La politica può risorgere ‘’In Coscienza’’: Mauro Mazza sulla crisi politica e spirituale dell’Occidente

di Manuel Massimiliano La Placa

Esistono crisi che permeano irrimediabilmente le epoche, senza fare sconti  e senza lasciare intravedere spiragli di luce e di ripresa, esistono poi le riflessioni profonde, le voci capaci di risuonare nell’apparente oscurità e di ammonire, mettere in guardia, cercare di risvegliare dal torpore.

Quella nella quale siamo immersi è, senza ombra di dubbio, un’era di crisi non soltanto materiale, vale a dire economica, ma soprattutto immateriale, cioè culturale, politica, emotiva.

A calarsi in questo groviglio ci pensa Mauro Mazza che dalle pagine della sua ultima fatica saggistica – intitolata, non a caso, ‘’In Coscienza’’ e pubblicata da Pagine, PP.212 – con passo cadenzato si prende tutto il tempo necessario per tracciare con mano ferma il cerchio che racchiude – o rinchiude – il nostro mondo, mettendone in luce senza ripensamenti tutti i limiti più esterni, i confini che ne negano l’espansione e l’elevazione, che ne costituiscono,  senza appello, la zavorra che lo trascina in fondo all’abisso.

Mazza dismette gli abiti del dirigente della Rai, del Tg2 e anche il tono tagliente e secco prettamente giornalistico ormai assimilato sin dai tempi del Secolo d’Italia per vestire, invece, l’abito molto più stretto e molto meno comodo del megafono di un malessere profondo, troppo a lungo taciuto da infinite bocche già sazie e alimentato da mani sempre più ingorde e avide.

Perché se è vero, da un lato, che l’attuale crisi nazionale – ed internazionale – si riflette su quanto possiamo vedere, toccare e sperimentare fisicamente – stipendi da fame, disoccupazione, sprechi, malgoverno, criminalità, disaffezione per la politica, corruzione – è altrettanto vero che essa trae nutrimento, sopra ogni cosa, da un pericoloso ed apparentemente inarrestabile cedimento della struttura morale, etica che per secoli ha costituito la spina dorsale dell’Uomo occidentale ed europeo.

Poco importa da dove si faccia partire o si cerchi di individuare il punto di svolta dell’attuale status quo – la rivoluzione francese, il 1968 oppure il crollo del muro di Berlino – quel che per davvero conta è riuscire a colpire dritto al cuore il monolite dell’eterno presente nel quale viviamo, cercando di scrollare il più forte possibile chi ci abita inconsciamente.

La prima tappa del viaggio è, inevitabilmente, una finestra che si affaccia sull’oggi, riflettendone gli echi, facendo paragoni con il mondo di ieri.

Il nostro quotidiano, costellato e saturo di sovraesposizione mediatica, da social network e da crisi di isteria collettiva per le idiozie più banali è l’apripista di una società alla ricerca di libertà sempre più vaghe, dai contorni sempre meno definiti, sprovvista del senso del limite e fucina del regno dell’individualismo, dell’isolamento dell’Io, che nella fumosità delle proprie illusioni, in realtà, schiavizza rendendo l’uomo docile consumatore libero di scegliere prodotti già preconfezionati e registrati on-line a seconda di preferenze, gusti e interessi catalogati all’insaputa dei navigatori dei sette mari seduti sul divano di casa.

Individuo come immortale, come auto-rigenerante, come Dio, e parallela decadenza, inarrestabile, del collettivo, della consapevolezza di un pregresso e di un magma sotterraneo ormai freddo.

Eppure, Mazza decide che è necessario espandere queste osservazioni direttamente a uno dei pilastri del Vecchio continente e non risparmia una serie di stoccate al Cattolicesimo, a ciò che si muove all’interno di San Pietro: l’Autore sa di cosa parla, conosce molto bene la materia che sta maneggiando e, per questo, non ha remore nel porre in evidenza il panorama desolante del pontificato di Papa Bergoglio.

