Vi dico perché chi vuole rimuovere il crocifisso dalle scuole è ignorante o in malafede

di Andrea Esposito

Ormai è il mantra dei governi di Sinistra (sì, sto parlando anche del Movimento 5 Stelle). Ogni volta che i “rossi” salgono al potere c’è sempre il genio di turno che invoca alla laicità dello Stato (legittimo, per carità) e alla rimozione del crocifisso nelle aule di scuola (decisamente meno). Questo mese il menù giallorosso ci propone Lorenzo Fioramonti, Ministro dell’Istruzione in quota grillina che, dopo essersi distinto per le gesta da Green Hero e paladino dell’ambiente con tanto di circolare che invitava gli istituti scolastici a giustificare le assenze per chi avesse preso parte alle manifestazione contro i cambiamenti climatici, oggi ci delizia con questa perla sempreverde del copione della sinistra progressista. “Il crocifisso va rimosso, è una questione divisiva, meglio appendere una cartina del mondo con dei richiami alla Costituzione.” E allora se non si vuol rimanere nell’ambito culturale, soggettivo, ideologico perché non passare proprio al livello oggettivo, al piano giuridico, alla nostra carta fondamentale insomma.


Cosa ci dice la Costituzione in merito?


La carta fondamentale parla chiaro e richiamando l’articolo 3, zoccolo duro del principio di eguaglianza (“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione…”), traspone pienamente quest’ultimo nell’articolo 8, primo comma : “Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge.” L’articolo 19 rinforza il dettato dei principi fondamentali e asserisce: “Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume e all’ordine pubblico”.
Quindi la Repubblica si impegna a tutelare senza distinzioni la presenza sul territorio di tutte le confessioni religiose diverse da quella cattolica, considerando la libertà di fede come patrimonio collettivo del pluralismo confessionale che va riconosciuta a chiunque risieda nel territorio nazionale, cittadino o straniero.


“Laicità all’italiana”, che cos’è?


Il nocciolo della questione è sicuramente la laicità dello Stato italiano, che con la sua invocazione molti intellettuali e politici nostrani credono di sedersi automaticamente su di un piedistallo culturale immaginario, sovrastante la massa di bigotti che, secondo la loro narrazione, sono gli italiani. Ma allora l’Italia è uno Stato laico? Certamente e lo si può facilmente comprendere, in maniera implicita, dagli articoli sovraesposti. Così come si evince dall’articolo 7 primo comma (“ Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”) o dal nuovo Concordato di Villa Madama del 1984 che supera il principio confessionista della religione di Stato. Ma c’è un ma. Se tutto ciò lo si può considerare implicitamente, la Costituzione italiana pur sancendo il divieto di discriminazione religiosa, non definisce mai esplicitamente lo Stato italiano come “laico”, come avviene in altri ordinamenti (ad es. l’art 1 della Costituzione francese dichiara apertamente che la Francia è una Repubblica laica). Ecco perché si parla di “laicità all’italiana”. Di una laicità positiva, ove non vi è una forma di indifferenza e neutralità dello Stato bensì una valutazione favorevole del fenomeno religioso cui segue una serie di interventi in positivo, a sostegno delle attività religiose che sono interesse dei cittadini meritevoli di tutela dal nostro ordinamento, sancito anche dalla Corte Costituzionale. Non vi sono leggi che pongono divieti a simboli religiosi perché contrarie alla natura stessa dell’ordinamento giuridico a differenza ad esempio della Francia dove il principio di laicità viene accolto in forma rigorosa con leggi che proibiscono agli studenti di elementari e superiori di indossare simboli o abiti attraverso i quali la loro affiliazione religiosa emerga in modo palese.


Cosa dicono i tribunali e le corti in merito?


I casi giudiziari e le pronunce dei giudici nazionali sono molte su tale questione. La stragrande maggioranza volge verso la contrarietà alla rimozione del crocifisso nelle aule scolastiche perché non intacca la laicità dello Stato. Basti pensare alla pronuncia del Tribunale civile dell’Aquila del 31 Marzo 2005 che considera “l’esposizione pubblica del crocifisso non come eredità del principio confessionale ma come espressione della civiltà e cultura cristiana e perciò patrimonio universale dell’umanità”, nonché “simbolo dell’identità nazionale e del patrimonio tradizionale dell’Italia”.
Ma il caso emblematico è quello di Abano Terme del 2002 in cui la signora Soile Tuulikki Lautsi, di origini finlandesi, ha richiesto alla scuola media frequentata dai figli di rimuovere il crocifisso dalle aule, rivolgendosi al TAR del Veneto. Quest’ultimo si è pronunciato nel 2005 rigettando il ricorso ed evidenziando che “il crocifisso non è semplicemente il simbolo della religione cristiana, ma costituisce fattore di un’evoluzione storica e culturale, simbolo di un sistema di valori di libertà, eguaglianza, dignità umana, tolleranza religiosa, finendo per rappresentare lo stesso principio di laicità dello Stato”. Tale sentenza fu rimarcata anche da una pronuncia del Consiglio di Stato del 2006, a favore della presenza del crocifisso nella aule scolastiche. La signora Lautsi, non contenta, ha portato il caso contro l’Italia dinanzi alla Corte europea per i diritti dell’uomo, che in primo grado ha dato ragione alla finlandese ma tale sentenza è stata ribaltata in secondo grado nel 2011. La Grand Chambre, con 15 voti a favore e 2 contrari, ha assolto definitivamente l’Italia ritenendo il crocifisso un “simbolo passivo”, non associato a forme di insegnamento religioso obbligatorio o a pratiche religiose coercitive, e che non impedisce agli alunni di altri culti di portare simboli della propria religione.

Quindi, purtroppo per voi, la laicità dello Stato non implica la conseguente eliminazione della millenaria cultura cristiana, fondatrice dell’Europa e dell’Italia in tutte le sue forme, dall’arte alla letteratura (o dovremmo vietare lo studio della Divina Commedia?), dalle tradizioni, alle festività e persino al linguaggio. Istanze che dovrebbero essere portare avanti dalla Chiesa e che invece riconosce nelle parole di Fioramonti, attraverso Michele Pennisi (arcivescovo di Monreale, voce della Chiesa italiana), non la minaccia nei confronti della religione ma nella possibilità dell’ex Ministro dell’Interno di poter sfruttare tale occasione a suo vantaggio, contro il governo. D’altronde qualcuno in classe vorrebbe avere appesa qualche gigantografia di filosofi o “”eroi”” rivoluzionari (a pugno chiuso) del passato o del presente, magari proprio della piccola Greta. Chissà, forse un giorno.
Ecco allora il motivo per il quale, miei cari intellettuali, ignorate la legge e la cultura o, come io credo, siete spudoratamente in malafede.

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