L’eredità dei comuni medievali

di Claudio Usai.

I secoli tra l’XI° e il XIV° sono stati decisivi per la nascita e la prefigurazione dell’Italia contemporanea. Il dibattito sul tema dell’identità e sulle sue radici nell’Italia comunale è stato sollecitato da situazioni politiche contingenti: quali il federalismo e il presidenzialismo. Gli studi storici pur riconoscendo alla molteplicità di fattori la costruzione dell’italianità, hanno assegnato un ruolo preminente alla caratteristica fondante del Paese: la pluralità delle sue radici. Quel qualcosa che ci fa italiani, a dispetto di tante diversità e divisioni, va ricercato nel nostro passato, nel quale si sono sedimentate eredità che, attraverso un percorso non lineare, hanno costituito questo patrimonio. Nei secoli dell’età dei comuni che vanno dall’anno 1000 alla fine del 1300, cominciarono a formarsi quei “caratteri originali” che forniranno agli italiani un’identità comune. L’epoca del Basso Medioevo recepì per prima cosa l’eredità del mondo antico. Dalla Grecia antica giunsero fino a noi il nome dell’Italia (Ιταλόι, che deriva dal termine vitulus, “vitello”), nonché la filosofia, le arti figurative, ma soprattutto il modello democratico. Dalla civiltà romana invece pervennero la lingua latina, l’arte militare, il rapporto città-campagna, l’insegnamento in trivium (grammatica, dialettica, retorica) e quadrivium (aritmetica, geometria, musica, astronomia), ma soprattutto il diritto romano. In seguito alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente, dopo l’invasione dei Goti, i tentativi di riconquista, la discesa dei Longobardi, l’epoca carolingia (VIII-IX) e l’epoca ottoniana (IX-X sec.), all’inizio del II° millennio l’Italia partecipò al generale rinnovamento europeo: la colonizzazione delle terre incolte, l’aumento di insediamenti nelle campagne, la crescita delle città e la maturazione tecnica dell’artigianato e della pratica commerciale. Specifico dell’Italia fu l’insorgere delle città come centri del territorio con caratteristiche urbane. Attraverso la lingua, la nazione italiana verrà lentamente, ma sicuramente acquistando consapevolezza di sé e della sua esistenza. Nel 960, da Capua, in Campania, si ebbe la prima testimonianza scritta della lingua italiana. Dopo il 1000 l’Italia diventò un mosaico di città: così nel 1009 il condottiero Melo guidò Bari contro la prima rivolta anti-bizantina; Milano e Trento acquistarono sempre più autonomia attraverso le loro sedi vescovili; Pisa e Genova presero proprie iniziative militari contro i musulmani nel Mediterraneo, stabilendo basi commerciali in Sardegna e Sicilia; Amalfi e Venezia fiorirono nel commercio con l’Oriente. Lo Stato Pontificio vide nella contessa Matilde di Canossa un ottimo esempio di amministrazione del Centro Italia. Ogni metropoli, grande o piccola, si espanse e progredì. Si venne quindi a creare un intreccio di rapporti fra queste, talora amichevoli ora ostili, in un continuo gioco di forze: tutto questo moto conferisce alla storia d’Italia dei secoli XI° e XII° una vivace caratteristica. Questo sviluppo si arrestò nel Sud a causa di una forte monarchia feudale che limitò drasticamente le autonomie comunali. Tra il 1016 e il 1035 cominciò l’insediamento dei normanni prima come mercenari, poi come signori locali. Quando i papi proclamarono le crociate, gli italiani vi parteciparono, organizzati in città; Boemondo, figlio di Roberto il Guiscardo (che liberò la Sicilia dal dominio musulmano), fece della città di Taranto la base principale di partenza dei “soldati della Fede”. La prima crociata del 1099 risultò vittoriosa, anche grazie all’apporto determinate delle città marinare: Amalfi, Pisa, Genova, Venezia. Contribuì allo sviluppo autonomo dell’Italia Centro – settentrionale la circostanza che gli imperatori tedeschi o furono costretti