TOLKIEN (D. Karukoski) : i viaggi che intraprendiamo per metterci alla prova

di G.BATTISTUZZO CREMONINI

Chi si occupa di letteratura sa bene che la distinzione cara a molti, quella tra finzione ed autobiografia, è essa stessa nulla più che una favola da raccontare agli studenti delle scuole elementari (e forse nemmeno a loro): qualunque scrittore, quando scrive, scrive di sé, della sua esperienza, della sua vita, dei suoi sentimenti.

Dalle eroine di George Eliot, sentimentali e riflessive come la loro creatrice, passando per l’anticonformismo di Jane Austen rifratto in Elizabeth Bennet per arrivare al comune sogno infranto di Dino Buzzati e del suo Giovanni Drogo, quando si scrive, si scrive di sé. La buona letteratura è sempre autobiografismo.

Persino Ariosto, diceva Borges, passeggiava per Ferrara ma si credeva sulla Luna, trasferendo tante delle sue manie, ansie, passioni dentro un poema, l’Orlando, che più corbelleresco e similmente fuori dalla realtà non si potrebbe immaginare; lo stesso si può e deve dire dell’Ariosto moderno, ossia di John Ronald Reuel Tolkien, quel mite professore di antico inglese cui riuscì la burla letteraria di resuscitare l’epica nel mondo contemporaneo.

Su questo si fonda il film Tolkien del finlandese Dome Karukoski (e meriterebbe la visione anche solo per la curiosità che sia stato un finnico a voler portare questa storia sullo schermo, se si pensa che Tolkien adorava il Kalevala, il principale poema epico della tradizione Finlandese). Giocando su un sapiente montaggio alternato che innerva l’intera pellicola, Karukoski riesce a far coincidere i momenti topici della vita di Tolkien con le sue più grandi creazioni letterarie, dando vita ad un film che solletica intellettualmente sia l’esperto di letteratura norrena che il semplice fan dei libri dello scrittore inglese.

Così scopriamo ben presto che la campagna inglese da cui il bimbo Tolkien viene strappato (la mamma era cattolica e pertanto ripudiata dalla famiglia d’origine, protestante anglicana) si trasforma nella mente del giovane nella famosa Contea, luogo idillico dove abitano i mezzi uomini sempliciotti hobbit; il trasferimento a Birmingham, vero inferno industriale, in un quartiere dominato da due ciminiere, fornirà l’ispirazione per le demoniache torri di Minas Tirith e di Isengard, come pure per le infernali fornaci di Saruman; un candido cavallo nella terra di nessuno, sulla Somme, potrà mutarsi nella cavalcatura di Gandalf il Bianco…

Uscendo però da questo pur godibile gioco di parallelismi, il film di Karukoski è pregevole anche per altri motivi. In primo luogo perché sa restituirci con adeguata approssimazione la vita delle boarding schools britanniche, come già a suo tempo aveva fatto con cura il famosissimo Momenti di Gloria; in seconda battuta, si tratta di un film che volutamente accantona il canonico scheletro dei tre atti e non teme di apparire lungo o verboso: raccontare la vita di un linguista è raccontare la biografia delle parole, di un uomo che vive con e delle parole.
Due grandi temi cari al vero Tolkien sono inoltre ben centrati in questa produzione: l’amore (declinato anche nella sua versione ‘senza le ali’, come avrebbe detto Byron, di semplice amicizia) e il rifiuto del positivismo e del modernismo.

La bella Lily Collins (The Last Tycoon) dà il volto a Edith Bratt, l’orfana che diverrà la moglie dello scrittore, talentuosa pianista costretta ad una grigia vita di dama di compagnia dalle sue condizioni economiche precarie: l’amore tra Edith e Tolkien, che si cercano e si perdono in continuazione ed a seconda dei casi della vita, diviene perciò la sublimazione di quel sentimento empatico verso l’altro che per Tolkien era una religione, che l’altro fosse un uomo od un albero, tanto che non per caso il primo romanzo della nota trilogia porta nel titolo il termine inglese Fellowship, amicizia, compagnia.
Le scene di guerra, delle trincee in Francia, degli addii sui moli inglesi di una generazione che non tornerà più sono quelle cui il regista affida l’illustrazione dell’atavico antimodernismo (o postmodernismo) di Tolkien: nota la sua frase secondo la quale egli avrebbe preferito sostituire i cavalli alle automobili e il lampo del fulmine alla luce elettrica.
L’abbrutimento dell’essere umano nella trincea – che qui deve molto all’immaginifico dello spielberghiano War Horse, – rappresenta l’ultimo stadio di un annerimento dei cuori di cui parlava, in altro contesto, anche Joseph Conrad: quel cuore nero dell’Europa che per inseguire il profitto ha smarrito del tutto la propria anima.
Come ritrovarla? Mettendosi in cammino, sembra suggerire lo stesso Tolkien alla fine del film, e partendo per un quest, una ricerca mistica. “E’ una storia che ho in mente da un po’”, confessa alla moglie, passeggiando nel bosco, “parla di amore, di coraggio, di amicizia e di viaggi che intraprendiamo per metterci alla prova.”

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