Putin contro Putin: Dugin e la Grande Russia

di Manuel Massimiliano La Placa Berlino

Al momento del suo ingresso nella politica internazionale, risalente alla fine degli anni ’90, la comparsa di Vladimir Vladimirovič Putin sulla scena ha scatenato sin dall’esordio una reazione dura e inflessibile in tutti gli ambienti ultra-liberali filo-occidentali, dentro e fuori la Russia, i quali non hanno esitato ad etichettarlo come un rossobruno, un membro del KGB senza scrupoli, un pericolo per l’equilibrio internazionale livellatosi inesorabilmente dopo il crollo del muro di Berlino.

Di fatto, una parte dell’Occidente continua ancor oggi, oltre vent’anni dopo, a dipingere la Russia putiniana come un incubo in terra, come una minaccia, una matricola degli assetti globali da educare ad altri valori.

Tuttavia, ben al di sopra queste fredde e semplicistiche argomentazioni, rimane in sospeso un quesito di fondo, che soprattutto in Occidente in pochi sembrano volersi porre realmente: chi è, davvero, Putin?

A questa domanda si propone di dare una risposta Aleksandr Dugin, che nella sua opera intitolata – non a caso – Putin contro Putin, pubblicata e tradotta in Italia da AGA Editrice, non esita a porre in contrapposizione tra loro i punti di forza e i punti di incompletezza, di cedimento dell’esperienza politica dell’attuale Presidente della Federazione russa, per come ri-avviatasi dopo la parentesi di governo targata Medvedev.

In primo luogo, occorre precisare come Dugin in prima persona non abbia alcuna intenzione di nascondere i reali problemi che affliggono il popolo russo, facendosi al contempo portavoce di una necessaria rivoluzione mentale e spirituale necessaria ad eliminare, progressivamente, tutti i fenomeni di corruzione che agiscono nell’ombra, attentando all’integrità russa.

Putin, infatti, nasce quale successore di Boris El’cin, inizialmente spinto proprio dagli atlantisti liberali ma, tuttavia, destinato a scardinarne dalle fondamenta metodi e princìpi ispiratori una volta giunto alla guida dello Stato, trasformando il liberalismo in un semplice strumento pro tempore necessario al raggiungimento di un patriottismo populista quale reale fine ultimo.

La prevenzione di una disgregazione della Russia in termini geografici e sociali, il rafforzamento del Consiglio Federale, l’istituzione della Comunità degli Stati Indipendenti, della Comunità Economica Eurasiatica e di uno spazio economico comune alla Federazione russa, al Belarus, all’Ucraina e al Kazakistan rappresentano per Dugin gli elementi più importanti della prima parte della carriera di Putin, capace di porre pragmaticamente all’interno del discorso politico il concetto di mondo multipolare, quale strumento riequilibratore dell’unipolarità internazionale prodottasi a beneficio degli U.S.A dopo il crollo dell’URSS.

Putin emerge, quindi, come un politico realista, totalmente assorbito dalla necessità di agire secondo una costante logica politica che lo porta ad adeguare progressivamente – anche se non sempre – la propria azione al comune sentire contemporaneo del popolo russo, basandosi su un programma capace di alternare in eguali proporzioni patriottismo liberalismo, strumenti fondamentali per affermarsi nel consenso popolare.

D’altro lato, il primo tangibile effetto raggiunto dall’azione di Putin è costituito dal vuoto politico creatosi attorno alla sua figura, con la disintegrazione – per assenza di competitori di pari livello – di una reale classe politica nazionale con la quale rapportarsi e dalla quale farsi affiancare, elemento che si associa ad un sistema partitico creatosi troppo in fretta, che riflette la progressiva de-politicizzazione dello scenario russo, una piaga nefasta che per Dugin deve essere guarita, radicalmente, al più presto possibile attraverso una rivisitazione ed un rafforzamento del concetto di Idea russa, che deve trarre fondamento in un terreno comune in senso culturale, geopolitico, religioso, antropologico e sociale.