a favorirlo, o impediti a fermarlo. Nei secoli XII° e XIII° alcune città s’imposero sulle città vicine. Milano si affermò sulla Lombardia, suscitando l’opposizione di Cremona, Pavia, Novara e Como; Firenze, ora ostile a Pisa, a Lucca, a Pistoia, ad Arezzo, a Siena; Perugia, contro Todi e Spoleto. A interrompere tali lotte venne in Italia nel 1154 Federico Barbarossa, ben conscio della sua dignità di imperatore e deciso ad imporre ad ogni costo il suo potere. Si scontrarono due realtà: la gerarchia feudale tedesca e la libertà cittadina italiana. La città che incarnava in Italia, più che altrove, lo spirito di libertà e autonomia, era Milano. Dopo una prima sottomissione al Barbarossa, di nuovo ribelle, nel 1162 fu distrutta. Eppure proprio il terrore che ne seguì, generò nelle città italiane l’esigenza di un’unità operante che le salvasse dall’oppressore. È significativo che questa unità venisse, con la lega lombarda del 1167, proprio da quelle città che vollero distruggere Milano. La città meneghina venne ricostruita e la lega italiana vinse contro l’imperatore tedesco, contro cui fu fondata la città di Alessandria (1168), che prese il nome da papa Alessandro III che aveva appoggiato e finanziato l’impresa. Gli storici hanno appurato che il leggendario Alberto da Giussano sia il frutto di alcune leggende sorte nel XIII° secolo e messe in risalto dal Risorgimento. Dietro questa figura mitica si celerebbero le identità di alcuni firmatari della Lega, tra i quali il capo militare della battaglia di Legnano del 1176, il console di Milano Guido da Landriano. Contro il Barbarossa scese in campo anche il re di Sicilia, Guglielmo I. La guerra contro il Federico fu quindi un’unione di gran parte dell’Italia contro il tedesco, sicché il queste vicende vengono considerate la prima manifestazione unitaria nazionale. Dopo la pace di Costanza del 1183, il figlio del Barbarossa, Enrico, sposò Costanza d’Altavilla, figlia del re di Sicilia. Con questo matrimonio il futuro imperatore diventava re di Sicilia, realizzando così il sogno di una realtà politica territoriale continua che avrebbero riportato un’Italia unita dopo molti secoli. Un’altra figura, stavolta religiosa che unì spiritualmente l’Italia pur nella diversità dei gruppi e classi sociali, fu San Francesco d’Assisi. Una nuova politica iniziò nel Paese quando salì al trono il più grande sovrano del XIII° secolo, Federico II di Svevia; nato a Jesi nelle Marche, nipote del Barbarossa e figlio di Costanza d’Altavilla, egli era convinto assertore della funzione altissima che doveva svolgere l’Italia, contrario com’era ad ogni autonomia politica dei comuni, ingaggiò contro le città una lotta senza quartiere. Vinse più volte, ma non poté sconfiggere Milano, né attirare con la forza il potere spirituale del papato. Il Regno di Sicilia a cui Federico dedicò tutta la sua vita e il suo impegno, fu un modello per i regni, per gli Stati e i sovrani a venire, in cui si ritrovano già gli aspetti moderni dello Stato accentrato e burocratico moderno. Prima di ritrovare nella storia un personaggio di tal calibro in grado di unificare la penisola, si dovranno aspettare Sei secoli. Il vuoto di potere lasciato dallo Stupor mundi, morto nel 1250, permise all’Italia una nuova fase di sviluppo autonomo, che non fu turbato dal suo successore in Sicilia, Manfredi. La vittoria di Carlo d’Angiò sostituì in Italia l’egemonia ghibellina (sostenitrice dell’imperatore) con quella guelfa (del papa). Ma contro la dominazione francese in Sicilia si scatenarono i Vespri siciliani (1282 – 1302). Questi scoppiarono all’improvviso a Palermo: il gesto di un soldato d’arme francese che aveva osato perquisire una nobildonna italiana, scatenò la furia popolare contro l’oppressivo governo angioino. La rivolta fu organizzata da Enrico II di Ventimiglia, medico di