Ernst Junger l’ultimo filosofo della vecchia Europa

di Severiano Scarchini

Il XX secolo è stato un secolo assai complesso dove una miriade di eventi hanno cambiato per sempre la storia d’Europa ed il suo pensiero.
Con le due guerre mondiali l’uomo proverà orrori mai visti prima, che lo segneranno nel suo io per tutta la vita, invece con la fine del blocco sovietico si assisterà alla totale perdita di valori ed idee che erano alla base della vecchia Europa per lasciare spazio alla “società liquida” ed all’era del consumismo sfrenato.


In tutti questi eventi un uomo è riuscito a far sentire la sua voce, ad issarsi come ultimo baluardo della vecchia Europa e dei suoi valori fondanti il suo nome : Ernst Junger.
Il 28 Marzo 1895 nacque Ernst Junger, uno dei maggiori intellettuali tedeschi del novecento, personalità che fu sempre in contatto con grandi studiosi del suo tempo quali Martin Heidgger, Moravia, Mircea Eliade e Carl Shmit.
La sua è a tutti gli effetti una figura affascinate e per certi versi visto la sua grandezza inqualificabile, difatti nonostante fosse di idee conservatrici non volle mai aderire al partito nazista, sebbene venne salvato proprio dal nazismo a seguito dell’attentato del 20 Luglio 1944 organizzato dal colonello Von Stauffemberg ai danni di Adolf Hitler.


Figlio di un chimico farmacista fece parte di una delle ultime annate di ragazzi ad essere chiamata alle armi a seguito dello scoppio della I guerra mondiale.

Quando la guerra scoppiò, nell’Agosto del 1914, egli si arruolò addirittura come volontario nella fanteria, l’anno seguente seguì un corso per allievi ufficiali e nel Novembre di quel medesimo anno fu nominato tenente.
Combatté sul fronte occidentale con grande ardore ed una tenacia senza uguali, ferito ben quattordici volte, nel 1917 venne decorato con la croce di ferro di prima classe e nel 1918 fu insignito della più alta onorificenza che un’ ufficiale prussiano potesse avere: l’ordine pour le merite istituito da Federico il grande.
Una volta terminata la guerra decise di rimanere comunque nell’esercito, allora in completa smobilitazione, partecipando nel 1920 alla repressione del fallito colpo di stato noto come “putch di Kapp”.

Si oppose alla nascente repubblica di Weimar, che egli considerava come il frutto politico della conferenza di Versailles ed una pugnalata alla schiena per i soldati che avevano combattuto lealmente verso il Kaiser.

Successivamente decise di dedicarsi ad una delle sue passione coltivate fin da giovane la scrittura, ed è a cavallo tra il 1922 ed il 1925 che videro la luce le sue prime opere quali “ nelle tempeste d’acciaio” e “il boschetto” basati sulle sue personali esperienze al fronte come soldato dove riflette sulla guerra ed i suoi valori. I suoi libri riportarono un successo enorme e la stampa conservatrice tedesca ne fece presto i suoi baluardi contro l’allora nascente pericolo marxista.

Gli anni successivi alla guerra furono particolarmente turbolenti per Junger, infatti, nonostante fosse un conservatore non vide mai di buon occhio l’ascesa del partito nazista capeggiato da Adolf Hitler e negli anni del nazismo, non collaborò mai con le autorità governative, anzi in alcune opere come “stralunghen” la sfiducia verso il regime è evidente, eppure non subì mai nessun processo, fu addirittura difeso e gli fu permesso di continuare a scrivere.


Con lo scoppio della II guerra mondiale Ernst Junger servì al fronte come ufficiale della Wermacht e dopo l’occupazione della Francia venne trasferito a Parigi dove strinse importanti amicizie con intellettuali francesi escluso Celine, con il quale ebbe un forte diverbio.
Verso la fine della guerra precisamente nel 1944 conobbe degli ufficiali che alcuni mesi dopo ordirono il famoso attentato ai danni di Hitler, tuttavia anche in questo caso il regime non fece nulla contro di lui se non congedarlo dall’esercito, un provvedimento assai lieve se paragonato alla sorte di tutti coloro che anche solo marginalmente si videro coinvolti nell’attentato.


