Vince sempre la morte. Ma perché?

Di Manuel Berardinucci

Diceva Emil Cioran che “Vi è qualcosa di sacro in ogni essere che non sa di esistere, in ogni forma di vita indenne da coscienza”. Ed in effetti ogni forma di esistenza, umana, animale o vegetale, sviluppata o non sviluppata, consapevole o no, dovrebbe vedersi riconosciuto il sacrosanto diritto alla vita, il più elementare di tutti. Un concetto condivisibile trasversalmente, avrei ragione di ritenere… invece non è così. Nelle Nazioni più “progredite e civili” del Globo, infatti, quest’idea è diventata retaggio oscurantista e sovversione reazionaria. Le ultime due vittorie del Partito Unico Mondiale della Morte, sono avvenute, rispettivamente, in Italia e in Australia. Nel nostro Paese che, almeno dal 1978 è specializzato in politiche mortifere, la Corte Costituzionale (sostituendosi al pavido Parlamento) ha decretato che nonostante (loro dicono “ai sensi”) l’articolo 580 del Codice Penale  preveda la reclusione per chi istiga, rafforza o agevola una volontà suicida, non è punibile chi collabora alla volontà di infliggersi la morte da parte di un soggetto tenuto in vita da trattamenti di sostegno
vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche. In parole semplici, in Italia, si è approvata l’eutanasia.  Tale decisione si inquadra in un più ampio presunto diritto alla morte il quale, potrebbe pure esistere nella sfera individuale, del che io comunque dubito, ma che di certo non può essere materia Statale. Lo Stato ha il dovere, sempre e comunque, di affermare, agevolare e promuovere, il primo dei diritti, quello alla vita. Uno Stato dispensatore di morte ha fallito la propria missione. Inoltre chi ha osservato e compreso il braccio lungo del progressismo, sa che esso non conosce sazietà e dal suicidio volontario per pazienti in gravi condizioni, sarà facile arrivare a malati di minor gravità, finanche ai depressi ed infine all’eutanasia imposta, come nel caso del povero Charlie Evans.

Dall’Australia arriva invece una novità ancor più grave a mio avviso (ma sulla quale l’Italia è già avanti da un bel po’): il Galles del Sud, unico dei suoi Stati a non aver ancora ceduto alla morte fino a poco fa, ha decretato la possibilità di abortire fino alla ventiduesima settimana e, udite udite, anche oltre, se due medici lo riterranno opportuno. Sull’aborto ho già scritto parecchio, ma basta una considerazione per smontare tutta la retorica mortifera: mentre nel caso dell’eutanasia i paladini del finto progressismo possono fingere di preoccuparsi della libertà di autodeterminazione individuale, in quest’altra casistica non è possibile. Infatti benché essi spaccino l’aborto come il diritto della donna di disporre come ritiene del proprio corpo, la realtà è che esso si traduce come la libertà di porre fine alla vita di un terzo soggetto. E’ giusto che una madre disponga della vita del figlio fino a decretarne la possibilità di vita o di morte? Tuttavia per approfondire la tematica, che non voglio specificatamente trattare in questa sede, vi linkerò in fondo un mio articolo approfondito*.

Vorrei ora ritornare al titolo del mio scritto, “Vince sempre la morte. Perché?”. Fino ad ora ho presentato le sue  più recenti vittorie e tentato di spiegare perché esse sono errate. E’ arrivato ora il momento di cercare la comprensione del motivo che spinge l’Occidente in questa direzione. A mio parere le cause sono due, una di ordine etico e l’altra di origine economica. Quella etica punta alla totale deresponsabilizzazione dell’individuo, inteso come automa alla ricerca del piacere e alla soddisfazione dei propri più bestiali bisogni. E dunque alla vita, che spesso può essere sofferente e pregna di sacrificio, è preferibile la morte o addirittura la morte dell’altro, del figlio da crescere o del parente malato di cui prendersi cura. Soli in eterno, senza doveri verso questo o quello, poichè tanto ci penserà lo Stato a liberarmene. Il movente di carattere economico è ancor più terrificante. Alla luce di quanto accade nel mondo, ad un occhio lucido non sfuggirà che la vita umana è da tutelare soltanto quando parla, agisce e decide autonomamente e dunque CONSUMA. Ebbene sì, l’unico con diritto di esistere è il perfetto consumatore al servizio della mentalità produttivista. Al contrario un malato o un bambino richiedono cure e assistenza anche dallo Stato Sociale, rappresentando un Costo eccessivo agli occhi di vive all’insegna del profitto.

“Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio; similmente a nessuna donna io darò un medicinale abortivo.”

Antico Giuramento di Ippocrate

* http://giovaniadestra.it/2019/06/15/aborto-riflessioni-non-conformi/

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