Venezia, simbolo di un’Italia che affonda

di Paolo Muttoni.

Nelle ultime due settimane l’Italia è stata letteralmente sommersa da un’ondata di problemi economici ed idrogeologici che rischiano di minare il sistema del paese, dalle fondamenta.

Abbiamo l’ILVA che rischia di chiudere definitivamente, Venezia sommersa, la Sicilia inondata, Matera inondata, i principali fiumi del nord pronti a rompere gli argini e il Trentino sotto metri di neve. E ieri Zingaretti urlava dicendo di voler approvare lo IUS SOLI, priorità.

Una situazione che è il riflesso della situazione economica e sociale di un paese che negli ultimi anni è rimasto indietro di decenni rispetto alle potenze mondiali che galoppano verso il futuro e l’innovazione. Basta vedere i numeri dell’andamento economico del nostro paese, dal 2000 al 2018 siamo cresciuti mediamente dello 0.2% (basti pensare che tra gli anni ’60 – ’80 siamo cresciuti annualmente del 4%) abbiamo una ricchezza delle famiglie che è crollata negli anni della recessione, senza essere mai stata recuperata.

L’elemento principale, che abbatte i nostri numeri macroeconomici, è stata la recessione mondiale del 2008 che abbatté anche l’economia americana. Con la differenza che gli americani si sono già ripresi, ed oggi crescono a tassi annuali del 2/3% e con una disoccupazione quasi azzerata. 

In Italia no, il paese è fermo, il paese invecchia (età media 82 anni) senza un ricambio generazionale ed una natalità bassissima. In particolare, il fattore “invecchiamento” va a incidere sulla spesa pubblica, perché un paese che invecchia e non fa nuovi nati, vede crescere la spesa delle pensioni e calare la forza lavoro del paese, rompendo il patto sociale del “Giovane paga la pensione al vecchio”.

I numeri sono disastrosi non solo in questo, ma anche negli investimenti del paese: sono crollati (notare il grafico sotto) e molto probabilmente è anche la causa delle nostra stagnazione economica. Dato che un paese che non investe non ha futuro, specialmente gli investimenti nella ricerca che sono solo l’1.3% del PIL (12° su 28 paesi dell’Unione) ed è chiaro come un paese in queste condizioni non vada granché avanti.

Le inondazioni di questi giorni dimostrano anche come la nostra terra chiede di essere tutelata e di essere messa al sicuro dal rischio idrogeologico con investimenti mirati ed ingenti nella tutela del territorio, anche perché Venezia sott’acqua, o il Trentino sotto la neve, in pieno novembre non è da imputare solo ai cambiamenti climatici. 

Esistono poi tre problemi strutturali, secondo me, che minano il paese e rendono la sua crescita economica (quando presente) sterile e legata solo a degli zero virgola:

  • Una forma di governo che rende il paese instabile e l’ILVA è l’emblema di come l’instabilità politica influisca sull’economia. Allora, la questione è stata gestita dai governi Renzi – Conte I – Conte II con tre maggioranze diverse, tre ministri dello sviluppo economico diversi, tre (facciamo anche 5) differenti visioni del futuro. È chiaro come in queste condizioni, con il giochino dello scudo, il signor Mittal decida di chiudere baracche e burattini e salutare tutti;
  • L’evasione fiscale (190 miliardi) che toglie risorse alle casse dell’erario e che va combattuta in ogni dove, senza dover abolire il contante, ma rendendo il sistema di tassazione più equo e più mirato ad aiutare chi produce;
  • Burocrazia. È il male dell’Italia e studiando storia posso assicurare che è un male che nasce da lontano. Una malattia che blocca investimenti e opere pubbliche per una firma mancata, per una marca da bollo non messa o per un documento scaduto da 20 secondi. Si sente Renzi parlare di 120 miliardi di investimenti già finanziati, ma bloccati nei ministeri, Salvini parlava di 50. Una cosa è chiara, ci sono soldi per degli investimenti che sono bloccati.

I problemi sono molteplici: corruzione, una scuola ferma a decenni fa, l’università che non sempre premia il merito, la mancanza di una politica industriale, senza dimenticare che da anni non abbiamo una politica estera chiara e lineare. Però, come già detto, per potere mettere in piedi delle serie riforme, anche impopolari, che rimettano il paese sui binari giusti, è necessario avere un governo stabile e sicuro di stare in piedi per 5 – 10 anni. Senza dover pensare al prossimo sondaggio, al parlamentare (stile Lezzi) che controlla 5 parlamentari e tiene in ostaggio il governo. Potremmo riassumere tutto in uno slogan “Meno parlamentarismo, più presidenzialismo e più crescita economica”.

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