Alla fine della II guerra mondiale venne accusato di combutta, collaborazionismo e convivenza con il regime nazista a causa delle sue idee conservatrici e per una sua opera del 1930 “Nationalismus und judenfrage” dove descrisse gli ebri come un pericolo per l’unità nazionale tedesca.
A seguito di queste accuse gli fu interdetto di scrivere fino al 1949, in questo periodo dunque conobbe nuovi intellettuali tedeschi con cui strinse una profonda amicizia quali Heidgher e Smith.
Nel 1950 poté tornare alla sua vita di scrittore, si trasferì in Alta Slesia precisamente a Wilifilingen, abitando nella foresteria del castello dei Von Stauffemberg, dove vi rimase fino alla morte.
Nel 1980 ottenne il prestigioso premio Goethe, che lo consacrò tra i massimi scrittori e pensatori tedeschi del secolo, questo perché il suo pensiero analizzava attentamente la modernità criticandola anche.



Morì il 17 Febbraio 1998 alla veneranda età di 102 anni.
Il pensiero di Junger è assolutamente interessante poiché si possono cogliere svariate sfumature quali il suo nazionalismo, la visione dionisiaca della vita, la guerra come antidoto alla decadenza borghese e la tecnica come strumento per il progresso del genere umano.
La sua esperienza come volontario nella I guerra mondiale gli fa maturare l’idea del conflitto come un naturale impiego della potenza umana, una mediazione tra gli estremi della vita umana la vita appunto e la morte.


La guerra per Junger, visto la sua intensità, è un’esperienza simile alla morte nella quale allo stesso tempo possiamo godere appieno della vita visto che racchiude in se l’ebbrezza e la voluttà ponendo dunque fine alla rassicurante epoca borghese , che mirava solo all’accumulo di ricchezze e proprietà.
Sempre nella guerra è possibile notare due concetti che saranno di estrema importanza per capire il pensiero jungeriano: la tecnica ed il lavoro. Questi sono strettamente legati tra di loro perché il lavoro pervade ogni aspetto della vita mentre la tecnica ,usata però in ambito militare, diventa un’apripista per una nuova umanità dove a trionfare è il guerriero, l’uomo nuovo,.
Junger precisa inoltre che la tecnica in senso borghese ha invece un senso assolutamente negativo poiché diventa uno strumento dedito solo alla ricchezza ed alla sicurezza.


Inoltre Junger tratta anche del nichilismo che la sua epoca ed anche la nostra sta ancora attraversando, dal momento che c’è un costante bisogno di nuovi modelli da imitare, uno stato sempre più soffocante ed invadente, il quale trasforma il cittadino in un semplice omologato.
Quello che è irriducibile in questa prospettiva del nichilismo sono la vita e la morte, l’arte in cui si condensa l’interiorità spirituale.
Proprio analizzando questo tema Junger giunge all’elaborazione della sua opera più celebre “Il trattato del ribelle” dove esprime il suo concetto più importante, che sarà un mantra della sua vita: darsi al bosco in tedesco der Waldang.
Con questo titolo vuole rifarsi ad una tradizione prettamente nordica-germanica, la quale identificava nella figura del ribelle l’uomo che si ritirava nel bosco. Per l’autore passare al bosco significa abbandonare il mondo nichilista, materialista e dominato dalle macchine, per poter ritrovare la libertà dell’ io ed opporre una strenua resistenza spirituale, ritornando ad uno stato cosmico, spirituale e dionisiaco.


Dunque il ribelle è un modo di essere, è colui che per natura si oppone all’automatismo del sistema rendendosi prima di tutto cosciente della sua libertà in modo tale da sconfiggere prima dentro di se e poi esternamente le illusioni ed gli inganni del mondo moderno, andando ad affermare la volontà del singolo e la supremazia sulla materia.
La libertà di cui parla lo scrittore, però non è una libertà che si può formulare, né una libertà nuova da inventare o realizzare, questa è una libertà falsa, quella autentica invece è quella di cui tutti hanno paura.
Difatti si tratta di qualcosa che è antecedente ai plebisciti ed alle decisioni politiche, prescinde dal mondo e dai suoi sviluppi è l’esistenza. Il passaggio al bosco non è altro che la riscoperta di se stessi in uno spazio sacro, quale quello primordiale, che ha sempre spaventato l’uomo medio, il quale per sua natura è pronto a scappare dai suoi istinti e dai suoi grandi pensieri per nascondersi dietro il benessere di questo mondo metallico per usare un’espressione così cara a Junger.
Perciò “Il trattato del ribelle” non è altro che un semplice invito alla consapevolezza dell’immensità di noi esseri umani e di quanto sia importante emanciparsi dalla massa per ritrovare noi stessi, così facendo è possibile salvarsi dall’abbruttimento culturale e morale, causato dal materialismo e dall’omologazione, per raggiungere poi una nuova coscienza sociale, etica ed umana.
La risposta ai mali della società moderna ci è stata data mezzo secolo fa, sta a noi ora prendere consapevolezza ed attuarla in modo tale da riportare alla luce un mondo migliore.

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