Hong Kong, il Kurdistan e i micro-nazionalismi – Diritti e pericoli

di Simone Casi

Mentre Hong Kong e il Kurdistan gridano disperati il proprio diritto all’autogoverno e l’Occidente sta a guardare, gli indipendentisti catalani e scozzesi si leccano le ferite e attendono, come ormai hanno ben imparato a fare.

E non sono i soli: altri movimenti separatisti, per ora dormienti, analizzano attentamente la situazione e si domandano se non sia il caso di prepararsi ad ogni evenienza. Ora più che mai, in quest’Epoca delle Libertà, è normale, quasi naturale che ogni popolo, ogni singola minoranza chieda, anzi esiga di autodeterminarsi, in Europa come in Asia (e come, del resto, in ogni parte del mondo). Ma questo fenomeno divisorio, questa tendenza centrifuga presente in quasi ogni paese, è in sostanza un bene o un male?

Era il lontano 1918 quando Woodrow Wilson formulava i suoi Quattordici Punti davanti al Congresso degli Stati Uniti, con i quali gettava le basi per il principio di Autodeterminazione dei Popoli, valido oggi più che mai. Ogni popolo, in base a questo principio, ha il diritto di autogovernarsi e decidere del proprio destino e, se oppresso da una potenza straniera, di ottenere l’indipendenza o, quantomeno, una certa forma d’autonomia. E’ il picco massimo del progressismo, l’apoteosi della democrazia!

Ma questa è la teoria. Nella pratica non esiste infatti un singolo Stato già in essere che sia disposto ad accettare una cosa del genere, oggi ancora meno che nel Novecento. Le Nazioni, come scritto in molteplici costituzioni (come la nostra, per esempio), sono uniche e indivisibili, e l’incitamento e i tentativi di separatismo o di sovversione dell’ordine costituiscono un reato grave. E’ un controsenso: se si approva il diritto all’autodeterminazione, perché poi limitarla così fermamente nella pratica? Le cause sono molteplici, ed è il caso di analizzarle.

La prima, ed è quella che salta subito all’occhio, è di stampo politico: Stati piccoli e locali come possono sperare di tenere testa o anche solo di stare al passo con le altre potenze? Prendiamo come esempio la Spagna, dove la Catalogna è solo l’ultimo dei movimenti indipendentisti alla riscossa. Essa non potrà mai conquistarsi l’indipendenza (in modo costituzionale), poiché se le venisse concessa nel paese s’innescherebbe un pericolosissimo effetto domino: dopo la Catalogna infatti la richiederebbero come minimo i Paesi Baschi e l’Andalusia, le altre regioni con le tendenze più indipendentistiche, e non è detto che anche altre zone non lo facciano. Tanti piccoli Stati messi insieme non riuscirebbero mai a reggere il confronto con le superpotenze attuali, e la zona sarebbe irrimediabilmente destabilizzata, correndo il concreto rischio di trasformarsi in una nuova Jugoslavia.

Sempre parlando della Catalogna si può citare la seconda causa, ovvero quella economica. Non è un caso che Barcellona aspiri a staccarsi da Madrid, poiché una bella fetta di PIL della Spagna (quasi il 20%) proviene proprio dalla Catalogna, i cui abitanti tendono a percepire il resto del paese come un fastidioso peso sulle proprie spalle, un buco nero che inghiotte senza mai fermarsi i soldi che gli sono inviati. La Catalogna è ricca, mentre il resto della Spagna non viene percepito tale, ragione in più per i contendenti di continuare la lotta. Non sempre la questione economica entra in gioco con i separatismi (vedasi il Kurdistan), ma spesso gioca la propria fondamentale parte.

Ma la terza causa, forse quella più importante di tutte, è quella della stabilità interna ed esterna. Uno Stato, più riesce ad essere forte e a controllare il proprio ordine pubblico, più riesce a dare una chiara immagine di sé tanto ai propri cittadini quanto alle altre Nazioni, guadagnandone così in sicurezza ed in prestigio. E concedere ad una parte di territorio di separarsi, che sia in maniera pacifica o violenta, dà comunque un segno di debolezza, e l’atto vuole chiaramente dire “non siamo più in grado di controllare questo territorio, così lo lasciamo andare per conto suo.”.

Questi sono i principali motivi dell’ostilità centrale verso i movimenti separatisti, ed in fondo è anche naturale che sia così. Ma quindi, se volessimo dare una risposta univoca, i micro-nazionalismi sono un bene o un male? Sono movimenti da apprezzare e da sostenere, sì o no?

In realtà si possono dare entrambe le risposte: il no per i motivi che sono stati appena esposti, il sì in base al Principio di Autodeterminazione e alla libertà di scelta, sia individuale che collettiva. Non si deve dimenticare che spesso i micro-nazionalismi sono animati anche da enormi differenze culturali tra il popolo dominatore e il popolo dominato, che quasi sempre vengono usate come pretesto (giustificato) per il separatismo. Esempi plateali ne sono la Scozia, la Catalogna, i Paesi Baschi, la Corsica e il Kurdistan. I curdi in particolare risaltano poiché è da sempre che viene loro negato l’autogoverno, qualsiasi sia l’entità statale con cui si trovano a doversi confrontare.

Tuttavia c’è un eccezione, ed è Hong Kong. Sì, è stata per lungo tempo colonia del Regno Unito, ma ciò non ha mai cancellato e non cancella tutt’oggi la sua identità prettamente cinese. Ciò che anima la protesta è invece quasi del tutto la politica, se non proprio la volontà democratica stessa: come può del resto una città che – nei limiti del colonialismo – ha sempre conosciuto un certo grado di libertà e benessere passare come se nulla fosse ad un regime comunista famoso per i soprusi e la privazione delle libertà fondamentali ai propri cittadini? Semplice, non può, non senza resistere e, se necessario, combattere.

Hong Kong è inoltre un importantissimo polo commerciale e finanziario, e non sono pochi a temere che il suo assoggettamento alla rigida politica economica di Pechino possa avere ripercussioni drammatiche. E’ da citare un articolo apparso qualche tempo fa su “Il Manifesto”, dove si afferma non solo che Hong Kong dovrebbe farsi riannettere alla Cina senza proteste, ma che addirittura dovrebbe essere la città stessa a spingere con insistenza per tale soluzione, poiché secondo l’autore la sua ricchezza sarebbe puramente casuale e deriverebbe unicamente dall’importanza della vicina Shenzhen, sita poco lontano in territorio cinese e fatta sviluppare proprio per rivaleggiare con la “straniera” Hong Kong. Quindi, in parole povere, Hong Kong da sola fallirebbe, mentre controllata dalla Cina no.

E’ una retorica spicciola, si direbbe anche un tantino poco credibile. Sì, di certo rimarrebbe una zona prospera, ma a che prezzo? I suoi cittadini verrebbero privati della libertà di voto, di stampa, di parola. E nel 2019 non è tollerabile, né in Cina né in altri paesi, che le persone non possano votare, scrivere e dire ciò che più gli piace.

Il separatismo è un fenomeno delicato e complesso, che ha sempre accompagnato l’uomo e sempre lo accompagnerà finché esisteranno gli Stati. Ma è un bene o un male? Dipenderà sempre da noi stessi, e a seconda se saremo quelli che vogliono rimanere o quelli che vogliono staccarsi allora cambierà la risposta. Una possibile soluzione potrebbe essere il federalismo di stampo statunitense, ma nelle condizioni attuali è un’utopia anche solo sperarlo.

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