Hammamet: se Craxi vive ancora

Di Manuel Massimiliano La Placa

Ci sono molti modi ed infinite angolazioni dalle quali raccontare una storia, così come esistono personaggi protagonisti capaci di scindersi – volenti o nolenti – in identità diametralmente opposte tra loro. Bettino Craxi è stato – pienamente – al centro esatto di mille anime e di centinaia di volti interamente ascrivibili alla sua stessa persona, cristallizzatesi in una serie di fatti che non dispone – e non può disporre – di un’unica chiave di volta e di lettura.Ancor oggi, nel 2020, soltanto fare il nome di Craxi scatena irrimediabilmente due fazioni opposte in eterno conflitto tra loro: i detrattori ed accusatori a tutto campo da un lato, i nostalgici, sovente acritici, sostenitori dall’altro, i puristi contro i pratici.Al netto di un tanto, è evidente che – al di sopra di questo bailamme atavico – Craxi vive ancora, nel senso che continua a far parte vitale di un sistema che apparentemente e materialmente muta negli strumenti e nelle vesti ma, inesorabilmente, rimane sempre lo stesso nei fondamenti.

Bettino Craxi


Ed ecco che questo Hammamet, ultima opera cinematografica di Gianni Amelio, si pone nella condizione di raccontare una parte  (la coda) di una vicenda lunga e complessa, spesso frettolosamente liquidata, ormai prassi nella società liquida e frenetica della superficialità tecnologica, e ridotta alle basilari categorie di latitanza coscienza sporca. La luce ed i colori della fotografia sono caldi, pressanti ma al contempo capaci di risultare, tutto a un tratto, freddi e ventosi, oscuri nel descrivere più che il Craxi politico, il Craxi privato, che si trova a fronteggiare, per sua stesse ammissione, un tempo ormai ”scaduto”, intrappolato in una solitudine amara, carica di fardelli sottintesi che trasudano fino a colpire e rimettere in moto la memoria degli spettatori più avanti con l’età, senza tuttavia che l’opera si prenda la briga di esplicitarne i caratteri con il pubblico più giovane.
Basta una panoramica in campo largo di un Craxi che cammina, barcollando a causa della malattia, da solo nel giardino della sua villa tunisina accanto ad una piscina – elemento che colpisce immediatamente l’occhio in quanto sinonimo di sfarzo – completamente vuota e logora, per far trasparire il senso profondo di una rovina incombente che, tuttavia, ha avuto origine in un’altra epoca, in altri luoghi, in altre circostanze.

