Scanzi: prototipo di chi è vittima del proprio personaggio

di Manuel Di Pasquale.

Un uomo sempre più vittima del personaggio che si è creato. Se qualche tempo fa dava sprazzi di lucidità e riusciva ad essere obiettivo nel suo lavoro, ora è costretto a fare a cazzotti con il proprio ego: parliamo di Andrea Scanzi.

Giornalista aretino, per molti punto di riferimento di quella frangia editoriale filo-5 stelle, Scanzi, col passare degli anni, ha acquisito sempre più una forma da showman ed influencer, mandando all’aria quel briciolo di credibilità che si era costruito.

Lo testimoniano le sue ultime imprese: il libro “Il cazzaro verde”, diffamatorio già dal titolo e dedicato al leader della Lega Matteo Salvini, e le sue recenti uscite, specialmente sui social network.

Il suo ego ha talmente preso il sopravvento che oramai si scontra anche con un becerissimo narcisismo. Fino a qualche tempo fa si limitava a “trashate”, a siparietti che ti strappavano una risata, come il balletto per la vittorio del No al referendum del 4 dicembre 2016, però adesso quel limite è stato abbondantemente superato.

Prendiamo in considerazione alcuni suoi post e commenti recenti: qui, ad esempio, commenta il suo confronto con Massimiliano Fedriga, governatore del FVG e pezzo grosso della Lega, sullo scandalo russo. Se si cerca di prendere seriamente Scanzi, basta andare tra i commenti del suo video e accantonare un’opinione che possa essere imparziale: schernire l’avversario per il “lato estetico”, come un bulletto, per poi fare auto-apprezzamenti al proprio modo di vestire, conditi anche qui da altri insulti edonistici a gente a caso (Renzi).

In un altro post, invece, eccede: ad un’offesa (deprecabile anche questa, senza ombra di dubbio), invita l’interlocutore al suicidio.

Ultimo, più recente, è il post in cui annuncia di inviare una copia con dedica de “Il cazzaro verde” a Salvini: “A Matteo, autentica musa ispiratrice nonché instancabile generatore di bugie, esagerazioni e cazzate, consapevole che per raccontarti per intero servirebbe non un libro ma l’enciclopedia Treccani. Grazie Tabba!”. Non si sa cosa possa esserci di costruttivo in epiteti denigratori.

Il problema, in tutto questo, non è l’essere dichiaratamente schierati: ad esempio uno come Travaglio, seppur diverse volte è stato condannato per diffamazione, non si presta a certi teatrini. Forse, i troppi applausi hanno fatto perdere la visione della realtà al giornalista aretino, che sicuramente farebbe piacere se tornasse di più con i piedi per terra ed evitasse certe sparate fini a loro stesse.

Perché ci sta l’essere irriverenti e sopra le righe, come fa Vittorio Feltri, ma questo tipo di saccenteria lasciamola ad altri.

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