Federico II, Palmiero Abate, signore di Trapani e da Gualtiero di Caltagirone. Gli angioini rimasero nel Mezzogiorno d’Italia, costituendo il Regno di Napoli, senza la Sicilia che passò agli aragonesi, ma intervennero continuamente in Italia contro Firenze, la Lombardia e il Piemonte, ovunque fomentando lotte locali, sempre più frequenti. Dalla metà del Duecento in avanti le lotte politiche e sociali e il potere crescente di gruppi familiari avevano fatto maturare condizioni di ingovernabilità, per cui si cercò di dare maggiore stabilità istituzionale, consegnando il potere di ogni città ad una sola famiglia dominante. Sorsero in questo periodo le prime Signorie: i Visconti formarono il Ducato di Milano, con protagonisti Gian Galeazzo Visconti e Francesco Bussone, detto “il Carmagnola”, protagonista dell’omonima tragedia del Manzoni sulle guerre tra Venezia e Milano; a Verona gli Scaligeri; a Ferrara, a Modena e a Reggio Emilia gli Estensi; a Padova i Da Carrara; a Mantova i Gonzaga; a Lucca si contesero la città i condottieri Castruccio Castracani e Uguccione della Faggiola; a Parma, Ottobuono de’ Terzi;  e molti altri in tutta Italia. Ma non solo le Signorie, anche la Repubblica di Venezia, di Genova, quella della Firenze trecentesca (successivamente la Signoria retta dai De’ Medici) e lo Stato Pontificio (in cui le città erano rette da nobili famiglie) si servirono di condottieri e uomini d’arme. Al Sud spiccarono Taranto Raimondo Orsini, signore di Taranto, Angelo “Tartaglia” (Potenza), Jacopo Caldora (Isernia) che assecondarono il dominio francese nel Meridione. In Sardegna durante l’epoca dei Giudicati (Torres, con capitale Sassari, Gallura con capitale “Civita”, oggi Olbia, Cagliari, Arborea con capitale Oristano), entità simili ai comuni in Italia, spiccò la figura Eleonora d’Arborea, figlia di Mariano IV, della famiglia genovese – aragonese dei Serra – Bas; la fama della sovrana si deve al primo corpo di leggi in lingua volgare (sarda) del Giudicato di Arborea; la disunione dei comuni sardi porterà alla conquista catalana. Fa eccezione la figura di Cola di Rienzo, al secolo Nicola di Lorenzo Gabrini, “ultimo tribuno del popolo” che riportò per un breve periodo la repubblica a Roma, ma venne poi ucciso e esposto dalla folla, che lo aveva prima amato e osannato come “nuovo console” di Roma. Si passa così dagli stati comunali, a veri e propri stati regionali costituiti da una città egemone, che controllavano vaste porzioni di territorio italiano ma che presto saranno soggetti alla dominazione straniera. Le lotte fra i comuni italiani negarono la nascita di una forte monarchia nazionale in grado di unire il Paese. Come ho cercato di dimostrare la litigiosità cronica degli italiani contemporanei se non paragonabile a quella delle città medievali, è probabilmente derivata da quei secoli creativi, ma turbolenti, caratterizzati da forti contrasti tra italiani e italiani, che come conseguenza avrà la perdita dell’indipendenza di tutte le singole realtà. Ma da un punto di vista culturale nasce proprio in quegli anni un nuovo senso di unità, che caratterizzerà in futuro il nostro Stato Unitario: anche questo si deve a quei secoli del Basso Medioevo, in cui gli italiani per necessità, per paura, per interesse, per un iniziale senso di coesione si unirono in molte occasioni, per affrontare un nemico comune che intendeva dominarli ed assoggettarli. In un’epoca come la nostra il Paese dovrebbe riflettere sulle lezioni della storia in particolare gli eventi che contrapposero l’autonomia comunale, dividendo l’Italia in tanti staterelli, risolvibile oggi attraverso un governo ed un Presidente “forte”, e l’assolutismo monarchico che tese ad eliminare ogni libertà cittadina, aggirabile grazie ad un sistema moderno e federale.

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