Peaky Blinders 5: quando c’è Fascismo, non si sfugge al conformismo

di Gaspare Battistuzzo

Nulla resiste al Politicamente Corretto (o corrotto). Persino una premiatissima e seguitissima serie televisiva britannica come Peaky Blinders, che in passato ci aveva abituati a scorrettezze di ogni genere, finisce per arenarsi, alla sua quinta stagione, nelle secche del mainstream culturale.


La trama, come sa chi questa serie l’ha vista ed amata, è semplice: Thomas Shelby, un gangster di Birmingham di origini gitane assurto a sfolgorante successo (ha ricevuto perfino un O.B.E. dal Re) attraverso maneggi assassinii mutilazioni, riesce ad essere eletto in Parlamento nelle file laburiste; lì, via giochi di palazzo intricati e benissimo rappresentati, fa la conoscenza di un personaggio poco frequentato dalla Storia ufficiale: Sir Oswald Mosley, il fondatore del Fascismo inglese.


Detto ciò, risulta ora forse più chiaro capire come mai una serie di grandissima arguzia, capacità filologica e spessore psicologico finisca per scadere nella stereotipia più trita e banale: quando si parla di Fascismo, l’obbiettività è un lusso che nemmeno i grandi autori possono permettersi.
Chi abbia letterariamente frequentato le sorelle Mitford qualcosa di Mosley la sa già in quanto Diana, una delle sei aristocratiche rampolle, fu appunto la seconda moglie del politico britannico, nata in una famiglia di eccentrici nella quale una figlia era innamorata di Hitler e tentò il suicidio il giorno che la Gran Bretagna dichiarò guerra al Reich, un’altra pensò di uccidere il Führer senza riuscirvi mentre un’altra ancora scappò in Spagna per unirsi alle truppe repubblicane combattenti contro Franco.


Nessuno qui vuol sostenere, si badi bene, che Mosley fosse un dolce agnellino. Egli fu un politico muscolare, che di Mussolini ammirava la forza con cui aveva combattuto socialisti e comunisti e la capacità organizzativa di grande riformatore. Mosley diede vita alle Black Shirts, le camicie nere britanniche, che indubbiamente non andavano in giro distribuendo carezze agli oppositori. Fu sempre lui ad avere come ospite d’onore al suo matrimonio, celebrato in casa Goebbels, proprio Adolf Hitler.
No, qui non si vuol rivalutare Mosley. Si vuole piuttosto denunciarne la rappresentazione macchiettistico-fumettistica in salsa Marvel che una serie come Peaky Blinders francamente poteva e doveva risparmiarci. Il Mosley dipinto come agitatore fine a se stesso, in combutta con mafie di tutti i tipi e persino dominato da una inestinguibile abiezione sessuale è, a voler essere teneri, perlomeno risibile.
Che Oswald Mosley avesse un appetito sessuale forte, è cosa risaputa, come lo è del resto di molti uomini di potere, basti pensare al ‘san’ John Kennedy idolo dei progressisti. Che Mosley avesse una storia con la sorella minore della prima moglie, risponde a verità ma come per lui anche per altri, a titolo di esempio si citi Lord Mountbatten l’amico di Gandhi, che tradì la moglie praticamente dal secondo giorno di matrimonio. Che Mosley utilizzasse la violenza delle sue Black Shirts è evidente, ciò che viene meno sottolineato è che – proprio come nell’Italia dei primi anni ’20, – la violenza Socialista e Comunista, spesso non provocata, era addirittura più efferata di quella di matrice fascista.
Peaky Blinders è sempre stata ammirata quale serie che non proponeva una moralità ma si riproponeva piuttosto di presentare dei fatti, le vite non facili di persone nate e cresciute in ambienti complessi. Quel che si è sempre apprezzato è che gli Shelby non erano giustificabili – colpevoli di atroci crimini, dalla zia Polly, ex prostituta omicida, al fratello Arthur, folle assassino affetto da sindrome bellica post traumatica, – ma erano comprensibili e le sceneggiature di Steven Knight, creatore della serie, ci aiutavano magistralmente ad indagare i moventi di questi altrimenti inaccettabili personaggi.
Dove sbaglia dunque questa quinta stagione? Proprio nel provare a fare di Tommy Shelby un paladino delle lotte sindacali e comuniste contro l’avanzata dei fascismi. Quello stesso Tommy Shelby che nella quarta serie inganna una sindacalista denunciandola in seguito alle autorità sarebbe, secondo la nuova lettura, così impegnato eticamente e politicamente da rischiare tutto per fermare ed uccidere Oswald Mosley, col solito beneplacito di Winston Churchill.
Lasciando andare che i problemi posti dal vero Mosley (e persino da Sam Calflin, l’attore che lo impersona nella serie, nello splendido discorso in campagna) erano e sono dei problemi di attualità, quali il predominio della finanza sulla politica, l’inumanità del sistema bancario, l’immigrazione incontrollata, resta il fatto che una serie altrimenti così curata non può permettersi un simile scivolone a favore del Politicamente Corretto, pena una futura scarsa credibilità per autori ed attori del cast.
Se Chesterton, Wells, Belloc ed in qualche misura persino Kipling, oltre a gran parte degli statisti inglesi d’allora, guardarono al Fascismo italiano come ad un esperimento politico interessante e stimolante, sembra puerile voler rileggere quegli anni attraverso gli occhiali dell’oggi e far finta di credere che Tommy Shelby, pluripregiudicato ed efferato criminale, divenga il paladino di una causa che in quel 1930 ben pochi riconoscevano con le medesime fattezze che le tributiamo oggi.
Fu il liberale Lloyd George a dichiarare, dopo una violenta rissa scoppiata tra Black Shirts, Comunisti e Trade Unions, che non si poteva biasimare un gruppo (le Black Shirts) se rispondeva con violenza ad attacchi violenti (Socialisti e Comunisti) tesi ad impedire un comizio legalmente autorizzato: a quanto pare gli autori di Peaky Blinders ne vogliono sapere persino più di Lloyd George.

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