Fu una vittoria mutilata?

di Danilo Delle Fave

La prima guerra mondiale rappresenta il culmine di quel processo in cui l’Italia neo-unitaria passo dopo passo assurge a quel ruolo di “più piccola delle grandi potenze” che si conquistò faticosamente sulle trincee e con un elevato tributo di sangue. A dispetto di quanto possa sembrare, a Versailles la classe dirigente italiana ottenne più di quanto si era aspettata dall’ingresso del conflitto: l’eliminazione di un potente rivale nei Balcani, l’Austria, avrebbe consentito, e consentì fino al 1934, la penetrazione politica ed economica italiana nell’area balcanica, trovandosi inoltre con il trattato di Sevres del 1920 persino sul suolo turco. Dal punto di vista dell’utilità materiale la mancata assegnazione della Dalmazia non rappresentava una grave perdita, eppure intorno alla mancata assegnazione della Dalmazia e di Fiume emerse il cosiddetto mito della vittoria mutilata.  

I discorsi di D’Annunzio raccolti nel volume di Finucci e Bafaro “Contro Uno e contro Tutti” aiutano a comprendere, dalla bocca del suo principale esponente, qual era il comune sentire di quella parte d’Italia che considerava la guerra non solo il modo per rendere l’Italia una grande potenza ma soprattutto di porre a compimento il processo di unificazione nazionale così come immaginato dall’irredentismo, con la riunione di tutte le genti italiane sotto un unico stato. Questo obiettivo politico cozzava con i delicati equilibri internazionali, e nonostante il tentativo del governo italiano di gestire la situazione, fu grazie a questa èlite intellettuale e politica agguerrita che fu possibile vedere l’esplodere del caso fiumano. Fiume negli accordi di Londra del 1915 non era stata considerata ed anzi avrebbe dovuto rappresentare l’unico porto da lasciare all’Austria, tuttavia la disgregazione dell’Austria-Ungheria accese le speranze degli irredentisti e i timori dei fiumani. La popolazione urbana di fiume era a maggioranza italiana, mentre le campagne erano prettamente slave, ragione che spinse Antonio Grossich, il presidente del consiglio nazionale sorto a Fiume nell’ottobre del 1918, a proclamare l’annessione al Regno d’Italia il 30 ottobre.

Ciò mise in profonda difficoltà il governo nelle difficili trattative che avevano visto il presidente americano Wilson premere a favore del neo-stato yugoslavo, soprattutto a livello interno e volto a condizionare fortemente l’opinione pubblica italiana. Si iniziò a formare attorno soprattutto ai reduci e ai nazionalisti un vasto movimento che chiedeva a gran voce l’annessione di Fiume. Gabriele D’Annunzio fu l’esponente di spicco di questo movimento politico che scosse il paese che di lì a poco sarebbe stato insanguinato dalle violenze del biennio rosso. L’impresa fiumana screditò completamente la vecchia classe dirigente liberale, che si trovò totalmente screditata sul piano interno, accusata di cedevolezza verso lo straniero, e di violenza contro dei patrioti. Tale impresa restò impressa a fondo nella memoria collettiva, soprattutto di quella parte del mondo dell’interventismo che sposava i principi del nazionalismo e/o del sindacalismo rivoluzionario, come dimostra la centralità politica e propagandistica della carta del Carnaro. Ciò spiega in parte come mai il fascismo non poteva prescindere dall’immaginario, dalle ritualità e dall’estetica emersa dall’impresa fiumana ed anzi a livello propagandistico cercherà sempre di tracciare una continuità ideale con quella esperienza, non senza strumentalizzazioni, come dimostra la vicenda di Alceste de Ambris, redattore della Carta del Carnaro o alla critica di Annunzio a Mussolini per aver accettato il trattato di Rapallo del 1920, che avrebbe risolto le questioni aperte sulla Dalmazia e avrebbe reso Fiume uno stato indipendente. A livello internazionale l’impresa contribuì a rafforzare l’idea presso gli alleati dell’Intesa della debolezza italiana, la Francia in particolare vedrà nella Yugoslavia un utile contrappeso all’Italia e cercherà di renderla perno di una rete di alleanze per stabilizzare la regione soprattutto contro il revanscismo tedesco mentre la vicenda veniva seguita con interesse da Mosca, celebre la frase attribuita a Lenin secondo la quale presso i popoli latini, l’unico tipo di uomo a poter fare la rivoluzione è alla D’Annunzio. Non era l’unico a pensarlo: Antonio Gramsci sulle pagine de “L’ordine nuovo” auspicava una possibile alleanza con i legionari fiumani contro i fascisti, che tuttavia non si realizzerà mai eccezion fatta per l’ingresso di alcuni di loro nelle formazioni degli arditi del popolo.

Gabriele D’Annunzio ha scritto indubbiamente una pagina cruciale della storia d’Italia, la sua impresa fu resa possibile dall’entusiasmo di un pugno di reduci di guerra che mal tollerava di piegarsi ai disegni della politica: chi seguì il Comandante si gettò in una impresa che rimase sospesa a metà tra il gesto politico, figlio dell’irredentismo e delle ferite sociali aperte dalla grande guerra, e il gesto estetico del superomismo dannunziano, una sfida lanciata con la famosa frase “vittoria nostra, non sarai mutilata” che, come dimostrano i personaggi dei suoi romanzi, era condannato titanicamente allo scacco, come dimostreranno gli eventi del Natale di sangue

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