Ed ecco che si materializza, imponente ed inafferrabile come incubo, lo sgretolamento di un mondo in rovina: sacerdoti – o presunti tali – che ‘’non ci credono più’’ e, per l’effetto, fedeli che, in preda ai dubbi, allo sconforto, si allontanano da tutto ciò che è sovramateriale, ormai visto come una semplice favola per fanciulli.

All’apice di questo enorme iceberg siede, irrimediabilmente, la politica che nel corso degli anni si è progressivamente accartocciata su sé stessa, perdendo smalto in maniera inversamente proporzionale alla mole di strumenti mediatici a disposizione.

La politica ha, innegabilmente, ceduto volontariamente il passo al potere economico, dipendendo da esso in tutto e per tutto non più soltanto nell’azione ma, oggi più che mai, nella produzione di idee e nel contenuto da dare alle stesse.

Nondimeno, la classe politica emersa dopo il crollo della cd.prima Repubblica ha subìto una caduta verticale infinita in termini di qualità: il frenetico mondo della televisioni e dei social network pretende candidati sovraesposti, incapaci di riflettere e approfondire, intenti solo a semplificare concetti alla massima potenza per ridurre il dibattito politico a cosa spicciola e banale, nel quale ogni ideologia è bandita e ogni pensiero più lungo di tre righe diviene perdita di tempo, noia insopportabile per l’utente medio – non più cittadino o sostenitore – che, si sa, non riesce a concentrare la propria attenzione su qualcosa di edificante per più di nove secondi netti.

Una società di iperconsumi necessita quindi di leader consumabili, usa e getta, che si pieghino alle abitudini degli elettori – comprese quelle negative – anziché guidare i propri sostenitori con l’esempio, disposti a vivere di un successo enorme ma passeggero per poi sparire dalle cronache al primo errore, alla prima indagine o all’apparire di un candidato più bello, più appariscente o con un seguito virtuale più alto.

Ed ecco che, tra le tante analisi proposte, non può non spiccare l’epopea del cd.centrodestra, nato dalle ceneri degli storici partiti della prima Repubblica e che ha visto l’avvento di Berlusconi – leader di una politica ‘’nuova’’, plastica, televisiva, fatta di apparenze, sorrisi smaglianti e messaggi vincenti – e di Gianfranco Fini, a capo di una forza politica tramutatasi nel giro di pochi anni in quella Alleanza Nazionale passata nel volgere di pochi anni da eterna esclusa a forza di governo.

Una parabola discendente, soprattutto quella di Fini, che si concreta in un enorme errore di fondo commesso da tutte le forze di centrodestra protagoniste degli anni d’oro  tra il 1994 ed il 2008: l’incapacità o l’assenza di volontà di costruire – nonostante giornali, televisioni, case editrici a disposizione – un substrato culturale di riferimento, nel quale porre radici e far crescere nuovi germogli, con il risultato che la conseguente, inevitabile, caduta dei ‘’giganti’’ ormai giunti al proprio tramonto ha lasciato dietro di sé un cratere enorme, difficilissimo da colmare per chi è venuto dopo.

Eppure, nel bel mezzo di questo marasma, secondo Mazza una ricetta per ricostruire una politica seria e spendibile esiste: tornare alla riflessione, al silenzio foriero di grandi pensieri e di conseguenti grandi azioni, ritornare al senso più nobile e profondo della politica, in particolare quella di Destra.

Morale, ordine naturale, senso del limite dentro e fuori dall’Uomo, propensione al sacrificio – intellettuale e fisico – al servizio della collettività, per forgiare una politica capace di usare gli strumenti economici e tecnologici e non diventarne succube.

Il nuovo politico, dunque, è colui che – immerso in un eterno presente apparentemente insuperabile – riesce a scrutare il domani, a prendersi il proprio tempo per articolare pensieri, azioni, per costruire radici profonde e solide, incurante delle velenose e mortifere sirene del tutto e subito.

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