Il Principessa Mafalda – Il Titanic italiano e la sua storia

di Simone Casi

Accadde sempre un 25 ottobre, solo di novantadue anni fa.

Mussolini aveva da poco consolidato il proprio potere in Italia, e lo Stato si stava avviando a diventare pian piano il primo di una lunga serie di totalitarismi sparsi per il mondo. Ma, nonostante i proclami, il paese rimaneva una terra dura e ostica, dove la popolazione – soprattutto nelle campagne – conduceva una ben misera esistenza, e le uniche prospettive per quella povera gente erano cercare di resistere sperando di non soccombere, oppure partire per il Nuovo Mondo e cercare fortuna.

Ma gli unici che facevano davvero fortuna grazie a ciò erano gli armatori delle navi che sfruttavano le masse di emigranti unicamente per i loro interessi, precursori di poco più raffinati dei moderni scafisti che lucrano dalle rotte clandestine tra Africa o Asia ed Europa. I piroscafi, più che a navi, erano simili a carri-bestiame, e le loro stive (esatto, le stive, non i ponti) erano stipate fino all’orlo di gente: uomini, donne, vecchi, giovani, e tutti con la speranza di un futuro migliore in una terra lontana.

Il Principessa Mafalda era una di queste navi, che da ormai quasi vent’anni svolgeva regolare servizio tra Genova e New York o Buenos Aires, a seconda della stagione. Il tempo però era stato inclemente con lei: rovinata dalla scarsa manutenzione e dall’incuria, alla vigilia del suo ultimo viaggio era poco più che un ammasso di lamiere che a stento si teneva insieme. Quello dell’ottobre 1927 doveva essere il suo ultimo viaggio prima di andare al disarmo e alla demolizione, poiché aveva fatto il suo tempo. L’11 ottobre il piroscafo salpò da Genova con più di 1200 persone a bordo, in maggioranza emigranti provenienti dalle varie regioni d’Italia; c’era però anche un folto gruppo di arabi, in particolare libanesi e siriani, transitati dal nostro paese poiché più economico per le partenze rispetto al resto d’Europa. Al comando c’era il capitano Simone Gulì, siculo-napoletano e veterano della Regia Marina, una sicurezza insomma per la Navigazione Generale Italiana.

Tuttavia i problemi cominciarono subito. I motori funzionavano male e cadevano preda di frequenti avarie, cosa che costrinse Gulì a fare scalo prima a Barcellona e poi a Dakar, in Senegal, per delle riparazioni urgenti. Una volta ripartiti, si ruppe la cella frigorifera e fu necessario fermarsi nuovamente alle Capo Verde per comprare nuove scorte alimentari, soprattutto carne fresca. In pieno oceano vennero poi raccolti alcuni naufraghi argentini, imbarcati dal loro battello in avaria; inconsapevoli, erano finiti dalla padella alla brace.

Il 25 ottobre 1927 di mattina presto, a sole 80 miglia dalle coste brasiliane, il Principessa Mafalda subì il suo ultimo, fatale guasto: una delle eliche si staccò dai suoi sostegni e, trascinata dall’inerzia, si conficcò nella poppa della nave e aprì un grande squarcio che non c’era speranza alcuna di riparare. In breve tempo Gulì e i suoi uomini capirono che il suo destino era segnato: diramarono gli SOS e cominciarono a prepararsi a calare le scialuppe.

