realizzate in modo tale da restare in perpetuo come gioielli di bellezza. Il movente non è da ascrivere alla superbia dei Pontefici e al loro orgoglio, come vorrebbe la versione pauperista del cattolicesimo, bensì ad una concezione verticale del rapporto Chiesa-Uomo-Dio. La Chiesa, infatti, è emanazione di Dio e dunque risponde innanzitutto all’Altissimo, solo dopo al popolo e per questo la Casa del Signore deve essere quanto di più decoroso sia nelle possibilità dell’uomo. Questo pensiero non va assolutamente in contrasto con la povertà e l’umiltà predicate da Gesù e molti Santi, al contrario, il vero Cattolico dovrebbe prediligere Chiese sontuose e case misere, piuttosto che il contrario. Lo dimostra, con la sua opera, il Santo più amato di tutti, il più umile e omaggiato: San Francesco d’Assisi. Egli viveva in assoluta povertà con i suoi compagni e i proventi della carità con la quale si sosteneva erano, in piccola parte destinati al sostentamento suo e di coloro che lo seguivano, ma in grandissima quantità utilizzati per abbellire, aggiustare e glorificare i luoghi consacrati. Nella Prima Lettera ai custodi, infatti egli scrive: “I calici, i corporali, gli ornamenti dell’altare e tutto ciò che serve al sacrificio, devono essere preziosi. E se in qualche luogo trovassero il santissimo corpo del Signore collocato in modo miserevole, venga da essi posto e custodito in un luogo prezioso, secondo le disposizioni della Chiesa, e sia portato con grande venerazione e amministrato agli altri con discrezione”.

Se non fosse sufficiente il più “Santo degli Italiani e il più italiano dei Santi” per dimostrare l’ovvio, potremmo andare ancora più indietro, fino all’unzione a Betania, narrata nel Vangelo secondo Marco. Gesù si trovava nella dimora di Simone il Lebbroso e mentre era in mensa, una donna entrò, ruppe un vasetto di alabastro contenente oli profumati e lo riversò sul capo del Figlio di Dio. Molti si indignarono innanzi all’accaduto, facendo notare che l’unguento si sarebbe potuto vendere e ricavarne denari per aiutare i più miserabili. Ma Gesù disse loro: “Lasciatela stare; perché le date fastidio? Ella ha compiuto verso di me un’opera buona; i poveri infatti li avete sempre con voi e potete beneficarli quando volete, me invece non mi avete sempre. Essa ha fatto ciò ch’era in suo potere, ungendo in anticipo il mio corpo per la sepoltura. 

In verità vi dico che dovunque, in tutto il mondo, sarà annunziato il vangelo, si racconterà pure in suo ricordo ciò che ella ha fatto”

E’ dunque giusto rendere onore a Dio nel migliore dei modi possibili e la nuova Chiesa, anziché preoccuparsi di recuperare una concezione di povertà distorta e pauperista, ritrovi la Spiritualità perduta, considerando che le antiche cattedrali trasudano più forza spirituale di qualunque moderna parrocchia.

“Un amico mi chiese un giorno perché non si costruivano più cattedrali come le gotiche famose e gli dissi: “gli uomini di quei tempi avevano convinzioni; noi, i moderni, non abbiamo altro che opinioni, e per elevare una cattedrale gotica ci vuole qualcosa di più che un’opinione” (Heinrich Heine)

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