Referendum a Bougainville – La nascita di una nuova nazione?

di Simone Casi

Mentre un governo di scappati di casa, una situazione politica interna disastrosa e un incertissimo voto regionale all’orizzonte ci tengono col fiato sospeso, paiamo esserci dimenticati che esistono altri paesi fuori dall’Italia, e non parlo solo dell’Europa sempre più preda degli stravolgimenti politici, economici e sociali. Esistono anche paesi che ancora non lo sono ma che potrebbero esserlo a breve, come appunto l’arcipelago di Bougainville.

Ma di cosa si parla esattamente?

L’arcipelago di Bougainville, attualmente regione autonoma di Papua Nuova Guinea, è sito in piena Oceania, stretto tra le Isole Salomone e l’arcipelago di Bismarck. Conta circa 250.000 abitanti (appena un trentesimo del totale nazionale) che vivono in prevalenza nelle zone rurali, ed è ricoperto da una fitta foresta tropicale. La sua principale fonte di ricchezza proviene dalle esportazioni di metalli preziosi (oro e rame) provenienti da alcuni giacimenti su Bougainville, l’isola principale, mentre per il resto gli abitanti si dedicano all’agricoltura e alla pesca.

Niente di speciale all’apparenza, quindi. Bougainville non pare molto diversa da tante altre zone dell’Oceania. Ma l’abito spesso non fa il monaco: i bougainvilleani sono gelosissimi della propria autonomia, al punto che tra gli anni ’70 e ’90 l’arcipelago è stato teatro di una violenta guerra civile per l’indipendenza, con gli autonomisti contenuti a malapena dall’esercito di Port Moresby. Nel 1997 infine si giunse ad un compromesso: Bougainville sarebbe stata una regione autonoma, e in quindici/vent’anni si sarebbe svolto un referendum per decidere sull’annosa questione dell’indipendenza. Detto fatto: venti e più anni sono passati, e il suddetto referendum è stato fissato per il prossimo 23 novembre.

Ma questo voto vicinissimo e più volte rimandato (doveva tenersi già l’anno scorso, poi ancora a marzo) rischia di riaccendere tensioni da lungo tempo sopite, poiché dai sondaggi effettuati pare che il 90% dei bougainvilleani sia a favore dell’indipendenza. Arawa, la città più grande dell’arcipelago e probabile futura capitale, è in fermento, e i politici papuani di Port Moresby stanno cominciando a preoccuparsi veramente. Se poi si aggiunge che, qualunque sia l’esito del voto, la parola finale spetterà comunque al governo di Papua, la situazione può benissimo diventare esplosiva in pochissimo tempo e prendere pieghe inaspettate e lugubri.

Ma perché queste isole vogliono così tanto l’indipendenza? La risposta si trova nelle miniere d’oro e rame di Bougainville: da sempre sfruttate dal governo papuano, a partire dagli anni ’70 i nativi cominciarono a chiedersi perché i profitti provenienti dai loro metalli dovessero essere incamerati per buona parte dai governativi e non dati a loro, che avrebbero potuto sfruttarli per migliorare le poche infrastrutture dell’isola. Un nuovo stallo nel processo d’indipendenza favorirebbe il riaccendersi delle tensioni, e il possesso delle miniere diventerebbe uno degli obbiettivi fondamentali d’una eventuale lotta.

Gli uomini e le donne chiamati a votare nel prossimo referendum (sul cui effettivo svolgimento alcuni nutrono ancora forti dubbi) sono quasi 207.000, e il suo esito pare scontato. L’evolversi della situazione successiva invece non lo è per niente e, nonostante il completo silenzio della stampa nostrana in generale, questo sperduto arcipelago potrebbe venire improvvisamente alla ribalta nei prossimi giorni, per un motivo… o per un altro. Tenetevi pronti!

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