KLAUS : non c’è felicità senza assunzione di responsabilità

di Gaspare Battistuzzo Cremonini

Nell’epoca in cui i genitori accompagnano i figli a scuola sino all’università, li coccolano se prendono un brutto voto, redarguiscono gli insegnanti se non ne scovano a forza il presunto genio, il nuovo film Klaus di Sergio Pablos non è solo un’adorabile favola natalizia ma giunge anche come un toccasana per le nostre anime.
Il giovane Jesper Johanssen è il figlio viziatissimo del Mastro Generale della Posta (il Post-Meister, nei vecchi staterelli tedeschi) di un non meglio precisato regno del Nord: la scena si apre appunto col ragazzo intento a non far nulla alla Reale Accademia Postale mentre il padre furibondo lo convoca per un colloquio da cui non verrà fuori nulla di buono.
Il ragazzo è un lavativo e bisogna correggerlo, il genitore allora gli comunica che verrà inviato nella lontanissima isola di Smeerensburg (sulla cartina assomiglia vagamente alle Svalbard) e lì dovrà impiantare un Ufficio Postale che arrivi entro il prossimo Natale a movimentare un volume di almeno seimila lettere.
Jesper parte e ciò che si trova di fronte è tanto deludente quanto prevedibile: una comunità sperduta, astiosa, sempre occupata in una faida plurisecolare tra i due clan dei Krum e degli Ellingboe; per giunta il piccolo ufficio postale è tutto uno spiffero e la bella giovane insegnante del posto vende pesce essiccato per ovviare alla mancanza di piccoli studenti.
Un giorno però il disegno di un bimbo infelice finisce dalla borsa di postino di Jesper nelle mani di Klaus, un monumentale e quasi ligneo falegname che vive solitario in un bosco all’estremo Nord della già settentrionale e fredda isola. Il vecchio burbero si intenerisce e consegna a Jesper un giocattolo in legno da consegnare al bambino: il primo messaggio postale è in viaggio!
Dura però arrivare a seimila lettere e allora Jesper sprona i bambini dell’isola a scrivere a Klaus ché lui manderà loro qualcosa. Inutile dire che il giovane postino sarà in grado di mutare il volto di tutta una comunità ma ciò non potrà avvenire senza l’esperienza dell’ostacolo e dell’antagonista: più Klaus e Jesper faranno di Smeerensburg un luogo migliore e più i capi dei due clan cercheranno di distruggerli al fine di far tornare l’odio a serpeggiare tra gli abitanti del villaggio.
Sino al prodigioso finale si rischia di pensare che Jesper sia interessato solo alle sue seimila lettere ma poi no, avrà modo anche lui di riscattarsi e salvare la situazione comprendendo di aver trovato proprio in quel luogo sperduto ciò che andava cercando senza averlo saputo e dando infine, quasi inavvertitamente, cominciamento alla più amata e duratura leggenda del Natale.
Sergio Pablos, l’anima degli SPA Studios, si cimenta nella regia proprio con questo lungometraggio e lo fa con grande talento, sia scegliendo una chiave grafica raffinata e stilizzata per rendere un interessante periodo storico ed un ancor più avvincente contesto spaziale, sia ritmando il film nel modo forse più classico ma sicuramente più efficace per un pubblico familiare.
La storia di Jesper è la tipica storia del viaggio dell’eroe che parte dal mondo ordinario e finisce catapultato in mondo straordinario dove inizialmente tutto è follia ma in cui in fine egli riesce a trovare un magico elisir con cui imparare a vivere la propria vita. In questo caso si tratta di una variante sullo schema, in quanto l’eroe non tornerà più al mondo ordinario ma deciderà di vivere nel mondo onirico in cui trova i veri affetti.
Come dice il titolo però è anche la storia Klaus, di una perdita mai superata e di come una solitudine possa rigenerarsi nel trovare uno scopo altruistico: Jesper sceglie di rimanere nel mondo straordinario anche perché Klaus è assurto da uomo a mito e qualsiasi mito ha bisogno, per sopravvivere, di un testimone che lo renda visibile (altruisticamente) a tutti.
La vera bellezza di questo cartone animato allora risiede soprattutto nel messaggio intrinseco al cambiamento di Jesper. Quando ci preoccupiamo di voler schermare i nostri figli da qualsiasi dolore, varrebbe forse la pena che ricordassimo come non vi sia felicità senza assunzione di responsabilità.

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