SIGNORAGGIO BANCARIO: la truffa delle banche.

Di Agostino Cucculiu

Quando non esistevano le monete gli uomini si limitavano a scambiare le loro proprietà.
Il valore cambiava a seconda della scarsità o della diffusione del bene stesso.
In un mercato libero chi vende e chi compra si accorda liberamene sul valore, ad esempio due mele valgono cinque uova

Per praticità invece di portare in giro uova e mele, si è deciso di utilizzare l’oro come mezzo di scambio, quindi la moneta ha un valore reale, sia in quanto oggetto in sè, sia come mezzo di scambio.
In tutto il mondo imperatori, principi, re battono le loro monete, che mantengono un valore reale dato dal peso e dal tipo di materiale usato (oro, argento etc…).

Gli imperatori, i re, i governi all’inizio per coprire le spese di conio, ma poi per trarne un’illecito guadagno, diminuiscono la percentuale di oro e argento nelle monete, fino ad arrivare ad una moneta dal valore nominale, una moneta che non vale nulla di per sè, ma assume valore solo in quanto vi è uno Stato che garantisce che ne abbia.

Dal medioevo in poi le banche PRIVATE fanno la stessa cosa, esse stampano lettere di cambio (antenate dei moderni assegni e banconote), in questo modo i proprietari possono circolare senza paura di furti.
Poiché era improbabile che tutti rivolessero l’oro nello stesso momento, le
Banche cominciano ad emettere più lettere di cambio di quanto oro hanno in cassa, creando a tutti gli effetti moneta dal nulla.
Le banche sono così brave a far circolare la loro falsa moneta che arrivano a prestarla ai governi sull’orlo del fallimento.
Intorno al 1600 nascono ufficialmente le banche centrali!!

La banca centrale (banca privata) stampa moneta e la presta allo stato, ed in teoria deve in ogni momento essere in grado di restituire il valore reale ai suoi cittadini, essa conserva l’equivalente di un decimo della moneta nominale stampata in apposite riserve d’oro.
Dalla prima guerra mondiale in poi, gli stati europei a causa degli sforzi bellici hanno autorizzato le banche centrali a rompere il rapporto già alto di 1 a 10 tra oro posseduto e moneta emessa, nel 1971 anche gli USA abbandonarono la parità con l’oro.
La produzione di denaro è ora completamente slegata alla ricchezza realmente posseduta, e nonostante le banche centrali abbiano meno moneta reale, continuano a prestare soldi agli stati ovviamente chiedendo gli interessi sul prestito.

Il denaro in più che serve a ripagare gli interessi alle banche centrali, oltre la metà del debito pubblico, viene dal nostro lavoro, dal mondo produttivo.
Paghiamo le tasse allo stato e questo a sua volta utilizza questo denaro per pagare interessi su denaro avuto in prestito che era stato creato dal nulla!!!

Nel 2005 la FED (federal reserve è la banca centrale statunitense) ha dichiarato che non comunicherà più il tasso di parità con l’oro.
Cioè non solo dal 1971 non c’è più rapporto tra moneta emessa e oro realmente posseduto, ma ora questo rapporto sarà tenuto nascosto!!

In molti pensano che il debito pubblico sia il saldo negativo tra le entrate e le uscite del bilancio statale causato dai quei governi spendaccioni che negli ultimi decenni ci hanno fatto vivere al di sopra delle nostre possibilità. Non è così. L’incapacità, gli sprechi e le ruberie dei politici contribuiscono solo ad alimentarlo.
La causa è ben altra.

All’origine del debito pubblico, che ha generato nei conti dello Stato una voragine in continuo aumento, vi è un meccanismo ben congeniato definito “Signoraggio”.
Un termine, non a caso, di origine medioevale.

Partiamo dalla Banca d’Italia che non è la Banca dello Stato Italiano, bensì un consorzio di banche private.
Lo Stato è presente attraverso l’INPS e l’INAIL con un minuscolo 5,6% circa, questo per giustificare la definizione di Ente di Diritto Pubblico.

La Banca d’Italia – ora filiale della Banca Centrale Europea, anch’essa privata – svolge sostanzialmente due compiti. Il primo è quello di organo di controllo sull’operato degli Istituti di credito (in pratica le banche controllano se stesse). Il secondo gli viene attribuito dallo Stato che concede loro il diritto esclusivo di stampare banconote, poi cedute al governo in cambio dei titoli di debito pubblico (BOT, CCT, CTZ, ecc.).

Queste “cambiali” sono a loro volta piazzate dalle banche sui mercati finanziari internazionali a tassi stabiliti dagli stessi mercati.
In pratica l’entità del debito pubblico, da cui deriva la politica finanziaria di una Nazione, non la decidono i governi bensì gli onnipotenti mercati.
Ossia una dozzina di banche e società finanziarie che attraverso potentissimi software, con un clic del loro mouse fanno crollare intere economie al solo scopo di incrementare a dismisura i loro guadagni e preparare il terreno per il successivo indebitamento degli stati, e rattrista assistere al timore espresso nei loro confronti dai nostri politici ed economisti.

Allo Stato rimane la proprietà delle sole monete metalliche coniate dalla Zecca, senza interessi e costi aggiuntivi, che valgono però solo il 2% della massa monetaria circolante.

Il meccanismo in sintesi è questo:
la Banca d’Italia, che in questo caso si comporta come una semplice tipografia, stampa una banconota, ad esempio da 500 euro, il cui costo di produzione è di circa 30 centesimi tra filigrana e inchiostro e la cede alla Stato, non al costo di produzione maggiorato del suo guadagno, come logica vorrebbe, bensì al suo valore nominale: 500 euro.
E’ come se il tipografo, a cui è stata commissionata la stampa dei biglietti d’ingresso di un cinema, si facesse pagare l’importo scritto sul biglietto.

Non è finita:
questo foglietto di carta colorata non viene venduto allo Stato, seppur ad un prezzo assurdo, bensì dato in affitto e, cosa ancora più scandalosa, senza alcun possibilità di riscatto.
Lo Stato per tutta la sua esistenza pagherà alle banche private gli interessi su delle banconote che in teoria gli dovrebbero appartenere.
Un gran bell’affare, non c’è che dire…

Analizzando i dati ISTAT del periodo 1990/2008 si può notare come il debito pubblico, per effetto dell’anatocismo (interessi sugli interessi), è costituito nella sua totalità da interessi (96,5%).

Se lo Stato si riappropriasse del diritto di stampare moneta l’Italia non avrebbe debiti e le risorse rese disponibili sarebbero impiegate esclusivamente per il benessere del popolo italiano.


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