ANALISI | IL FENOMENO MAFIOSO DALLA SICILIA POSTUNITARIA ALLA ROMA ODIERNA

di Pietro Tidei da Cicuta

Fino a pochi decenni fa alcuni sostenevano che la mafia non esistesse, che fosse “un’invenzione dei media”. Ma negli ultimi trenta anni, in seguito agli omicidi di illustri personaggi e al patrimonio di informazioni condiviso con i cittadini, non è più possibile ignorare questo fenomeno, le sue evoluzioni, il suo linguaggio e i meccanismi da cui è regolato. Di qui la nascita dei movimenti antimafia, come Libera di Luigi Ciotti, e, soprattutto, l’esemplarità delle strutture di lotta al crimine organizzato in Italia, come DIA e DNA.

Le forze dell’antimafia in Italia sono considerate le migliori al mondo, altamente capaci di adattarsi ogni volta che la mafia abbia mutato una sua modalità d’azione, una sua faccia, un suo posto: la mafia di oggi non è quella delle bombe ai magistrati, dei rapimenti, dei bambini sciolti nell’acido, ma è legata all’odierna fase storica del capitalismo e alla corruzione nell’ambito della Pubblica Amministrazione, spesso al servizio dei clan. Nonostante la nostra buona reputazione, alcuni, come Giovanni Melillo, procuratore aggiunto di Napoli, hanno sottolineato alcuni punti deboli dell’Italia, come “l’incapacità a dare attuazione a obblighi assunti in Europa quando ha stipulato convenzioni internazionali di assoluto rilievo”.

Si aggiunga, a questo, l’assenza di interventi decisivi dello Stato in materia, la sua inefficacia nell’occupare e sfruttare al meglio gli spazi sottratti alle mafie. Un modello “perdente”, se confrontato con quello della criminalità organizzata, “vincente” per molta gente, grazie alle sue mille risorse che appaiono più forti e numerose di quelle statali. Basti pensare al modo in cui la mafia è nata, creando un sistema parallelo a quello statale, nelle campagne del meridione, con figure che, a causa della mancanza dei diritti di proprietà, vendevano protezione con metodi extralegali.
Già nel 1875 si avvertiva l’esigenza di disporre di mezzi straordinari per la manutenzione della pubblica sicurezza. Sono questi gli anni delle inchieste in Sicilia e dei primi patti Stato-Mafia tra la politica e le società segrete preesistenti all’Italia unita, del trasformismo, della trasformazione dei partiti in gruppi di interesse, del “ministro della mala vita”, così Salvemini definì Giolitti, con il suo monitorare le elezioni, la politica. A differenza di quanto sostenuto da molti, la mafia non ha mai avuto regole e onore; anzi, secondo quanto riportato nell’inchiesta conoscitiva redatta da Bonfadini, “non ha statuti, non ha compartecipazioni di lucro, non tiene riunioni, non ha capi riconosciuti, se non i più forti e i più abili. Ma è piuttosto lo sviluppo e il perfezionamento della prepotenza diretta ad ogni scopo di male; è la solidarietà istintiva, brutale, interessata, che unisce a danno dello Stato, delle leggi e degli organismi regolari, tutti quegli individui e quegli strati sociali che amano trarre l’esistenza e gli agi, non già dal lavoro, ma dalla violenza, dall’inganno e dall’intimidazione”.

La mafia si è spesso presentata come un fenomeno eccezionale
, da combattere in maniera mirata; in realtà, si tratta di un sistema ciclico di organizzazioni criminali segrete volte al controllo e al governo di un territorio e all’accumulazione di risorse economiche, che usano la forza fisica per farsi rispettare. Circa cento anni dopo le prime inchieste, negli anni ’70 del Novecento nasce a Roma la Banda della Magliana. Prima di allora non vi era coordinazione tra i vari gruppi malavitosi che gestivano i quartieri, la cui economia si basava su piccoli furti, spaccio, prostituzione, gioco d’azzardo.

In questo contesto si inserisce il cartello criminale francese dei Marsigliesi, che avevano visto a Roma la possibilità di estendere il loro business. Questi ultimi gestivano gli affari più lucrosi, come il traffico di stupefacenti o i sequestri di persona, ma i loro massimi esponenti, Bergamelli, Berenguer e Bollicini, uscirono di scena nel 1976, per mano del magistrato Vittorio Occorsio, che stava indagando i rapporti tra criminalità organizzata, massoneria deviata e esponenti del mondo politico volti a creare un governo forte e autoritario, escludendone i comunisti, sulla base di una strategia del terrore.

