L’eredità di Roma antica

di Claudio Usai

Dopo la conclusione della straordinaria vicenda storica dell’Impero Romano, con il passare dei secoli la nostra Capitale è diventata un autentico punto di riferimento ideale di emozione e di memoria collettiva, non solo italiana ma del mondo. Molteplici sono i modelli politici e ideali che Roma ha lasciato in eredità come exempla d’ispirazione per i posteri. La lingua è un esempio su tutti: la maggior parte degli idiomi che si parlano in Europa e in gran parte del mondo sono nientemeno che l’evoluzione del latino con tutte le sue derivazioni geografiche; anche l’eredità del greco antico nella sua forma più poetica appartiene a quella esperienza, perché anch’essa riguardò le vicende del cosiddetto Impero bizantino, che non era altro che l’erede di quello d’occidente. Roma unì tutta l’era antica, fondendo a sé tutte le civiltà euromediterranee esistenti.


Il lessico simbolico, religioso, militare, scientifico e politico, del diritto, l’evoluzione di nuove forme letterarie o artistiche, il dibattito universale sulla struttura istituzionale: monarchica, repubblicana o imperiale, che scatenò i rivolgimenti dei secoli XVII° e del XVIII° secolo, sono ancora oggi saldamente parte di una cultura universalmente europea. Il solco tracciato dall’aratro romano fino all’età di Costantino e all’età cristiana creò la forma politica ideale fondata sul teorico «governo dei migliori».

Il concetto di Virtus, il complesso di valori proprio del buon cittadino e del dovere verso lo Stato fu la prima prerogativa dei magistrati di Roma. L’Honos che richiamava il consenso del popolo destinato a sfociare negli honores, le cariche cittadine più importanti. Gli obblighi verso la res publica e i pubblici oneri furono dei principi imprescindibili che condizionarono a lungo i politici romani. Nonostante l’ambizione, la corruzione e la violenza, questi ideali sopravvissero; e a porvi fine potrebbe essere solo il graduale imporsi di una funzione meramente economica e capitalistica che attraverso i secoli ha cercato di imporsi assolutisticamente, in modo da autogiustificarsi.


La civitas, la cittadinanza, che si allargò fino ad abbracciare idealmente l’intera popolazione dell’impero riguarda una di quelle importanti eredità dei nostri illustri progenitori. Anche l’universalismo sopravvisse come principio fondamentale ben oltre la fine dell’età romana; ciò accadde perché si trattò di un “sogno” che era stato il frutto di una chiara concezione ideologica imperiale. Solo Roma seppe veramente aprirsi a qualunque suddito e abitante che divenne poi cittadino dell’impero.

L’Urbe ebbe la capacità di chiamare a sé ogni realtà: prima tutta la penisola italica, poi tutto il resto del mondo; per prima cosa fu capace di fare dell’Italia tutta Roma stessa, stabilendo con il proprio il potere lo stesso tipo di rapporti fra lo Stato e gli abitanti italici; poi il genio politico fu inventore dal nulla di una nuova concezione originale del diritto di cittadinanza. Roma seppe difendere le sue leggi e i suoi usi e costumi, rispettando ogni singolo particolarismo giuridico, religioso o culturale presente nell’orbe; allo stesso tempo non rinunciò ai propri fermenti ideali necessari alla realizzazione quella città ideale in terra, che si contrapponeva alla città di Dio, che caratterizzerà il pensiero della successiva era cristiana.

Se il primo di questi grandi temi rappresenta una delle idealità politiche più alte e autenticamente fondanti per l’Occidente intero, il secondo vede Roma creare, conciliandola sapientemente con l’autonomia locale delle leggi e dei costumi, una concezione mai vista prima dello ius privatus, non unico ma duplice; questa organizzazione consentì all’Italia e al mondo di formare la prima patriam diversis gentibus unam, una patria per tutti i popoli del globo. La grandezza appena descritta contrasta con la realtà fisica che la città di Roma e l’Italia deve affrontare. Quella che fu la civitas romana non corrisponde affatto ai tentativi odierni di istituzione del cosiddetto ius soli o ius culturae.

Ai tempi dei romani la cittadinanza non si acquisiva automaticamente: le popolazioni barbare germaniche, gli orientali e i popoli africani divennero romani dopo un lungo itinerario, che passava attraverso una serie di tappe che portavano nel giro di due o tre generazioni al sentimento di romanità negli ex peregrini. Il percorso fu lento, ma costante e sapiente; la cosiddetta “lenta saggezza” che caratterizzò per l’appunto Roma. La lingua si è detto, ma anche la disciplina attraverso il servizio militare, la vita in comunità, l’apprendimento e il rispetto dello ius, delle tradizioni religiose fusesi con quelle dei nuovi credi che proliferavano tra il I° secolo a.C. e I° d.C., come ad esempio la religione cristiana. Lo schiavo di un popolo sconfitto da Roma, portato entro i confini dell’Impero, poteva sperare di diventare libertus, liberato dal suo dominus, a sua volta suo figlio sarebbe diventato cittadino romano; alla terza generazione il nipote si sarebbe sentito romano.