Hammamet non ha l’intento di porsi quale cronaca giudiziaria di Mani Pulite e nemmeno come una apologia dell’epopea del socialismo di governo degli anni tra il 1983 ed il 1987, bensì di essere tragico, crudo racconto di un epilogo che l’Italia non ha ancora saputo, o voluto, metabolizzare. In questo, il talento di Pierfrancesco Favino sta non soltanto nella capacità di replicare, perfettamente, le movenze, i gesti, la postura, le espressioni, il respiro ed il tono di voce del leader del P.S.I ma – soprattutto – nell’emanare, pur senza parlare, quell’aura di greve vissuto, di tacitamente ammesso e recriminato che ha coinvolto Craxi fino alla fine dei suoi giorni.
In questo, la pellicola non manca di ricercare alcune risposte ai perché covati in quegli anni da milioni di italiani prima cullati dal sogno dei risultati economici, di politica interna ed estera a trazione socialista e poi, improvvisamente, risvegliati brutalmente dalle sirene delle inchieste giudiziarie e trasformati, inesorabilmente e per l’ennesima volta nella propria storia, da folla osannante ad esercito di esecutori di piazza, con tanto di lancio di monetine. Infatti, Amelio fa in modo che gli italiani inferociti lo incontrino, quel Craxi che ha riparato in Tunisia per evitare le aule di giustizia, e lo affrontino in un faccia a faccia per strada.Le risposte, per ovvie ragioni, non possono arrivare dal film, che funge da mero dispensatore, contenitore di sentimenti contrastanti. In questo, Craxi appare certamente come l’ennesimo politico accusato d’ingordigia, di scandali e di turpitudini il quale, tuttavia, pur dichiarando candidamente di non essere un santo, rivendica con vigore di avere agito in un campo di usi e costumi ben delineato e circoscritto, mai per fini personali bensì per ragion di Stato e di politica, che esigono sul proprio altare anche condotte impure se necessarie ad alimentarne il fuoco della sopravvivenza. Dall’altro lato della barricata pende lo spettro di due condanne definitive e del popolo italiano che, ancora una volta, non riesce a scrollarsi di dosso i panni che la Storia sembra avergli inopinatamente appioppato senza appello: sciamare, quasi fosse un girone dantesco, da un leader all’altro da portare in trionfo, in spasmodica e costante attesa di qualche uomo della provvidenza, chiamato a risolverne tutti i problemi, salvo poi – rigorosamente – affossarlo e condannarlo non già per spinta intellettiva autonoma, ma unicamente dietro impulso dei media e delle inchieste giudiziarie.
Sarebbe, tuttavia, riduttivo fermarsi a questo, perché Hammamet cela qualcosa in più. C’è infatti spazio per descrivere l’amore e la fedeltà di una figlia per il padre nonostante tutto, oltreché qualche attimo da riservare a sprazzi di una politica dei massimi sistemi, seria, profonda e ormai lontana nel tempo, che può prendersi il lusso di riflettere sulla trasformazione di senso dei termini e delle parole, come nel caso di popolo gente. C’è, soprattutto, la possibilità di un leader decaduto di maturare un giudizio complessivo – netto e tranciante – su quella seconda Repubblica nata dalla – parziale – dissoluzione di quella precedente, pur avendone ereditato ipocritamente tutti i tratti essenziali, così duramente bistrattati, messi al rogo e condannati dai pionieri della stessa. In questo, si apre uno squarcio temporale, che mostra in un tacito parallelismo il giovane nipote di Craxi ricostruire sulla sabbia i fatti della cd. crisi di Sigonella, frammenti ormai perduti nel tempo, echi di gesta e fatti che si sublimano rispetto al desolante piattume contemporaneo, alle quali lo stesso Craxi guarda assorto, scrutando l’orizzonte, consapevole ma ormai rassegnato all’oblio del tempo e della società.

In tutto questo, l’elemento che consente al Presidente – come viene chiamato per tutta la proiezione – di tenersi dolorosamente a stretto contatto con il richiamo della terra natia è rappresentato da Fausto, personaggio di finzione, inserito in funzione di contraltare del protagonista.Tormentato figlio di un dirigente del partito, rimasto tragicamente schiacciato dalla spirale di eventi antecedenti e concomitanti alla caduta, il quale riversa il proprio quotidiano bisogno di rivalsa su un sistema che si pone come necessario per quanto fradicio sin dalle fondamenta, e che egli vede incarnarsi innanzi a sé proprio nella figura del Presidente.Eppure, a lungo andare, anche Fausto non si accontenta di abbattere quel mostro, come inizialmente preventivato, ma decide di volerne comprenderne i fondamenti, trovandosi ad ereditare involontariamente più di quanto cercasse o desiderasse, rivelazioni mai condivise con nessuno.

In Hammamet non si possono cercare risposte a nodi irrisolti, bensì si può rintracciare, nel necessario crepuscolo che l’opera descrive, un fondo di verità innegabile.Bettino Craxi vive ancora – in un modo o nell’altro – in quell’opinione pubblica inferocita, irrazionale, angosciata ma anche evoluta che non è ancora riuscita a comprenderne l’identità, smarrita in un sentire diffuso quanto discordante, che ne glorifica o ne condanna le azioni senza soluzione di continuità, anziché protendersi – finalmente – ad un giudizio complessivo, ragionato, maturo da poter presentare con somma responsabilità sull’altare della Storia e della Politica.

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