2019 – La crisi delle democrazie

di Simone Casi

Spagna, Israele, Regno Unito, e a seguire Francia, Germania, Italia, Stati Uniti. Cos’hanno in comune tutti questi paesi, queste grandi nazioni che da sempre hanno determinato i destini del mondo? Semplice, la crisi della democrazia occidentale che da alcuni anni a questa parte li sta progressivamente paralizzando, subdolamente conducendoli verso il baratro.

Il 2019, che si voglia o no, entrerà nella storia come “l’anno della Crisi Democratica”: il punto che, volenti o nolenti, segnerà per tutti noi una svolta. Il mondo della politica non è mai stato così diviso e polarizzato come adesso; paradossalmente è proprio nell’epoca posteriore allo sfascio del comunismo e al declino del capitalismo che gli animi sono più infiammati che mai. Nuove idee vengono concepite, nuove dottrine vengono dettate, nuove proposte vengono avanzate, nuovi sogni vengono venduti. Sembra tutto così bello a parole, giusto?

Già, troppo per essere vero. Negli ultimi tempi si è assistito ad una lenta ma costante radicalizzazione delle posizioni politiche, sia a destra che a sinistra: è venuta meno la volontà di scendere a compromessi, di stringersi la mano e collaborare per il bene del proprio Paese. Oggi i politici non pensano più alla Nazione che dovrebbero guidare, ma solo all’interesse loro e del loro partito (se va bene), mentre i comuni elettori vengono lasciati a scannarsi a vicenda su questioni ideologiche, con una discordia che era da decenni che non si vedeva, la cui rinascita ed espansione è stata favorita in maniera capillare dai social network, veicolo di propaganda e diffusione delle idee (purtroppo, sempre più spesso, di quelle sbagliate).

Nella politica non c’è più logica, non c’è più riflessione, non ci sono più previsioni e progetti a lungo termine, e i risultati si vedono. In America i democratici si scagliano ora più che mai con inaudita e aspra violenza contro il meno che perfetto ma pur sempre il democraticamente eletto Donald Trump, in Inghilterra i favorevoli e i contrali alla Brexit fanno un durissimo muro contro muro mentre a Bruxelles se la ridono, la Spagna è in preda all’ingovernabilità e lo sarà pure dopo la quarta elezione in quattro anni, in Italia “antisalvinismo” e “ius culturae” (altrimenti noto come “ius soli”, la cui sostanza cambia poco) sono diventate le parole d’ordine di una sinistra che pensa più a tenersi disperatamente in vita che ad adottare politiche davvero utili al paese e ai suoi problemi, e in tutta Europa la sempre maggiore instabilità e insicurezza sta ridando ossigeno ai movimenti micro-nazionalisti e separatisti (Catalogna e Scozia in primis); e si potrebbe continuare. Si pensa solo al qui e subito, e non al poi e al dopo.

Il problema è che il poi e il dopo, per quanto non lo si desideri, arriveranno, e non si potrà fare nulla per impedirlo, e a quel punto essere di destra o di sinistra conterà ben poco. Non ha senso ignorare i problemi o, al contrario, stigmatizzarli, se poi si fa poco o nulla per risolverli (vedasi l’argomento immigrazione: dallo spudorato negazionismo PD ai duri provvedimenti dei leghisti al governo, che tuttavia per varie ragioni non hanno concluso un granché in quest’ultimo anno e mezzo).

Verrebbe quasi da dire “si stava meglio quando si stava peggio”. Ma, ahimè, è bene ricordare che al peggio non c’è mai limite, e bisognerebbe rendersi conto di una cosa all’apparenza semplice, ma che non tutti (anzi, quasi nessuno) paiono voler capire. Gli abitanti d’uno stesso Paese, siano di destra o di sinistra, sono costretti a vivere tutti assieme, e in una Nazione come quella italiana, storicamente sempre divisa e frammentata su ogni cosa, l’arte del compromesso dovrebbe ormai essersi radicata e, se non bene accetta, almeno assimilata.

Ma mai come oggi il compromesso è rifiutato, gli accordi e le comuni soluzioni scansate; o si fa come dico io, oppure nulla! Di abbandonare i preconcetti e mettersi al tavolo per collaborare non si parla neanche, e ci dev’essere una risposta univoca ad ogni cosa, il cui tenore ovviamente cambia a seconda di chi è che la espone.

Sono proprio questi principi ad essere sbagliati, innaturali, ma nessuno si azzarda a volerlo dire. Perché a fare solo come vuole uno si rischia grosso, e a forza di inamovibili polarizzazioni si rischia di arrivare solamente a due epiloghi, entrambi tragici e a noi ben noti: o la dittatura… o la guerra civile. E nel primo caso, che il terrore sia nero o rosso sempre di terrore si parla, mentre nel secondo poco conta la fazione che si sceglie, poiché rappresenterà comunque il clamoroso fallimento di un’esperienza che sarebbe dovuta essere comune a tutti noi e, per questo, unificatrice.

E quindi una domanda di fondo rimane: come è possibile che la democrazia, che dovrebbe essere il mezzo per unire una grande Nazione, riesca invece a spaccarla così violentemente?

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