Il Kurdistan siriano sotto assedio: i motivi dell’assalto turco e il contesto internazionale

di Danilo Delle Fave

Il repentino ritiro delle truppe americane dal nord della Siria ha provocato il mutamento dell’equilibrio che si era venuto a creare in Siria dopo l’incontro di Astana tra il presidente russo Valdimir Putin, il presidente iraniano Rouhani e il presidente turco Recep Erdogan.

Quest’ultimo ha colto l’occasione per cercare di spezzare le speranze indipendentiste curde attraverso un attacco ai territori occupati dalle milizie curde nel nord della Siria al confine con la Turchia. Le rivalità tra turchi e curdi risalgono all’inizio dell’espansione araba del V secolo d.C.: sia i bizantini sia gli arabi usavano alternativamente le tribù curde e turche, stanziatesi in Anatolia, l’uno contro l’atro.


Quando i turchi ottomani costituiscono il primo nucleo statuale, imponendosi come la maggiore potenza del Medioriente, le tribù curde verranno usate per tallonare i turchi e le loro ambizioni, dagli arabi e soprattutto dai persiani tra il XV e il XIX secolo. Con la fine dell’impero ottomano, il nuovo governo repubblicano mira a costituire una Turchia il più possibile omogenea etnicamente, in tale direzione vanno il genocidio armeno, lo scambio di popolazione con la Grecia dopo la guerra del 19-22 e il contrasto ai curdi.

Si temeva che questi ultimi costituissero uno stato nazionale curdo etnicamente omogeneo, la cui funzione sarebbe stato da cuscinetto per contenere eventuali espansioni a est. Dagli anni 60 i curdi sono stati poi sostenuti sia dai governi del socialismo arabo, sia dall’Unione Sovietica, sia dall’Iran per indebolire la posizione turca, vuoi in qualità di membro nato, vuoi per il suo peso come potenza regionale. Negli anni 90 la Turchia è preda del gruppo curdo più attivo a livello di attacchi a forze armate turche, il PKK partito di ispirazione marxista guidata da Ocalan. La volontà di spezzare le aspirazioni indipendentiste curde è divenuta una necessità sia a livello politico, sia economico per via della presenza di riserve di combustibili fossili nella regione a maggioranza curda.

Il partito attualmente al governo in Turchia, l’Akp ha inoltre assunto a partire dagli anni 90 una connotazione sempre più islamista, fedele ai dettami del loro ispiratore Hasan al Banna, cioè l’idea di riformare la società attraverso l’isalmizzazione dal basso per spazzare via il laicismo e imporre un governo coerente con le indicazioni della Shari’a. Inoltre, la politica estera turca ha subito una graduale virata verso il cosiddetto neo-ottomanesimo, così come teorizzato dall’ex ministro degli esteri ed ex primo ministro turco Ahmet Davutoglu nel suo libro del 2001 tradotto in inglese con il titolo Strategic Depth, che concepisce un rinnovato attivismo turco in politica estera, con lo scopo di rendere il paese il leader principale dei paesi musulmani sunniti e di orientare la sua attenzione ad est e a ciò si deve l’intervento nella guerra civile siriana a sostegno degli oppositori di Assad, piuttosto che ad ovest, ragione per cui, pur tenendo aperta la porta al processo di integrazione europea visti i vantaggi economici che lo status di paese richiedente l’ingresso nell’Ue comporta, le azioni governative sono state in totale sfregio del concetto di Rule of Law e di diritti politici intesi dalle istituzioni europee, soprattutto a seguito del fallito golpe del 2016. L’intervento turco ha quindi il duplice scopo di ottenere una vittoria politica sconfiggendo le milizie curde per controbilanciare la cocente disfatta elettorale alle amministrative, vista anche la spirale economica negativa in cui si trova la Turchia, e di creare come fatto con Cipro del nord uno stato cuscinetto per proiettare la propria influenza ad est. Questo è il motivo della riesumazione di presunte presenze turcomanne nel nord della Siria, e del supporto aperto agli oppositori del regime siriano di Assad, in particolare le formazioni islamiste e la sezione siriana di Al-Qaida, senza contare le ambiguità con l’ISIS.

