Avere il coraggio di Disobbedire

di Alessio Moroni

Sono trascorsi cento anni dall’impresa di Fiume guidata da Gabriele D’Annunzio ed il suo lascito, per quanto lontano nel tempo, ci sembra, ed è, attualissimo.

L’Italia si ritrovava in una situazione drammatica, eredità di una guerra che aveva fatto disperdere l’ottimismo dei primi anni del ventesimo secolo insieme alle  vite di molti cittadini italiani, scomparsi per difendere il vessillo tricolore dall’attacco delle potenze nemiche. Per i sopravvissuti alla Grande Guerra il ritorno nelle proprie case fu traumatico: si doveva ritornare alla routine quotidiana dopo aver trascorso giorni, settimane ed annate interminabili nelle trincee, nella speranza che il nemico facesse un passo falso e si rendesse attaccabile. Giovani che avevano vissuto Caporetto, il momento da cui la nostra storia cambiò per sempre e ci dette la fama di guerrieri mai domi, sul punto di soccombere nonostante la disfatta ormai certa. Merito del Generale Armando Diaz che guidò milioni di italiani alla rivalsa e di quelle stesse persone che continuarono a non far entrare lo straniero. Furono questi ragazzi di differente matrice politica (fra i legionari di Fiume c’erano nazionalisti, socialisti, anarchici) a voler seguire il famoso poeta pescarese nella conquista della sopra citata città portuale. Non volevano tornare alla solita vita quotidiana ma erano intenzionati ad essere pervasi nuovamente dalla dose d’adrenalina che un conflitto, ed un’impresa del genere, potesse garantire.

L’eterogeneità della conquista, e dell’intera epopea fiumana, ci consente di vedere un nesso fra tal movimento e le contestazioni del ‘68: entrambe guidate dalle giovani generazioni volevano vedersi riconoscere numerosi diritti civili e sociali ma la differenza fra le due, e che fu punto di forza della prima, è stata la capacità di porre all’apice delle proprie istanze la questione nazionale. Si doveva combattere prima di tutto per l’Italia, per renderla uno Stato in cui tutti avessero avuto gli stessi diritti, le stesse libertà e le stesse possibilità di raggiungere un compiacimento personale.

La Carta del Carnaro, stilata nel 1920 dal sindacalista socialista Alceste De Ambris ci presenta una Costituzione moderna in cui i perni erano l’uguaglianza e la sovranità popolare senza distinzione di sesso, religione, lingua, razza, religione e classe ed il diritto ad avere un’istruzione garantita, un salario minimo, la pensione e qualsiasi altro tipo di rivendicazione sociale.

La Reggenza del Carnaro si presentò come un esperimento avanti coi tempi: fondamentale (e non sarebbe potuto essere altrimenti con la presenza di intellettuali come D’Annunzio e Marinetti) fu il ruolo dell’arte e della musica all’interno dei propri confini: strumenti per elevare il popolo e per ostentare il proprio ruolo di città all’avanguardia nell’Europa del tempo.

Vennero rimossi anche tutti i moralismi borghesi: Fiume era una città libertaria e libertina, dove venivano concesse le libertà di orientamento sessuale e dove non erano posti freni ai propri istinti inibitori.

Tutto ciò non poteva andar giù alla classe dirigente del tempo guidata da Francesco Saverio Nitti: non si poteva restar impassibili nell’osservare comportamenti che andavano ad inficiare la decenza pubblica e sopratutto, nel clima del primo dopoguerra, non si tolleravano azioni che potevano andare a destabilizzare i già precari equilibri creati nel vecchio continente dopo il Trattato di Versailles.

Si preferiva la conservazione dello status quo piuttosto che la rivendicazione di quei territori prima promessi e poi non concessi.

Anche i Fasci italiani di combattimento, guidati da Benito Mussolini (seppure non avesse la carica di segretario ma solamente di membro del comitato centrale) si dimostrarono restii ad ostentare la propria ammirazione per ciò che stava accadendo nell’attuale paese croato: il futuro Duce riteneva che bisognava focalizzarsi sulla rivoluzione sociale all’interno dei confini italiani e non intraprendere campagne militari per acquisire nuove terre mentre D’Annunzio gli rinfacciò lo scarso impegno economico per aiutarlo nell’impresa.

E’ importante ricordare come non tutti seguirono questa linea di pensiero ed anzi, nel 1921, a seguito del Patto di pacificazione fra fascisti e socialisti Italo Balbo e Grandi si recarono dallo scrittore e drammaturgo abruzzese per chiedere di divenire la nuova guida del movimento fascista senza però ricevere una risposta affermativa (D’Annunzio si giustificò con la sua grande scaramanzia: doveva farsi consigliare dagli astri durante la notte ma non ebbe modo di consultarsi per il cielo nuvoloso). I rapporti tra i due, come è facile comprendere, non saranno mai idilliaci e Mussolini cercherà di tenerlo sotto stretta sorveglianza, anche negli ultimi anni di vita al Vittoriale.

L’epopea finì nel Natale del 1920 quando lo Stato Italiano fece forza sulla superiorità numerica del proprio contingente militare e sul maggior sviluppo delle armi belliche per attaccare i legionari ed il 31 Dicembre Gabriele D’Annunzio firmò la resa.

La storia della Fiume d’annunziana finì ed iniziò ad entrare nell’epica. Venne dimenticata per molti decenni: molti storici la ritenevano un prologo della rivoluzione fascista che sarebbe di lì a pochi anni avvenuta nel nostro Paese ma è errato catalogarla in tal modo dato che, come visto in precedenza, questa piccola città rappresentò un esperimento sociale in cui far confluire numerose ideologie che avevano l’unico obiettivo di sovvertire il sistema pre-costituito.

Non hanno vinto ma i numerosi arditi che seguirono lo scrittore ebbero la sensazione di avere il mondo in una mano, di poter rappresentare l’Italia nel modo più onorevole possibile, di vivere un’esperienza unica, in cui il culto della Nazione e la rivendicazione dei propri diritti potevano convivere.

La lezione attuale è proprio questa: possiamo combattere, protestare, manifestare per avere ciò che ci spetta anche senza disonorare l’amor patrio che anzi, deve essere una roccaforte delle nostre linee. La Nazione è ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che saremo.

Fiume è l’esempio che bisogna sempre lottare, bisogna stringere i denti ed andare sempre contro quello che riteniamo il più difficile dei nemici. Bisogna disobbedire.

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