Maestri delle vigne: Michele Moio e la rivoluzione del Falerno

Con lui, il suo vino ha vissuto due volte.

di Marco Cozzolino.

La Penisola delle mille meraviglie primeggia anche e soprattutto nell’enologia, la scienza che studia il vino, le sue derivazioni agronomiche e tecnologiche, le esperienze sensoriali che offre e il chimismo che prende parte nelle relative trasformazioni, responsabili della realizzazione del prodotto che inebria i nostri sensi al momento della degustazione. Tecnologie che variano di zona in zona, preservando gelosamente il patrimonio identitario e culturale, espressione di ogni popolo.
In quale miglior modo è possibile, dunque, blindare in cassaforte anni e anni di tradizioni supportate da studio e duro lavoro? Naturalmente, tramandandole alle generazioni successive. È quello che ha fatto Michele Moio, ultranovantenne pioniere dell’omonima cantina, che ha donato nuova vita al succo della felicità dei nostri gloriosi avi romani. Nella Campania Felix attraversata, conquistata e resa florida dal più famoso impero della storia, vedeva il principio, circa duemila anni fa, il fulcro della viticoltura campana. Il vino prodotto nelle campagne del’Ager Falernus raggiungeva il fretta le tavole degli Antichi Romani, specialmente nelle vicine e lussuose località balneari di Bacoli e Puteoli (odierna Pozzuoli), liddove vivande, belle donne e musica facevano da sfondo alle celebri feste che vedevano partecipare potenti senatori, generali, poeti e patrizi. Don Michele ha avuto dunque tra le mani un’importante eredità e ne ha saputo apprezzare il valore, dandole una seconda vita. Si potrebbe parlare di rivoluzione, sebbene il Falerno del Massico abbia già avuto un suo glorioso passato, reso celebre persino da Orazio, Catullo e Virgilio. La questione è la seguente: la DOC Falerno riconosce tre vitigni, nel mondragonese: Aglianico, Piedirosso e Primitivo. Quest’ultimo, presente in quantità di gran lunga superiore rispetto ai primi due, risulta essere l’elemento cardine dell’identikit del luogo. Piedirosso e Aglianico, però, ha fatto gola alle nuove generazioni di imprenditori, i quali si sono battuti per avere come riconoscimento nella DOC i suddetti vitigni. Il Commendator Michele ha seguito la rigogliosa natura del luogo, piuttosto che le preferenze degli ispettorati agrari e delle mode del momento. Importato nell’800 dal Conte Falco da Gioia del Colle, nei territori circostanti la città di Mondragone il Primitivo è divenuto principe di quel cru (francesismo che sta ad identificare una regione vitivinicola) che oggi dà vita ai rinomati “Moio 57”, “Gaurano” e “Stock 84”. Michele Moio è l’artefice indiscusso della rinascita enologica del Falerno, suo figlio Luigi è Ordinario all’Università di Napoli, presso la sezione Scienze della vigna e del vino. Una famiglia che porta alto l’onore dell’imprenditoria campana, meridionale e italiana. Il filo conduttore, manco a dirlo, è il puro amore per la propria terra.

Share This:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *