Riflessioni su eutanasia e concetto di dignità e libertà

Di Luca Coppo

Ieri sono stato ad un incontro molto interessante in cui si parlava di politica ma soprattutto di idee; un ritrovo tra persone che amano il loro paese e vivono per cercare di riaccendere quel fuoco, quella luce che si è spenta per la lunga e oscura indifferenza. Tornato a casa, verso le dieci di sera, apro Facebook ed ecco che quella luce, la quale aveva acceso il mio animo, si estinse di colpo. Commenti con scritto “yes, ora siamo liberi”, “questa è vera libertà”, “finalmente più giustizia”, “ora morirà dignitosamente” sulla questione del suicidio assistito di Dj Fabo. Le domande che bisogna porsi sono: è giusto decidere di morire quando si crede che la nostra via non abbia più uno scopo? È giusto decidere di morire quando dal dolore non riusciamo a vivere? Il suicidio è stato studiato intensamente da un sociologo e pedagogista francese, Émile Durkheim. Egli nel 1897 scrisse “Il suicidio”, saggio nel quale cerca di comprendere le ragioni, il perché un uomo si suicida (fatto sociale) e quali sono le circostanze favorevoli al suicidio. Tra i quattro tipi di suicidio che lo studioso individua vi è il suicidio anomico. Quest’ultimo avviene quando le norme sociali non riescono più a guidare la condotta dell’individuo e dunque le inclinazioni umane prendono il sopravvento; assieme a questo può essere analizzato il suicidio egoistico che avviene quando ci si sente troppo distaccati dalla società, quando gli impulsi sono liberati da alcuni vincoli determinati dall’integrazione sociale, un suicidio che concerne l’individualismo — appunto l’egoismo. Dj Fabo è stato ucciso per suo volere. Questo non vuol dire che si è suicidato in quanto non conta solamente l’intenzione ma anche l’azione fisica, ma poniamo caso sia sufficiente l’intenzione: la morte del dj è un suicidio (assistito). Bene, ora facciamoci un’altra domanda: quali sono le cause principali che hanno portato a ciò (non solo la morte del dj)? L’abbiamo detto sopra, l’anomia (gli individui lasciati in balia delle loro passioni, una
condizione di relativa assenza di norme) e l’egoismo, l’individualismo. Questi elementi — anomia ed egoismo — descrivono molto bene l’andamento generale della società odierna: “la mia vita la decido io”, “io sono padrone della mia vita”.

Tutte frasi che si sentono dire ripetutamente, senza esitazione. Il concetto di eutanasia deriva da questo: la morte volontaria di persone che soffrono non è altro che l’accettazione, in questo caso non solo del medico, delle intenzioni del paziente il quale desidera, direttamente o indirettamente, la sua fine. L’anomia è evidenziata dal voler morire senza interpellare nessuna norma sociale la quale, per esempio, può essere definita dalla religione; mentre l’egoismo emerge dal desiderio in quanto “io”
desidero (io sono padrone della mia vita). Il dolore che una persona vive nelle condizioni di Dj Fabo non è comprensibile per colui che non le prova, tuttavia ciò non vuol dire che la vita debba essere soffocata. Nulla può togliere alla vita poiché è quel dono che ci permette di scegliere. Paradossalmente se possiamo decidere di morire lo dobbiamo alla vita, è la vita la più grande fonte di libertà giacché ci consente di decidere; quando la fonte di libertà viene meno, dunque la vita viene meno, anche la stessa libertà si affievolisce. L’esistenza si scontra con la Legge, lì, nella fonte di libertà, nasce il fuoco (grazie alla Legge), che è la libertà stessa, dove il vento delle nostre passioni e inclinazioni può estinguere. La libertà ci fa uomini migliori e non più spavaldi; essa ci rende forti, non più deboli;
ci aiuta a lottare, non a scappare; essa ci aiuta a vivere, non a morire. La libertà crea speranza. E per tutti coloro che parlano di «morte dignitosa» gli direi che non esiste dignità senza un terzo elemento. In altre parole, muoio dignitosamente se muoio per qualcosa e vivo fino in fondo per essa. C’è il soggetto (colui che vive), l’oggetto (ciò per cui vive) e il rapporto tra i due, il legame (ciò che rende il tutto dignitoso). Morire dignitosamente non vuol dire morire bene, allo stesso modo morire in maniera non dignitosa non vuol dire morire male; e chi dice che la sofferenza debba cessare con la
morte?. Egli è morto perché l’hanno convinto che la sofferenza è più forte della vita. La luce di ieri sera ricomincia a splendere, a scatti, come lucciola di campagna, quando leggo alcuni versi della poesia di Fernando Pessoa, il bibliofilo: «Alla vita non aggiungerei né toglierei/ niente, nessun gesto mio darebbe un gesto/ in più al suo Amore profondo». Sono convinto nel cuor mio che tutto cesserà, tutto avrà il suo valore nel bene e nel male, tutto verrà ricordato in nome di una verità che non appartiene al nostro essere poiché il nostro essere è imperfetto. Tutto cesserà, la tempesta finirà e il fuoco arderà, malgrado tutto!

Note dell’autore: questo articolo sfiora temi che la sola ragione non può risolvere. Alcuni concetti che ho cercato di definire meriterebbero molta più carta ma per rendere l’articolo il più possibile leggibile ho cercato di eseguire una sintesi accurata. Come dice il titolo questa è una riflessione e come tale va considerata. Non voglio inculcare nessuna verità, ma l’obiettivo è quello di accompagnare il lettore a riflettere su alcuni elementi di massima rilevanza.

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