Fuori uno! – E ora tocca agli altri (forse)

di Simone Casi.

Nella confusione delle ultime ore in Bolivia si ha solo una certezza: Evo Morales si è dimesso, ha indetto nuove elezioni ed è fuggito dal paese, o comunque non è più rintracciabile. Dopo quasi quattordici anni di potere ininterrotto il presidente boliviano, temendo il peggiorare delle rivolte di piazza contro di lui, ha preferito da parte sua salvare il salvabile e battere in ritirata.

Questa è una fantastica notizia non solo per il popolo boliviano, non solo per il Sudamerica, ma per tutti i paesi oppressi da ridicoli dittatori o da classi politiche inette e corrotte. I fatti in Bolivia hanno dato prova che il sentimento popolare non è un vacuo e simbolico concetto, ma che può fare molto e molto può anche disfare, come il potere che si prende gioco di esso ignorandolo e, ancora peggio, avvilendolo con ogni mezzo.

Dopo lo svolgimento estremamente ambiguo delle elezioni dello scorso 20 ottobre, passate alla storia per la ormai famosa interruzione degli exit-poll e delle trasmissioni nazionali verso la metà dello spoglio elettorale, i boliviani, sentitisi presi in giro da un presidente che aveva chiaramente fatto il suo tempo e la cui terza ricandidatura era stata oggetto di feroci e spietate polemiche (dato che peraltro era vietata dalla Costituzione della Bolivia), sono scesi in piazza ed hanno dimostrato in maniera pacifica ma ferma il loro dissenso nei confronti di Morales. Carlos Mesa, già Presidente della Bolivia tra il 2003 e il 2005 e forte del 36,5% dei voti delle scorse elezioni, si è fatto portavoce del malcontento dei suoi compatrioti ed ha guidato le proteste.

La fuga di Morales, la rotta dei suoi fedelissimi è l’inequivocabile segnale che il popolo non è solo una massa da schiacciare, il fondo della sempre esistente piramide delle classi, ma che se vuole esso può opporsi decisamente e irrevocabilmente contro il volere dei pochi che lo vorrebbero comandare secondo la loro visione elitaria e personalistica. Anche noi dovremmo prendere lezione dai boliviani, che hanno avuto il coraggio di farsi sentire, l’audacia di dire la loro, e che per questo sono stati premiati.

La Bolivia rischia quindi di essere l’epicentro di un fragoroso terremoto capace di scuotere dalle fondamenta le classi dirigenti di tutti i paesi vicini e non solo. Cile, Venezuela ed Ecuador in primis sono i principali soggetti a rischio, e i politici di quelle parti cominciano a tremare. I disordini dei mesi scorsi, per ora quietatisi, potrebbero rinvigorirsi dopo questa vittoriosa manifestazione della democrazia, e i vari Sebastián Piñera, Nicolás Maduro e Lenin Moreno correrebbero allora il concreto rischio di vedere sgretolarsi tutte le proprie pretese di governo.

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