L’Anpi ci mostra come muore (per la seconda volta) un italiano

di Elena Ricci

“Vi faccio vedere come muore un italiano”.

E’ la frase rimasta impressa nella mente di tutti, l’ultima pronunciata da Fabrizio Quattrocchi, prima di essere barbaramente ucciso il 14 aprile 2004 in Iraq. Una frase che ci sembra di rivivere una seconda volta, per iniziativa dell’ANPI e del PD di Genova che, due giorni fa, hanno pensato bene di rimuovere una targa dedicata a Fabrizio Quattrocchi con la quale gli si voleva intitolare un ponte del capoluogo ligure.
Chi era Fabrizio Quattrocchi, lo possiamo riassumere nell’orgoglio di quella targa, quello di essere stato fino all’ultimo un italiano.
Fabrizio, contrariamente agli autori di questa damnatio memoriae, è stato invece un vero patriota ed un vero “partigiano” del nostro tempo, in terra straniera. Lo ricordiamo bene nel video della sua esecuzione girato dai suoi carnefici mentre, legato e inginocchiato, cerca di togliersi la benda per dire le sue ultime parole, quelle di orgoglio verso la nostra patria: “vi faccio vedere come muore un italiano”, beffando così la morte e suoi boia.
Delinquente è chi cerca di violare il sentire comune e istituzionale, quello che nel 2004 mosse il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, che la guerra l’ha vissuta per davvero e da partigiano, al punto da dedicare al sacrificio di Fabrizio l’onorificenza più alta, la medaglia d’oro al valor civile alla memoria .
Quella stessa medaglia che nessuno, dietro scorta di loghi, può permettersi di strappare con un gesto vile, quello di rimuovere una targa per ammazzare due volte un italiano, la seconda volta nella memoria per mano nostrana, con azioni che non rappresentano l’intera comunità italiana e genovese e che non possono essere in mano ai pochi giudici che decretano a chi si e a chi no, in piena e totale autonomia dittatoriale, a sfregio di ogni regola umana e civile.   

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