Populismo ed ergastolo: da Bergoglio uno sconfinamento inopportuno

di Manuel Massimiliano La Placa

Ancora una volta, nei giorni scorsi, la stampa ed i media nazionali non hanno perso l’occasione per rilanciare, far rimbombare ed elevare – all’ennesima potenza – a paradigma universale le parole pronunciate
dal Pontefice Jorge Bergoglio rispettivamente durante un incontro con i vescovi orientali cattolici in Europa e nel corso di un consesso con i cappellani in servizio presso le carceri italiane.

In premessa, vale la pena notare come il contesto nel quale tali affermazioni – di seguito esplicitate – si sono sviluppate risulti certamente ristretto e volto ad indirizzare una determinata condotta in relazione a coloro che operano in seno al Cattolicesimo o che comunque si professano credenti, non sussistendo in ciò nulla di discutibile o di opinabile.

Tuttavia, nel momento in cui le predette asserzioni – aventi ad oggetto non questioni meramente morali, spirituali o strettamente pertinenti al culto ed alle sottese necessità, bensì primariamente politiche e giuridiche – vengono estromesse dal proprio specifico contesto e – in assenza di alcuna precisazione a scopo contenitivo del proprio autore – elevate a messaggio globale, da amplificare ed estendere in toto quale monito alla società intera anche al di fuori dello spettro d’azione del Cattolicesimo e dei relativi ministri, ecco che le stesse finiscono per assumere, inevitabilmente, tutt’altro carattere, divenendo suscettibili anche di critica in chi ritenga di non condividerle e di non farle proprie.

Nel primo caso, Bergoglio si è scagliato – ancora una volta – contro il cd.populismo, definendolo senza troppi giri di parole come «pericolo della nostra società» poiché celerebbe, al proprio interno, la smania di alcuni
particolarismi di imporsi, comandare sui molti ed uniformare, omologare ogni cosa ad un modello predefinito, mettendo quindi in guardia la Chiesa dalla tentazione di chiudersi in sé stessa e cadere in particolarismi nazionali o etnici escludenti.

Se da un lato, per quanto riguarda la posizione espressa sul futuro della Chiesa, si tratta di questioni interne che non spetta allo scrivente esaminare, appare oggettivamente miope quanto riduttiva la
classificazione del concetto di populismo operata dal Pontefice, che ne liquida l’essenza come fosse un virus da debellare, rovesciandone i fondamenti.

Il populismo originatosi negli ultimi anni in tutto l’Occidente – dagli Stati Uniti di Trump passando per tutti i movimenti sempre più forti di consensi in tutta Europa – nasce, innegabilmente, nelle proprie linee ispiratrici esattamente per le ragioni opposte a quelle evidenziate da Bergoglio, non cioè come rappresentanza di sparute minoranze in cerca di rivalsa sui molti, bensì come espressione del popolo, del sentire dell’Uomo comune, financo in veste post-ideologica, in senso fortemente critico e ribelle rispetto ad ogni tipo di élite – siano esse finanziarie, politiche o intellettuali – capace di indirizzare il destino delle masse e condizionarne l’avvenire.

Al contempo, motore principale del populismo appare la volontà di combattere l’uniformità come presupposto imperante di una società sempre più globalizzata in senso negativo, livellata al ribasso da un pensiero unico impalpabile ed incontrollabile da avversare, ragione per la quale – che si condivida o meno la spinta populista di questo tempo – anche la seconda argomentazione addotta dal Pontefice appare assolutamente non condivisibile.

In seconda battuta, Bergoglio si è dedicato a lanciare un messaggio anche in tema di ergastolo, quell’istituto del nostro ordinamento giuridico che integra la pena detentiva più grave, consistente nella privazione perpetua della libertà personale.

Nel merito, giova precisare che la stessa normazione penale consente al condannato l’ammissione al lavoro all’aperto, con possibilità di recupero della propria libertà per mezzo della cd.liberazione condizionale, ottenibile dopo ventisei anni di pena effettiva, qualora scontati per mezzo di una condotta volta al ravvedimento interiore e personale.

Pertanto, siamo di fronte ad un istituto certamente afflittivo, che tuttavia rispetta pienamente i princìpi ispiratori del nostro sistema penale volto, in primo luogo, alla rieducazione del condannato ed al relativo re-inserimento nella società.

Al contempo, poiché l’ergastolo si applica ad ipotesi delittuose piuttosto gravi, le quali denotano ampia pericolosità sociale, si spiega facilmente la ratio di una pena tanto severa la quale, peraltro, proprio per la intrinseca possibilità di modulazione non appare in contrasto con le più recenti pronunce della CEDU, eccezion fatta per la particolarità costituita dal cd.ergastolo ostativo – applicabile in materia di delitti inerenti associazioni di stampo criminale e mafioso, terrorismo, traffico di stupefacenti, sequestro a scopo di estorsione – il quale prevede, in princìpio, una pena senza fine che nega misure alternative al carcere o benefici per il condannato, salvo i casi di collaborazione con la giustizia.

A detta del Pontefice, l’ergastolo rappresenterebbe non «la soluzione dei problemi, ma un problema da risolvere», esortando a non «chiudere in cella la speranza» pena una società senza futuro, andando quindi ad intaccare non soltanto il campo strettamente correlato alle proprie competenze, bensì quello giuridico e del sistema-giustizia il quale, come noto, entro uno Stato laico è – o dovrebbe essere – in primo luogo di stretta pertinenza di giuristi, magistrati, operatori del diritto e, in seconda battuta, della politica, quella
seria, competente e lungimirante.

Definire l’ergastolo un ‘’problema da risolvere’’ appare quantomeno scivoloso per tutto ciò che tale affermazione potrebbe implicare e sottendere, visto il successivo appello a ‘’non chiudere in cella la speranza’’.

Una simile espressione, in assenza di specifiche distinzioni in senso tecnico-giuridico, decontestualizzata – come nel caso di specie – forse per raggiungere una platea più vasta possibile senza riguardo per la corretta
terminologia che la materia giuridica richiede al fine di esprimere concetti chiari, risulta incapace di tenere conto non soltanto del fatto che, come già espresso, il nostro ordinamento dispone di tutti gli strumenti per consentire al condannato di recuperare effettivamente la propria libertà, ma sembra altresì perdere di vista l’obiettiva gravità dei reati per i quali l’ergastolo è previsto, nonché della pluralità di princìpi che l’ordinamento penale deve imperativamente salvaguardare e proteggere, i quali devono operare anche in funzione di tutela delle vittime e dei relativi familiari, nonché della collettività.

Se, invece, l’intento del Pontefice voleva essere quello di imprimere un’ispirazione prettamente ideale, morale, una ammonizione volta a prevenire in radice il futuro insorgere di delitti nella realtà quotidiana dell’Uomo, essa purtroppo non ha fatto i conti, ancora una volta, con la desolante latitanza di adeguati modelli positivi e propositivi dotati di un ascendente tale da poter operare una così dirompente inversione di rotta nel cuore della società odierna, elemento sul quale dovrebbe interrogarsi in primis proprio il Cattolicesimo.

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