La fine dei Marsigliesi

Dopo la scomparsa dei Marsigliesi a Roma, fu Nicolino Selis, sull’esempio di ciò che Raffaele Cutolo stava facendo a Napoli, ad ideare l’unificazione delle diverse batterie sparse nei quartieri romani, escludendo dal territorio infiltrazioni di altre organizzazioni: è questa l’origine della Banda della Magliana. In breve tempo, un pugno di banditi di borgata riesce ad avere il controllo di Roma, con obblighi di solidarietà ed esclusività, ma il desiderio di potere di ognuno, li porta all’autodistruzione: nel 1990, in seguito agli assassinii di Franco Giuseppucci, Danilo Abbruciati ed Enrico de Pedis detto Renatino, crolla definitivamente il nucleo fondatore della Banda. Fondamentali sono state le confessioni del pentito Maurizio Abbatini, che hanno reso possibile l’”Operazione Colosseo”, con ben sessantanove ordini di cattura firmati. Il 3 ottobre 1995 iniziò il Maxiprocesso, in cui la Corte d’Assise, presieduta da Franco Armato, dichiarò la presenza a Roma di un’associazione a delinquere di stampo mafioso. Le numerose indagini seguite hanno portato, con l’operazione Mondo di Mezzo, nel 2014, a riconoscere l’esistenza di Mafia Capitale, capeggiata da Massimo Carminati, ex NAR e presunto appartenente alla Banda della Magliana, arrestato insieme ad ex amministratori locali, manager di municipalizzate e imprenditori.

Il 14 settembre 2011, Carminati aveva incontrato Salvatore Buzzi per creare una nuova associazione mafiosa con lo scopo di far eleggere e collocare “soggetti affidabili”. Da queste indagini emerge un nuovo volto di Roma, non una semplice città d’arte o di storia, ma la facciata di un mondo velato costituito dall’intreccio di traffici, delitti e truffe: un mondo trasparente, ma solido e potente, gestito da estremisti di destra di due generazioni, con la complicità di uomini della sinistra. Sembra essere coinvolta tutta la politica romana, il sindaco Ignazio Marino, i consiglieri Caprari, Coratti, Pedetti, Tredicine.

Il municipio X, quello di Ostia, viene sciolto, e Franco Gabrielli è nominato commissario straordinario. Sono stati rilevati appalti per decine di milioni di euro a società collegate a Carminati, in cambio di tangenti per centinaia di migliaia di euro: il procuratore aggiunto Michele Prestipino ha parlato di un patto “corruttivo-collusivo”. È così che Carminati e Buzzi controllavano Roma, sostituendosi alle istituzioni, sfruttando la politica, la violenza, la corruzione. Solo l’11 settembre 2018 i Giudici della Corte d’Appello riconoscono il 416 bis: la Capitale è impregnata di mafia e non di semplici bande criminali, come sostenuto dal giudice Claudio Tortora. Questa presenza è forte soprattutto nelle zone periferiche o nelle zone di raccordo e/o snodo: l’aeroporto di Fiumicino, il litorale di Ostia, in riferimento al quale si parla di “economia del mare”.

Proprio ad Ostia si costituì il nucleo principale della Banda della Magliana, che sempre avrebbe esercitato il proprio potere sul territorio e ne avrebbe tratto profitto, gestendo le fitte reti di corruttela della società civile ed economica. Una nuova mafia, non la camorra, non Cosa Nostra, ma la mafia dei “colletti bianchi”, che stringono accordi con politici, professionisti, imprenditori e burocrati al confine sfumato tra legalità e illegalità. La relazione OCTA del 2011 ha individuato e portato alla luce la nuova composizione, i nuovi metodi e le nuove aree di azione dei vari gruppi mafiosi, sempre più coinvolti in attività commerciali polivalenti, sempre più in collaborazione tra loro, oltre ogni barriere nazionale, etnica o commerciale, sempre più capaci di auto tutelarsi.

Anche per questo, gli introiti della criminalità organizzata, leciti e illeciti, sono in continuo aumento: una stima ISTAT del 2014 afferma che l’economia non osservata – sommersa e derivante da attività illegali – vale 211 miliardi di euro, peri al 13,0% del PIL.

