Dicembre. Tempo di bilanci

Di Manuel Berardinucci

Si avvicina quel periodo dell’anno in cui si stilano classifiche su ogni cosa, si valuta tutto, si fanno bilanci complessivi e si elaborano nuovi propositi per l’anno successivo. E’ bene anche capire come, in un anno, possa evolversi la politica seguendo le vicende dei suoi protagonisti:

  1. Il primo posto va sicuramente ad una “donna, madre, cristiana”…  Giorgia Meloni la quale partiva, oggettivamente, da una situazione di totale svantaggio schiacciata tra i media avversari che la ignoravano e l’ingombrante figura di Matteo Salvini che sembrava oscurarla. In quest’anno la leader di Fratelli d’Italia ha invece raddoppiato i consensi del proprio partito, dimostrato di avere ragione quando parlava dell’autosufficienza di una Destra-centro in Italia ed è divenuta uno dei principali bersagli di quei nemici che prima la ignoravano ed ora la demonizzano. Tre, in particolare, le cause della sua crescita: il lento ed inesorabile declino di Forza Italia, l’ambiguità del leader leghista in merito ad alcune tematiche rispetto alle quali Giorgia si è mostrata ben più “rigida” dell’alleato (quali la possibilità di Draghi al Quirinale e il rapporto con i pentastellati) e la coerenza mantenuta restando, a differenza di tutti gli altri gruppi presenti in Parlamento, all’opposizione di qualunque governo frutto di accordi post-elettorali.
  2. Il secondo va a Matteo Salvini. Il leader sovranista in un anno di governo con il Movimento 5stelle ha portato a casa due decreti sicurezza, una mini-flat tax e Quota100, ha dovuto ingoiare alcuni rospi come il Reddito di Cittadinanza e ha eroso consensi ai pentastellati gettandoli in un vortice dal quale difficilmente usciranno. La Lega si è affermata come primo partito nazionale stando ai risultati delle elezioni europee e di tutte le amministrative che si sono tenute successivamente. E il Carroccio non sembra cedere terreno, continuando ad attestarsi in cima a tutti gli altri, gettando nello sconforto gli analisti della politica, rubati alla cartomanzia da strapazzo, i quali ad agosto annunciarono il suicidio di Matteo Salvini dal Papeete. Una mossa con la quale ha condannato i suoi avversari al governo, posizione che, soprattutto per quel che riguarda i 5stelle, li logorerà sempre di più. Più voci però sembrano suggerire una svolta moderata in casa-Lega, che magari segua la linea Giorgetti. Se siano voci fondate o meno lo rivelerà solo il tempo.
  3. Il terzo posto spetta, di diritto, all’Avvocato del popolo (quale popolo non è dato sapersi) che seppur mostrando una spregiudicatezza spaventosa, ha oggettivamente ottenuto ciò che desiderava: ricoprire l’incarico di Presidente del Consiglio a prescindere dalla maggioranza. E così da populista e burattino qual era agli occhi di tutti i poteri forti del mondo, si è riscattato spingendo i stelle al voto per Ursula Von der Layen, tenendo discorsi lunghissimi e soporiferi in Parlamento sul rispetto delle Istituzioni, mostrandosi particolarmente disponibile in sede UE per quel che concerne la sottoscrizione di trattati e comunque garantendo un atteggiamento “accomodante”. La metamorfosi è compiuta: da premier di una maggioranza che aveva il voto di fiducia di Claudio Borghi a una che ha quello di Mario Monti.
  4. Al quarto posto troviamo Matteo Renzi. Il politico toscano, dopo essere stato a guardare l’operato del governo giallo-verde, nel periodo tra agosto e settembre ha ottenuto una vittoria a metà. Conscio del rischio di non essere rieletto e timoroso di una inevitabile vittoria elettorale del Sovranismo, il Senatore, benché non più segretario di partito, ha spostato quasi l’intero Partito Democratico su di una linea possibilista in merito all’eventualità di governare con il Movimento 5stelle. Una volta ottenuta la nascita dell’esecutivo, Matteo Renzi fonda una nuova formazione politica autodefinitasi centrista, liberale e femminista. Probabilmente egli si aspettava di trovare al centro un potenziale ampio bacino di voti, in modo da poter sfoggiare il proprio successo ed usarlo per spingere il governo ad assumere le sue posizioni sotto minaccia di sfiducia. Tuttavia, la scarsa popolarità del neopartito, per ora, non rendono ancora attuabile questa parte del piano.
  5. In fondo alla classifica troviamo Giggino di Maio. Un bravo ragazzo, la sua faccia pulita parla per lui. Tuttavia la sua leadership nell’ultimo anno ha subito un tracollo inesorabile. Ha dimezzato i consensi del partito, si è mostrato incapace di reagire ai diktat di Beppe Grillo trascinando il Movimento al governo con Renzi, sancendone, di fatto, la morte. Sotto la sua guida i pentastellati hanno esaurito i punti fondamentali del loro programma (dal Reddito di Cittadinanza ai tagli al numero dei parlamentari), una volta raggiunti i quali si sono trovati spaesati e privi di identità. Indice della decadenza grillina è il quesito posto sulla piattaforma Rousseau (ultimo baluardo identitario di un partito alla deriva) in cui si chiedeva agli iscritti se fosse opportuno partecipare o meno alle regionali in Emilia-Romagna.

Infine la politica italiana consta di altri due leader che ho deciso di non posizionare in classifica. Non Classificabili è l’unico modo per classificarli: Nicola Zingaretti e Silvio Berlusconi. Il primo non esiste nonostante il suo partito. Il secondo esiste nonostante il suo partito. Zingaretti è un non-segretario di un soggetto politico che è al governo della Nazione, a prescindere dalla sua reale volontà. E’ un perfetto paciere il quale non è neanche a capo della delegazione del suo partito che ha il compito di trattare con l’alleato (onere affidato a Delrio).

Berlusconi invece continua ad esistere nonostante il suo partito sia in decadenza. Riesce ancora a mettersi in mostra, si definisce regista del centrodestra e sua spina dorsale. Dopo aver vagabondato nelle deserte lande del moderatismo ha scelto di rientrare a casa, nella metà campo che gli spetta, chiarendolo definitivamente in Piazza San Giovanni. Sotto di lui però macerie, insuccessi elettorali, faide e tradimenti: unico Vivo in un partito di morti.

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