PORCO ROSSO, il capolavoro di Miyazaki da rivedere nel centenario di Fiume

di Gaspare Battistuzzo Cremonini

C’è stato un tempo in cui i piloti da guerra non combattevano per vincere ma per misurare il proprio coraggio contro quello degli avversari; c’è stato un tempo in cui volare tra le nuvole era come cavalcare un destriero in armi nel Medioevo; c’è stato un tempo in cui due nemici potevano rispettarsi, brindare insieme, ed uccidersi un minuto dopo ma ad armi pari.
Di questo momento favoloso della storia aeronautica europea si occupa il capolavoro del regista giapponese Hayao Miyazaki, autore di alcune tra le storie più amate degli ultimi trent’anni (Nausicaa della Valle del Vento, Laputa – Il Castello nel Cielo), quel Porco Rosso che uscì nel 1992 ma che rimane ancor più d’attualità oggi, nel 2019, anno del centenario della famosa Impresa di Fiume.
L’anno e mezzo di governo dannunziano della città dalmata, carico di follia ed originalità, rende il quadrante Alto Adriatico un luogo particolare, una fucina di sogni e di futuro, e non è perciò un caso se il grande narratore giapponese decide di ambientare la storia di Porco proprio in Dalmazia, all’epoca nella quale esistevano ancora le grandi competizioni aviatorie tra idrovolanti.
Porco Rosso è un pilota. Si chiamerebbe Marco Pagot (piccolo omaggio ai Fratelli Pagot, pionieri dell’animazione italiana) ma tutti lo chiamano Porco Rosso per due motivi: vola sempre su di un idrovolante monoplano Savoia S.1 rosso e, soprattutto, ha il corpo di un uomo ma il volto d’un maiale.
A noi europei pronipoti dell’aristotelismo questo binomio tra realtà storica e finzione onirica può forse disturbare, in prima battuta, ma ben presto veniamo rapiti dalla poesia soprannaturale tutta orientale di Miyazaki e non facciamo fatica ad accettare che Marco sia l’unico superstite di un’ardita missione aviatoria della Grande Guerra: i suoi commilitoni sono morti (splendida la sequenza in cui Porco rivive quel momento, abbandonato sul suo aereo mentre i compagni salgono in scia su, su fino in cielo) e lui, maledetto da chissà quale incantesimo – che poi forse è soltanto il suo stesso rimorso, – si vede il volto mutato in quello d’un maiale.


La storia si dipana lungo un’estate adriatica, di quelle che l’incipiente secondo conflitto mondiale avrebbe per sempre cancellato, e riguarda una sfida tra aviatori, tra piloti d’idrovolanti. Ma c’è anche la contesa per la bella Gina, la cantante dell’Hotel Adriano, un resort démodé placidamente adagiato su di un’isola dell’Adriatico alla quale si arriva, manco a dirlo, con un dannunziano motoscafo sulla cui poppa risplende il nome di Alcyone.
Porco Rosso è un outsider: asso della Regia Aeronautica durante la guerra, decide di ritirarsi a fare il cacciatore di taglie, poste sulle teste dei pirati dell’aria che infestano le coste dalmate, un po’ per scontare il peccato originale d’essere sopravvissuto alla sua squadriglia ed un po’ perché mal tollera le imposizioni del nuovo Regime (ben nota la sua esclamazione all’amico aviatore Arturo Ferrarin: ‘meglio maiale che fascista!’)
Se Gina è l’amore che Porco sembra non poter compiere – lei era la fidanzata del suo migliore amico, perito in quella famosa operazione aerea di anni prima, – motore della storia diventa lo strano rapporto che l’aviatore finisce per intrattenere con Fio Piccolo, la giovane nipote del meccanico milanese che deve riparare il monoplano rosso finito malauguratamente in un’imboscata quasi mortale.


Fuggendo in fretta e furia da una Milano sotto il controllo dell’Ovra, usufruendo di un ‘passaggio sicuro’ nei cieli lombardi garantito dall’amico di sempre Ferrarin e dalla stessa Regia Aeronautica, Porco riesce a riguadagnare le coste dalmate ma si accorge di avere con sé un ospite inatteso: la ragazzina Fio. Sull’isolotto che Porco utilizza come base segreta, dove fa usualmente ammarare il suo idrovolante nel centro d’un cratere carsico, su quella tranquilla spiaggia riparata da occhi indiscreti Porco per un istante ritorna ad essere Marco, quando Fio gli ruba un bacio improvviso, fugando dalla sua mente pensieri e dolori e mutando per qualche secondo il suo volto da suino ad umano.
Come molto cinema di Miyazaki anche questo film è intriso di una latente e pur stranamente appagante malinconia, quel ricordo di un passato in cui si è stati felici, quella riflessione su di un presente che ci soddisfa, narcotizzandoci, forse proprio nel suo precluderci la felicità del tempo che fu, il ‘Tempo delle Ciliegie’, come recita la canzone che la bella Gina canta più volte nel corso della storia: ma è ben breve questo tempo delle ciliegie, se pure siamo stati umani, di fronte abbiamo un futuro da maiali.
Rivedere Porco Rosso nel centenario dell’Impresa di Fiume vale la pena anche e soprattutto per ribadire quanto insigni studiosi come Giordano Bruno Guerri hanno sapientemente messo in luce, ossia l’enorme distanza esistente tra i cinquecento giorni di Fiume e l’esperienza fascista successiva che di Fiume si appropriò senza del tutto comprenderla.
Come sull’Adriatico di Porco Rosso, altrove libero e libertario dove chiunque poteva ancora battersi per una nobile causa, così a Fiume d’Annunzio e i suoi scrissero una tra le carte costituzionali più belle del mondo: La Carta del Carnaro, che prevedeva totale libertà per le donne, assistenza ai malati senza lavoro, pensioni per gli anziani, libertà d’espressione e di culto.
A Fiume, prima che l’arditismo mutasse in squadrismo, era ancora possibile lottare per un’idea di mondo che prescindesse dall’accumulo capitalistico, quell’idea che in fondo è alla base del vivere senza pensieri di Porco: di taglia in taglia, con un mutuo sul suo idrovolante, volare e combattere, che cosa potrebbe volere di più, un maiale?
E’ l’epoca della Coppa Schneider, la competizione realmente esistita tra idrovolanti dell’Adriatico, quel tempo perduto in cui un maiale poteva pilotare un monoplano Savoia S.1 ed un poeta-Comandante poteva conquistare una città in una notte senza sparare un colpo, al solo roboante suono della sua voce suadente.

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