Partito Comunista Italiano: 99 anni di anti-italianità

Di Manuel Berardinucci.

Il 21 gennaio 1921, precisamente 99 anni fa, a Livorno l’area massimalista e rivoluzionaria del Partito Socialista Italiano, abbandonò i compagni ritenuti ormai imborghesiti da un atteggiamento riformista e  fondò, sotto la guida di Amedeo Bordiga, Antonio Gramsci, Palmiro Togliatti ed altri, il Partito Comunista d’Italia, antesignano del repubblicano Partito Comunista Italiano. I Comunisti nella nostra storia nazionale, nonostante i tentativi di beatificazione quasi bipartisan (con tanto di richieste volte a stanziare 400.000€ per incensarne la memoria) hanno sempre avuto un ruolo anti-nazionale e propenso a distruggere ogni forma di coesione sociale fondata sull’appartenenza ad una stessa Comunità. Dopotutto, ci insegna Marcello Veneziani che “la comunità sta al comunismo, come i polmoni stanno alla polmonite”. Il marxismo ha sempre rappresentato la loro unica stella cometa, e dunque l’interclassismo internazionale, con l’esaltazione del proletariato slegato da qualunque contesto di Patria “borghese” e con l’ideologia come unico strumento aggregatore. Prima ancora della nascita del Partito (unica Chiesa di quei Laici Inquisitori) il Psì si schierò con veemenza tra i neutralisti nell’ambito della Grande Guerra, con evidente idiosincrasia per l’Esercito e per le ambizioni irredentiste dei Nazionalisti e per adesione alle tesi dell’Internazionale Socialista. Mostrarono inoltre insofferenza per i reduci rientranti al termine del conflitto.

Negli anni della Guerra Civile Italiana, i partigiani rossi perpetrarono violenze inaudite ai danni di compatrioti, non solo tra i fascisti o tra coloro i quali avevano come unica colpa l’essere congiunti e cari dei fascisti (come Giuseppina Ghersi), ma anche tra chi combatteva per la Resistenza, ma non era ritenuto sufficientemente allineato (un caso su tutti, l’eccidio di Porzus, durante il quale partigiani appartenenti al PCI, massacrarono la Brigata Osoppo, di orientamento cattolico e laico-socialista). Poi c’è la tragica storia triestina, in merito alla quale Palmiro Togliatti ordinò collaborazione con le unità del maresciallo assassino Tito, arrivando a negare persino i massacri delle Foibe. Successivamente alla tragedia si verificò quell’episodio noto come esodo giuliano-dalmata durante il quale da Istria, Fiume e Dalmazia emigrarono circa 250.000 persone, in fuga dal regime comunista di Tito e molte delle quali rientranti nella Patria d’origine, in Italia. Il PCI riservò un trattamento indegno a quei profughi, scrivendo sull’Unità:

“Ancora si parla di “profughi”‘: altre le persone, altri i termini del dramma. Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città. Non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall’alito di libertà che precedeva o coincideva con l’avanzata degli eserciti liberatori. I gerarchi, i briganti neri, i profittatori che hanno trovato rifugio nelle città e vi sperperano le ricchezze rapinate e forniscono reclute alla delinquenza comune, non meritano davvero la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci pane e spazio che sono già così scarsi.”

Degno di nota è l’episodio del tristemente noto “Treno della vergogna”, un accadimento che merita di essere ben esplicato. La domenica del 16 febbraio 1947 da Pola partirono diversi convogli di esuli italiani con i loro ultimi beni e, solitamente, un tricolore italiano, diretti ad Ancona, dove trovarono l’esercito a proteggerli dalle contestazioni dei militanti di sinistra. La sera successiva partirono stipati in un treno merci, verso Bologna, dove la Pontificia Opera di Assistenza e la Croce Rossa Italiana avevano preparato dei pasti caldi, soprattutto per bambini e anziani. Il treno fu accolto nella stazione della città dai microfoni di certi ferrovieri sindacalisti CGIL e iscritti al Partito Comunista Italiano che proclamavano: “Se i profughi si fermano per mangiare, lo sciopero bloccherà la stazione.”. Della serie #RestiamoUmani.  Il treno venne preso a sassate dai giovani della sinistra, altri lanciarono pomodori e sputarono sui loro connazionali, buttarono addirittura il latte destinato ai bambini in grave stato di disidratazione, sulle rotaie.

Alla fine  vennero fatti ripartire per Parma dove le associazioni poterono distribuire il cibo, trasportato da Bologna con automezzi dell’esercito. La destinazione finale del treno fu La Spezia dove i profughi furono sistemati in una caserma. 

Se oggi  il Partito Democratico risponde a Bruxelles, ieri il PCI rispondeva a Mosca e sognava di far entrare l’Italia nell’orbita sovietica. Il diffuso sentimento anti-italiano dell’odierno progressismo non nasce nel presente, ma affonda le proprie radici in un’ideologia malata che ha ispirato il partito che in molti rimpiangono, persino a Destra, con il falso mito “dei veri Comunisti” e l’improprio paragone tra Giorgio Almirante ed Enrico Berlinguer, in un diffuso e distorto sentimento nostalgico nei confronti della Prima Repubblica.

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