Il Decennio Europeo

Di Manuel Berardinucci

Noi italiani siamo soliti periodizzare la nostra storia sulla base degli avvenimenti che, più di altri, l’hanno influenzata in quello specifico lasso temporale. E così abbiamo il Biennio Rosso, il Ventennio Fascista, la Prima Repubblica e il Ventennio berlusconiano. Tra poco scadrà il secondo decennio del 2000, finiranno quelli che passeranno alla storia come gli anni 10’ del nuovo millennio. Se dovessi trovare un nome per indicare il periodo in questione, non potrei che optare per: “Decennio Europeo”. Dal 2010 al 2019 infatti la nostra Nazione ha subito un’ingerenza tanto pesante di potenze esterne, da esser paragonabile esclusivamente all’Italia pre-risorgimentale o alla Resistenza.

Sono stati gli anni del Fiscal Compact, del Meccanismo Europeo di Stabilità, delle manovre economiche poste al vaglio intransigente della Commissione Europea, della terza revisione al Regolamento di Dublino , della chiusura delle Acciaierie di Terni, del latte in polvere, della misura delle zucchine e delle sanzioni alla Russia.

Si apre il 2010 ancora in pieno regime berlusconiano, che viene però indotto dalle più Alte Cariche dello Stato a seguire i partner europei ed internazionali nella scellerata guerra in Libia ai danni di Gheddafi. Una scelta scellerata che l’Occidente e l’Italia in primis pagano ancora oggi subendo i flussi migratori incontrollati.

Ma al termine del 2011, l’ultimo governo repubblicano in grado di vantare appoggio popolare (non scrivo “eletto dal popolo” altrimenti i costituzionalisti danno sfogo all’unica attività loro rimasta, che è quella di ricordare a tutti la legittimità giuridica delle nefandezze che di seguito andiamo a rimembrare) viene portato a rassegnare le dimissioni per essere sostituito con uno che si autodefinì “il genero perfetto della  suocera tedesca”:Mario Monti. Un governo, il suo, che oltre a simboleggiare il fallimento della politica è stato un vero cataclisma per la Patria, tra Fiscal Compact e Pareggio di Bilancio in Costituzione, nuove tasse, Riforma Fornero e soldi alle Banche. Infine quella legislatura si esaurì e nuove elezioni consegnarono il Paese ad un sistema tripolare che portò i moderati delle due coalizioni principali a sostenere come nuovo Presidente del Consiglio, l’autore del saggio “Euro sì. Morire per Maastricht”. Ed effettivamente Enrico Letta di quel titolo fece bandiera e governò adeguandovisi. Ma il tiepido Enrico venne defenestrato dal borioso Matteo, ovviamente Renzi. Illuse molti, anche se il suo tradimento ai danni del predecessore (#Enricostaisereno) avrebbe dovuto far intuire dinnanzi a quale masnadiero fossimo. Ma il popolo italiano lo premiò con il 40% alle elezioni europee del 2014 ed egli, per tutta risposta, lo ringraziò con Jobs Act (sottomissione culturale avviata già con l’uso degli anglicismi negli atti politici, figurarsi nella sostanza), Buona Scuola, Unioni Civili per i gay e spalancando i confini nazionali in cambio di maggior margine di deficit da parte dell’UE per regalare 80,00€ ai suoi elettori. Bocciata la proposta di riforma costituzionale da egli avanzata, si fece da parte lasciando posto al gentile Gentiloni, maggiordomo perfetto dell’Unione Europea che tornerà più in là nella nostra narrazione.

Dopo una sequela di Governi più cari a Bruxelles che alla Nazione, finalmente il Popolo è chiamato nuovamente alle urne e il 4 marzo 2018 gli italiani premiano la coalizione di centrodestra, impossibilitata però a governare per via di una legge elettorale errata ed elaborata col fine di garantire instabilità. Così nasce l’ennesima strana creatura della politica italica: il GialloVerde. Un esecutivo nato con alcune buone premesse, costretto dall’ultimo baluardo dell’Europrogressismo, Sergio Mattarella, a rinunciare, per il Ministero dell’Economia, al nome di Savona, personaggio evidentemente non gradito alle Cancellerie Europee. Tralasciando evidenti buone intenzioni da parte del socio di minoranza Matteo Salvini, poco muta nei rapporti con l’UE, grazie ai quirinalizi Tria e Moavero e alla mollezza dei pentastellati che, in Europarlamento finiscono per sostenere Ursula Von der Layen.

Quando il leader del Carroccio pone fine all’esperienza grillo-leghista, il fino ad allora silente Giuseppe Conte si erge a statista, colui definito fino al giorno prima “burattino” dei suoi vice-premier diventa il cavallo (di Troia) sul quale puntano i potentati europei per ristabilire con chiarezza il loro predominio, portando persino il Partito Democratico, che prima tanto lo aveva demonizzato, ad accettarlo.

Ma questa è una storia così recente da costituire il nostro tragico presente.

Cosa ci riserverà il prossimo decennio?

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