Numerose navi giunsero durante il giorno sul luogo del naufragio, ma non si avvicinarono poiché temevano un’esplosione che non ci fu mai. Tutti i passeggeri si riversarono sui ponti superiori e fu il caos, e Gulì e i suoi pochi uomini d’equipaggio faticarono a far mantenere l’ordine. Dopo numerose ore la nave aveva sviluppato una ripida inclinazione verso sinistra, e quando anche l’energia elettrica andò via non ci fu più nulla da fare. Poche e malmesse lance vennero ammarate, solo per spezzarsi contro la fiancata oppure capovolgersi e affondare non appena toccata l’acqua. Oltre il danno la beffa: chi non annegò dovette vedersela con gli squali, nel frattempo sopraggiunti sulla scena, e uno dei naufraghi argentini perì a causa di quelle belve. A bordo chi era munito di pistola si suicidò, e chi non l’aveva la rubò ai morti e fece altrettanto. Le altre navi inviarono delle scialuppe che però si tennero anch’esse a distanza, e chi le vide e poté farlo si gettò in mare e le raggiunse a nuoto. Il capitano Gulì e alcuni altri dell’equipaggio si rifiutarono di abbandonare la nave, così come l’orchestra che suonò imperterrita fino alla fine la Marcia Reale, allora inno nazionale. Alle 22:20 il tragico epilogo: la poppa scomparve sotto la superficie e la nave s’innalzò verticalmente, scomparendo poi in una violenta e subitanea immersione.

Circa 900 persone vennero salvate dall’Oceano Atlantico, ma non se ne conosce il numero esatto per la frettolosa e imprecisa cernita che ne fecero le autorità brasiliane; altrettanto ignoto è il numero dei morti, che oscilla tra il più sicuro 300 e il ben più pesante 600 (anche in Italia la registrazione dei passeggeri era stata piuttosto raffazzonata). I giornali sudamericani ne diedero immediata notizia, ma in Italia la vicenda passò sotto silenzio o quasi: si trattava d’una vicenda orribile e cruda, che difficilmente l’opinione pubblica avrebbe sopportato; inoltre si avvicinavano le celebrazioni per il primo lustro della Marcia su Roma, e nulla, neanche un’immane catastrofe come questa, poteva certo pensare d’oscurarle.

E così il Principessa Mafalda e la sua storia vennero relegati nel dimenticatoio, i suoi eventi messi in sordina e sistemati a piè pagina nella storia della navigazione e dei disastri navali.

Ma, oggi più che mai, questa vicenda dovrebbe essere ricordata e celebrata, non per ciò che ha di bello ma per ciò che ha di increscioso, terribile, inumano. Al giorno d’oggi, quando si parla dei barconi che arrivano dalla Libia e dei relativi naufragi, scoprire che in passato sono esistiti nugoli di disperati ben più grandi e ben peggio accolti che non quelli d’oggi, bé, questo dovrebbe farci riflettere. E scoprire che il gommone era di acciaio e che pesava migliaia di tonnellate invece che delle poche della gomma, e che il traffico d’esseri umani allora era perfettamente legale ed era normato, solo con altri termini… Questo dovrebbe farci veramente inorridire.

Oggi, come già detto, è l’anniversario di questa tragedia di cui nessuno parla. Nessuno ricorda l’abnegazione e l’eroismo del capitano Gulì e del suo equipaggio, nessuno ricorda il dramma di quei poveri emigranti, italiani ed arabi, che nessuna colpa avevano se non quella di desiderare una vita migliore. Essi sono stati condannati a morte da uomini senza scrupoli che, acconciati e vestiti di tutto punto, si sedevano ai tavoli e partecipavano alle riunioni delle alte sfere dall’alto della loro agiatezza fondata sulle sofferenze delle moltitudini. La situazione, come chi legge già ben sa, non è poi mutata tanto da allora, e tra gli armatori del passato e gli scafisti d’oggi – chiamati anche con altri nomi ben più altisonanti – c’è ben poca differenza.

Una triste curiosità: la principessa Mafalda di Savoia, che diede il suo nome alla nave, non ebbe un destino migliore di lei. Presa prigioniera dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale, venne internata nel campo di concentramento di Buchenwald e lasciata intenzionalmente morire in seguito alle gravi ferite riportate nel bombardamento del campo il 28 agosto 1944. Nomen omen, è il caso di dirlo.

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