Roma incentivò l’immigrazione per la salute e la prosperità di un impero che era per la maggior parte spopolato, in maniera organizzata e rigidamente regolamentata. Nessun romano aprì le proprie case, i propri templi, i propri porti, i propri averi all’immigrato, almeno fino a quando il sistema romano non fu travolto da tutti i suoi lati delle sconvolgenti invasioni barbariche. Cosa diversa erano gli abitanti dell’Impero che da secoli vivevano con usi e costumi di Roma. Accettando la supremazia alle leggi dello Stato, genti diverse divennero parte di un’unica patria. Riguardo la Roma contemporanea pare invece che l’eredità degli antichi non abbia per niente influito sulla sua azione di governo e dei suoi consiglieri. Basterebbe pensare al sistema fognario ideato nella Città Eterna, passato alla storia come Cloaca Maxima, il primo esempio non solo di sistema fognario ma anche di riciclaggio, visto che la “grande fogna” permise di sanare le zone del Foro, del Circo Massimo e della Suburra, raccogliendo anche lo scarico che venivano da altre zone dell’Urbe. Se l’ingegno romano si potesse ricreare negli attuali governanti, certamente la Capitale d’Italia non sarebbe nella situazione attuale di degrado e abbandono. Cloaca non sottoterra, ma in superficie.
Tornando al discorso principale dell’articolo posso affermare che sicuramente esiste un’identità italiana che ha avuto e ha le sue radici e le sue ragioni nella Roma dei Cesari e degli Augusti.

Il fatto che ancora oggi noi studiamo o abbiamo studiato il latino, dimostra che quotidianamente ripetiamo la storia e la genealogia di quella che si può identificare come la nostra antica famiglia. E anche coloro che non lo studiano negli altri tipi di istituti scolastici sono al contrario imperniati, forse inconsapevolmente, di sapere e di tradizioni risalenti agli antichi romani. Il latino viene studiato anche all’estero, ma certamente non è uno studio proprio, perché troppo oggettivo ed estraneo e non appare allo stesso modo sincero. La stessa idea di Italia risale addirittura alla Guerra Sociale del 91 – 88 a.C.: quando i socii, gli alleati italici di Roma, conquistarono la cittadinanza e il diritto romano, tenendo testa alle stesse legioni che difendevano la perdente conservazione patrizia. Non dobbiamo dimenticarci per nessuna ragione dell’esperienza di Machiavelli che tra il XV° e il XVI° secolo d.C. costruì il suo modello politico in riferimento a quello della repubblica romana, rifacendosi agli studi di Tito Livio. Per Dante Alighieri l’ispirazione era il prototipo di Impero romano cristiano formatosi dopo le vicende di Costantino.

Quel mito si è tramandato nei secoli ed è stato imitato da tutti gli Imperi che si sono qualificati con questo titolo, da quello francese a quello inglese, finanche quello americano. Forse solamente la Cina può vantare una propria originalità, simile alla nostra. Roma ha innescato la nascita di un sentimento nazionale comune a tutti gli italiani, creando i presupposti nell’Ottocento della vittoria del Risorgimento italiano e dell’Unità.
Ma gli italiani non devono avere il complesso d’inferiorità nei confronti della grandezza di Roma.

Né devono avere il rimpianto di un’età dell’oro, ormai irrimediabilmente perduta; questo purtroppo rimane uno dei difetti più grandi del popolo italiano. Questo sentimento spesso scatena reazioni di tristezza o di nostalgia per un tempo che fu e che non potrà tornare mai più, secondo il quale tutto ciò che è avvenuto dopo la caduta dell’Impero romano sia in qualche misura assolutamente molto peggiore. Per noi deve essere un vanto ed un orgoglio appartenere in una certa maniera alla gens latina che nel mito risaliva ad Enea ed al suo viaggio verso occidente.

Spesso dell’esperienza romana rimane ciò che intendiamo e vogliamo ricordare in buona e male fede. Il fatto che il modello giuridico e amministrativo romano non sia stato solo adottato dall’Italia ma anche in Egitto, nell’Impero Ottomano, in Oriente come in Occidente, dovrebbe inorgoglire ancora di più gli italiani contemporanei, anziché svilire la memoria. Nell’oriente arabo l’eredità classica dei romani rimase più a lungo di quanto si pensa, parecchi secoli dopo la conquista musulmana. Inoltre, la storia romana ispirò le forme democratiche comunali medievali dell’Età dei Comuni. Il costume e gli usi del latino non scomparvero dopo la morte dell’ultimo imperatore romano d’occidente e nemmeno dopo la fine dell’Impero a Oriente.

Ancora nel Settecento la cultura si tramandava e si scriveva in latino; la Rivoluzione americana, francese e il Bonaparte s’ispirano a modelli giuridici romani. Nel contesto europeo c’è però una particolarità tutta italiana, siamo il popolo che ha ricevuto in eredità il più grande materiale architettonico e culturale dell’esperienza di Roma antica. Questa grandezza che ci circonda, dovrebbe ispirare i nostri amministratori e politici, non per far riapparire l’Impero sui Colli Fatali, ma per spingerli a fare del loro meglio; come il popolus romanus pretendeva che i propri magistrati operassero nel modo migliore e reagiva se ciò non accadeva, così il popolo italiano dovrebbe pretendere la Virtus e l’Honos nelle personalità che elegge per governarlo.

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