Indotto agroalimentare, fiore all’occhiello dell’Italia che produce

Innovazione, sicurezza e rispetto della tradizione sono i punti di forza del settore agroalimentare che piega la crisi

In controtendenza con i recenti quanto avvilenti dati statistici riguardanti il sistema italiano, ahinoi in regressione, riportiamo le incoraggianti stime di Filiera Italia e Coldiretti, le quali raccontano di un indotto mai in grave difficoltà e, anzi, in pieno sviluppo occupazionale. Il motivo? Nessuna alchimia scacciacrisi, soltanto un’iniezione di sana fiducia; un’analisi scevra di secondi fini ideologici che serva piuttosto a rivalutare le capacità, tutte italiane, di organizzazione e innovazione, nel totale rispetto della tradizione.

Con ben 1,3 milioni di addetti, + 33,3% in 5 anni, 41,8 miliardi di euro di esportazioni con un incremento del 47,8% dal 2008, per un valore complessivo di 205 miliardi rappresentanti il 12% del PIL nazionale (dati estrapolati durante il recente Forum dell’agroalimentare italiano, tenutosi in concomitanza dell’evento Tuttofood), il settore agroalimentare italiano è l’autentico cavallo di battaglia di una nazione che, in virtù dell’ingresso monetario nell’Eurozona, ha visto sgretolare il proprio patrimonio industriale a beneficio di non ben precisati dettami economico-amministrativi. I motivi del sonoro successo sono presto detti: innovazione, qualità, competenze e appeal internazionale per un Made in Italy che incute il giusto rispetto, a tratti anche un mal celato timore (per approfondimenti: dazi americani su prodotti tipici italiani). Nonostante le difficoltà nell’adattarsi alle norme comunitarie e i perenni cambiamenti di limiti legislativi e di mercato, l’industria alimentare italiana traina l’intera economia del Paese verso il difficile obiettivo di sopravvivenza, specialmente quando a competere sono carnefici seriali del mercato, come i colossi di Pechino. Senza contare i milioni di euro detratti all’imprenditoria onesta da contraffatori e adulteratori d’ogni sorta, nostrani e non. 

La competenza, neanche a dirlo, affonda le sue radici nella ricerca e quella delle università italiane giganteggia sui palcoscenici internazionali: frequentissime sono le pubblicazioni di lavori scientifici di docenti a stretto contatto col mondo del lavoro, i quali sono in costante aggiornamento grazie al quotidiano impegno di divulgazione e collaborazione con atenei di tutto il mondo. L’affermarsi della qualità come obiettivo ultimo, intesa come la capacità di soddisfare le esigenze implicite ed esplicite di un consumatore, insieme all’imprescindibile sforzo fatto per raggiungere l’assoluta sicurezza igienico sanitaria degli alimenti, rendono i prodotti italiani leader in tutti i settori: primario, come selezione e raccolta materie prime, secondario se intendiamo la trasformazione (ci sia concesso: il cuore pulsante dell’agroalimentare) e terziario, dove i vincenti esperimenti di marketing e gli ormai collaudati canali distributivi vengono curati in ogni dettaglio.

Il mix viene coronato dal sempreverde concetto di tradizione, l’unico che riesce ancora a fare da collante tra le genti, in barba all’incontestabile uniformazione massiva del mercato. L’Italia che vince è dal campo alla tavola e attualmente non conosce crisi. Uno spunto che serve a riflettere, nella fattispecie, e a non dare per spacciato il nostro sistema di sviluppo a fronte di “competitors” internazionali che sembrano fagocitare interi segmenti, con prezzi stracciati e livellamento sempre più in basso della qualità.  

Marco Cozzolino

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