Il capitale illecito, ricavato soprattutto da sfruttamento sessuale, traffico di armi, droga, contraffazione, gioco d’azzardo, estorsione, usura, traffico illecito di rifiuti e tabacco, è poi riciclato tramite diversi canali di immissione nel circuito legale: il sistema finanziario, la costituzione o l’acquisizione di società, l’acquisto di immobili. Secondo una ricerca svolta da Transcrime, Centro di ricerca interuniversitario dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, il riciclaggio non è l’unico motivo di immissione delle mafie nel settore legale. Vi sono spesso delle ragioni personali e/o culturali, ragioni legate al controllo del territorio in cui si agisce o alla necessità di ottenere consenso e riconoscenza dalla popolazione tramite, ad esempio, la creazione di posti di lavoro. La scelta dell’investimento, come sostenuto da Sciarrone, dipende dalla sua redditività e dai rischi che può portare. Si prediligono oligopoli e monopoli per poter meglio controllare la concorrenza ricorrendo all’intimidazione.
Diventa, dunque, molto difficile distinguere l’economia legale da quella illegale e ciò porta nel mercato squilibri gravi, spesso confusi con le inefficienze di questo, permettendo la radicazione dell’idea che solo un binario alternativo, quello proposto dalla mafia, possa portare benessere, lavoro e sicurezza economica alla sfera sociale. Tale modello è simile a quello di un’impresa vera e propria, che opera però in settori a basso contenuto tecnologico, chiusi nei confronti dell’estero, con una intensa manodopera e caratterizzati da una forte deregolamentazione, da un’alta specificità territoriale, da un’alta attrattività di risorse pubbliche e da un forte coinvolgimento della pubblica amministrazione. Questi fattori, uniti all’evasione fiscale – favorita da una composizione degli asset fortemente sbilanciata a favore del circolante, con liquidità e crediti finanziari a breve termine –, alla disponibilità di risorse finanziarie a e basse spese, recano un enorme vantaggio competitivo alle imprese mafiose, che si distinguono, principalmente, in tre tipologie: di supporto, cartiere e star. Le prime presentano ricavi pari a zero, con bilanci spesso negativi, ma attenuati da ricavi non operativi particolarmente alti; le seconde, attività medio-piccole, sono caratterizzate da un rapporto ricavo/costi che raggiunge quasi il 100% e servono a giustificare l’immissione di denaro riciclato nei mercati; le terze, grandi aziende con performance elevate, sono spesso utilizzate per infiltrare e avere rapporti con istituzioni e società civile: veri e propri ponti.

Il Lazio, come sostiene l’Osservatorio per la legalità e la sicurezza della Regione Lazio, vanta il primato del maggior numero di infiltrazioni nell’economia legale in confronto alle altre regioni d’Italia, con una focalizzazione sui specifici settori: edilizia e commercio all’ingrosso, per quanto riguarda la ‘Ndrangheta; ristorazione per la Camorra; immobiliari, edilizia e appalti pubblici in relazione alle mafie autoctone e autonome, che infiltrandosi nell’economia legale al fianco delle mafie tradizionali, con le armi subdole della corruzione e della pressione intimidatoria indiretta, rappresentano la peculiarità del contesto laziale, soprattutto a Roma, Latina e Frosinone.

Alcuni, come Massimo Carminati, utilizzano la propria storia criminale, le loro conoscenze e il loro prestigio, celebrato da articoli di stampa e libri, al fine di raggiungere i propri scopi.
La mafia è duttile, riesce ad adeguarsi, a comprendere le esigenze del territorio e dei cittadini, a volte rivelandosi più attenta e più forte dello Stato, grazie alla sua radicazione e alla sua capillarità, traendone un ingente profitto. Non si tratta esclusivamente di Camorra, Cosa Nostra o ‘Ndrangheta, ma di una serie di percorsi che intrecciandosi alla realtà politica e istituzionale rendono difficile tracciare una linea di confine tra cosa sia legale, illegale o mafioso. La mafia è il cancro di un’intera civiltà, e la sua presenza rende sempre più necessaria la costruzione di un sistema nuovo, basato su un lavoro pulito, sulla giustizia, sull’informazione, sulla memoria e sulla consapevolezza collettive.

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