L’inizio delle operazioni in Siria si inserisce in questa cornice ed ha provocato lo sdegno internazionale e una quasi unanime condanna dell’opinione pubblica mondiale, sdegno che tuttavia non si è tradotto in una serie di misure concrete: le sanzioni americane possono sì contribuire a colpire l’economia turca e quindi il consenso già traballante del regime di Erdogan, il quale ha subito una cocente sconfitta elettorale alle scorse amministrative nonostante gli arresti e le persecuzioni.
Chi ha i mezzi per spezzare la volontà turca è l’Unione Europea, in quanto l’economia turca dipende tremendamente da quella europea e una repentina recisione dei rapporti commerciali provocherebbe uno shock per l’economia turca che dovrebbe riorientare la sua produzione verso altri mercati, cosa non fattibile nel breve periodo. Tuttavia, gli interessi economici europei e la minaccia di Erdogan di mandare in Europa i profughi siriani di fatto hanno paralizzato l’Unione, che viene ostacolata soprattutto da quei paesi che hanno sia per la presenza di forti comunità turche sul proprio territorio, come la Germania e l’Olanda, sia chi è particolarmente esposto a shock economici turchi, come ad esempio l’esposizione delle banche spagnole a un downgrade dei titoli di stato turchi. I paesi europei si ritrovano quindi con un ulteriore focolaio di instabilità per il quale i mezzi a loro disposizione sono insufficienti, e si ritrovano passivi davanti alle ambizioni del sultano e delle sue minacce, vedendo infrangere le speranze di efficacia di una Europa “potenza gentile” davanti alla spregiudicatezza turca.

Gli Stati Uniti dal canto loro, se le modalità con le quali è stato condotto il ritiro rischia di danneggiare la loro immagine e già vi sono state delle reazioni molto dure al congresso per un atteggiamento più muscolare contro la Turchia, vedono in questa manovra turca un modo per ricalibrare la partita con l’Iran: visto il fallimento dell’Arabia Saudita nel piegare gli houti filo-iran in Yemen e il Qatar che ha adottato un atteggiamento ambiguo verso l’Iran, il modo migliore per cementare il fronte anti-sciita, facilitato dal miglioramento dei rapporti con Israele da parte delle monarchie del golfo, è quello di far saltare gli accordi di Astana, offrendo a Erdogan una vittoria politica che però lo porterà inevitabilmente in rotta di collisione con Russia e Iran. Con l’intervento turco in Siria dove il regime di Assad, filo-iraniano, si vede nuovamente minacciato e l’Iran è costretto a distogliere le sue forze dall’Iraq dove sono esplose violente proteste contro il governo a maggioranza sciita filo-iraniano.

Gli Stati Uniti otterrebbero quindi di uscire dal pantano della guerra siriana e di mettere alla prova la tenuta degli equilibri tra Russia e Iran, tuttavia col passare delle ore risulta evidente l’insostenibilità politica di tale strategia, e non sarebbe da escludere un ripensamento, soprattutto a livello di credibilità internazionale dell’hard power americano.
In questa situazione l’unica vincitrice è la Russia, che si ritaglia per la prima volta dopo la caduta dell’URSS un posto di rilievo nel gioco mediorientale e potrà sfruttare le rivalità tra paesi sciiti, in primis l’Iran, e quelli sunniti, la Turchia e le monarchie del golfo, per occupare gli spazi vuoti lasciati da europei ed americani. Nella migliore delle ipotesi riuscirebbe a incassare la tenuta degli equilibri raggiunti ad Astana, con i conseguenti benefici a livello di prestigio internazionale. Dopotutto in politica estera vige l’horror vacui, nel momento in cui si presenta un vuoto di potere, questo verrà progressivamente colmato da qualcun altro.

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