La caduta del muro e la futura libertà

di Luca Coppo


Si chiama Futura, quella bambina che i due amanti, cantati da Lucio Dalla, volevano dare alla luce.
Nome di speranza che ricorda l’avvenire poiché i due ragazzi, lui di Berlino Ovest lei di Berlino Est, pensavano di non vedersi mai più. Con quel nome riuscivano a immaginarsi vicini anche se lontani, faccia a faccia, quasi stanchi di guardarsi; pensare ad una figlia significava orientarsi verso la libertà, al di là del muro, non destra o sinistra, ma in alto, verso le stelle, sperando che domani tutto sarebbe finito. Bloccati da quel gran muro protetto dalle guardie, sorretto dallo spirito di supremazia, prigione senza tetto.

Tutto iniziò la notte tra il 12 e il 13 agosto del 1961, quando, dopo un primo incontro  tra Kennedy e Kruscev dedicato al problema di Berlino, che si risolse con un fallimento, i sovietici innalzarono un muro che separava la Germania in due parti: Germania Est e Germania Ovest.
Gli americani consideravano Berlino parte della Germania federale, mentre i sovietici volevano che fosse “città libera”. 

Molti degli abitanti di Berlino Est cercarono di fuggire verso Berlino Ovest, soprattutto nei primi giorni della costruzione in quanto i controlli non erano ancora ben predisposti; non solo gli abitanti, ma anche alcuni soldati che presidiavano il muro provarono a fuggire.
In alcune zone le abitazioni venivano utilizzate come strutture per la realizzazione del muro, tanto che gli abitanti se aprivano la finestra della cucina vedevano il panorama comunista della Germania dell’Est, mentre se aprivano la finestra della camera da letto vedevano l’Occidente, il mondo del capitalismo.
Molti infatti scapparono entrando da una parte e uscendo dall’altra, entravano da Est e uscivano a Ovest, così i sovietici, vedendo tale dinamica, murarono tutte le finestre. Il muro divideva famiglie, amicizie, amanti; e chi, per sua sfortuna, si trovava nella parte sbagliata pensava di tutto pur di scappare, ma il rischio era enorme, troppo grande, la propria vita.

Il muro di Berlino, la barriera protettiva antifascista, era il simbolo di quella grande guerra che il giornalista americano Walter Lippmann chiamò guerra fredda: una guerra combattuta senza armi (in sostanza), ma definita da una rivalità e ostilità tra le due potenze. Ovest ed Est, Occidente americano e Oriente sovietico, capitalismo e comunismo; modernità democratica ed economica da una parte, autoritarismo dall’altra — anche se la Germania dell’Est era denominata Repubblica democratica tedesca. 
Se la Germania dopo la seconda guerra mondiale si presentava come Stato distrutto, il muro rappresentava la cicatrice di quel periodo impossibile da dissolvere nella coscienza di tutti poiché più il male è atroce, più la cicatrice è evidente. 

Il 9 novembre 1989, trent’anni fa, il muro fu distrutto anche grazie alle tante manifestazioni degli abitanti della Germania dell’Est contro il governo. È il simbolo della fine della lunga e combattuta guerra fredda, la fine del comunismo sovietico e il conseguente sgretolamento della “cortina di ferro”. Il 1989 è l’anno che segna la fine delle ideologie, il mondo entra in quella fase storica della globalizzazione. Dunque, se la caduta del muro segna da un lato l’inizio dell’età globale, dall’altro definisce la riunificazione della Germania, ovvero la rianimazione dell’identità nazionale del popolo tedesco. 

Nel linguaggio odierno si tende a parlare solamente del “muro di Berlino” dimenticando spesso l’importanza dei suoi costruttori e dell’ideologia di fondo: il comunismo.
Non solo, il termine “muro” è stato spogliato della sua positività. Oggi chi accenna soltanto la parola “muro” viene chiamato, anche ricordato, come un retrogrado fascista buono a nulla.
Il muro non è qualcosa di negativo in sé giacché delimita lo spazio in cui viviamo, fa da limite, rende ordinato ciò che non lo è. Il muro protegge la città dai nemici, protegge noi poveri uomini dalla rumorosa e turbolenta società.
Ci permette di star soli, e forse in silenzio.
La nostra casa sono quattro mura, nelle quali vive la nostra famiglia. L’elemento inaccettabile, e che l’anima aborre, del muro di Berlino era l’impossibilità di uscire da quel confine.
La libertà era condannata, e con essa anche l’identità del popolo tedesco.

Ora penso a quella bambina, ormai grande, perché alla fine i due amanti si sono ritrovati. Futura ha quasi trent’anni, è una donna laureata in storia con una tesi sulla guerra fredda. Vive a Berlino, dove è stata pensata. Si sente libera ma, dentro di sé, sa che in realtà non lo è. Il futuro che speravano gli abitanti della Germania è Futura, noi, trent’anni più tardi. Noi, che tutto siamo tranne che liberi.

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