Sardine o Uroboro: l’eterno ritorno (del nulla e dei contro)

di Manuel Di Pasquale.

Quando si parla di storia e filosofia, esistono due gruppi di teorie che vanno per la maggiore: il primo che riguarda la ciclicità, del tutto che si ripete; il secondo della linearità, del tutto che è un fatto sempre nuovo. Nonostante l’incipit non siamo qui a parlare di filosofio, anche se l’eterno ritorno di nietzschiana memoria ci può dare una piccola mano per capire ciò di cui parleremo: le sardine.

Il movimento, nato inizialmente per protestare contro la Lega e Salvini in campagna elettorale per le regionali dell’Emilia-Romagna (il che, partendo da questo punto, è tutto dire), si è poi espaso in tutta Italia. Le sardine scendono in piazza con poche idee e molto confuse: contro la “politica degli slogan e dell’odio” ma parlano loro stessi per slogan, cantano la solita “Bella Ciao”, non chiedono nulla di specifico se non le solite frasette del “città X non si Lega” (burloni). Detto papale papale: non vedo nessuna élite culturale, ma l’ennesima marmaglia informe colma di saccenza, pronta ad ingiuriare gli “ignoranti di destra”.

Il volto di spicco di questo movimento è tale Mattia Santori, uno degli organizzatori del primo evento, quello di Bologna. Egli è ormai onnipresente nelle trasmissioni televisive, col suo faccione e il suo sorriso a 32 denti. Ho cercato di seguire questi programmi, di cosa voglia parlare la “sardina maxima”, ma niente: nel senso, discorsi tendenti al nulla cosmico. L’integrazione perché “in piazza scendono persone di qualsiasi estrazione” (quindi è gente annoiata che si incontra per passare il tempo?) o “niente bandiere o simboli ma quelli dell’UE vanno bene perché apolitici” (quando la questione UE è la più politicizzata).

Passiamo poi ai “manifesti”: è sicuramente troppo chiedere qualcosa di originale alla Filippo Tommaso Marinetti, ma qui notiamo il ridicolo all’apice. In un primo, per combattere l’odio, era riportato che i populisti “non avevano diritto ad essere ascoltati”. Combattere l’odio escludendo gli avversari dal dibattito, che chiccheria. Dopo, si è arrivato a quello finale di Roma: 6 punti che un ragazzino delle elementari avrebbe formulato in maniera migliore. Si parla del “divieto di uso dei social per i ministri”, della “trasparenza dell’uso dei social dei parlamentari” (cosa, tra l’altro, già possibile per chiunque abbia accesso a Facebook) e dell’ovvia (cavallo di battaglia di questa sinustra fucsia) “abrograzione del decreto sicurezza”. Niente di nuovo: punti che dovrebbero andare solo in una direzione, quella contraria a Matteo Salvini, che grazie al suo capo della comunicazione Luca Morisi è riuscito a sfruttare al meglio il web.

Sul fatto del senza bandiere, potremmo aprire un altro punto: le sardine dicono di non volersi faee strumentalizzare da nessuno, tant’è che hanno avuto battibecchi con Potere al Popolo e il Partito Comunista di Rizzo. Però, quando il PD condivide foto delle loro piazze, nessuno parla. Aggiungendoci il carico, tra l’altra, che Santori, paraculamente, partecipa agli eventi di Bonaccini giustificandosi di “non andarci come sardina”.

E ora possiamo riallacciarci all’incipit: invece che sardine potremmo chiamarli “urobori”, in onore del serpente che si morde la coda e rappresenta l’eterno ritorno di Nietzsche (anche se non vedrei adatta a loro la teoria dell’oltreuomo). La ciclicità della storia, teoria che ci si presenta ridicolamente dinanzi agli occhi. A sinistra parlano del costante ritorno del fascismo, mentre dall’altro lato possiamo notare il continuo riproporsi di movimenti fintamente rivoluzionari che non aggiungono nulla al dibattito, ma che al massimo aiutano gli organizzatori ad elevare il loro status sociale sfottendo coloro che li seguono. 50 anni fa erano i sessantottini, nel decennio scorso i girotondini. In entrambi i casi sappiamo come è andata a finire: i primi, con la scusa di abbattere la “baronia”, hanno occupato ruoli di potere e prestigio, ergendosi a nuova baronia; i secondi, invece, si sono accontentati di qualche candidatura. Vi era anche il “Popolo Viola”, nato anch’esso, come la sardine, tramite Facebook ed anch’esso ha avuto il suo massimo in Piazza San Giovanni. Cosa univa girotondini e Popolo Viola era l’antiberlusconismo. Cosa unisce le sardine è l’antisalvinismo, solo perché Berlusconi è avviato al tramonto e si sono ribaltati gli equilibri del centrodestra.

Le eterne piazze dei contro, la storia che si ripete.

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