Ciò che emerge, osservando bene la panoramica eseguita dettagliatamente dall’Autore, è la suddivisione dello scenario politico russo in tre grandi aree, blocchi eterogenei non necessariamente incompatibili in almeno un caso.
Quella che Dugin definisce Russia 1 altro non è se non l’attuale posizione assunta da Putin, una sorta di conservatorismo equilibrista tra l’élite dei consiglieri e delle istituzioni e le masse, tra il più puro interesse nazionale e le spinte filo-occidentali, un polo grigio che siede esattamente al centro dello schieramento e che al momento sembra ancora in grado di reggere autonomamente il contrasto con il secondo blocco ideologico, che ne contende la supremazia.
Russia 2, infatti, rappresenta lo schieramento politico che si pone in continuità con l’esperienza di El’cin, un filo-occidentalismo di ispirazione statunitense che spinge per il rinnovamento a tutti i costi, rintracciato nella globalizzazione individualista e rappresentato non soltanto dalla parte di oligarchia messa in un angolo da Putin sin dal suo esordio, ma anche da esponenti politici legati allo stesso Presidente, come il già citato Medvedev, fautore di un primo passaggio, tra il 2008 ed il 2012, dal polo grigio a quello arancione, costituito proprio da Russia 2 e dai relativi esponenti.
Residua, per assenza di rappresentanti di peso sebbene dotata di forte radicamento sociale, Russia 3 costituita dalla parte di popolo russo che si oppone con maggiore forza e ferocia alla occidentalizzazione, dalla quale Putin e Russia 1 potrebbero ipoteticamente essere attrattati al fine di arginare per sempre le spinte arancioni, mossa che, tuttavia, al momento non si è ancora verificata.

A queste osservazioni, tuttavia, Dugin non ha timore di far seguire una critica dall’alto all’azione politica di Putin.
Il punto nevralgico delle lacune riscontrate nel putinismo dall’Autore risiede proprio nei rapporti con l’Occidente e, nel particolare, con gli U.S.A in relazione ai quali Putin non sembra ancora avere preso una decisione di svolta, definitiva e radicale.
Se da un lato egli sembra aver compreso che un’economia di stampo liberale in senso puro rappresenterebbe la rovina del mondo russo, Putin non pare ancora aver potenziato sufficientemente l’Eurasiatismo che, nelle idee di Dugin, non può che contrapporsi e andare allo scontro con il modello liberista, individualista di marca statunitense che pretenderebbe una Russia fragile, inerme, il quale – proprio poichè corpo estraneo – non potrà mai porre radici e trovare terreno fertile nel popolo russo che concepisce l’individuo come identità collettiva, anziché come strumento dei mercati, della produzione e del consumo globale apolide.
A un tanto, secondo Dugin deve aggiungersi l’imperante necessità, per Putin, di pensare a che cosa lascerà dietro di sè, al dovere di formare – prima che sia troppo tardi – una classe politica in grado di sostenerne e proseguirne con maggior vigore i progetti anche in un futuro che, al momento, appare quantomeno nebuloso.

In buona sostanza, l’Eurasiatismo che Dugin vede riflesso in Putin, altro non è se non un progetto ideologico di democrazia sovrana in costante divenire, che fa del destino pan-asiatico un progetto oggettivo, giammai individualista, e pertanto destinato allo scontro dialettico, sistematico, ideale con il modello liberista.
Il ruolo che Dugin ritaglia alla sua Russia ideale, quindi, non è posto, in senso limitante, alla base di uno Stato Nazionale destinato ad essere necessariamente sorpassato, ma in cima ad un impero sovrano animatore di un mondo vasto, integrato da più poli di forza, trainato da un modello di sviluppo prettamente russo ma anche europeo.

Ciò integra, per l’Autore, il primo, necessario, passo in direzione della Quarta teoria politica (4TP) che propone – rigettandone categoricamente e rispettivamente l’individualismo disgregante, il razzismo biologico ed etnico, nonchè il modernismo messianico – il superamento dei tre modelli succedutisi negli ultimi secoli, cioè il liberismo (attualmente imperante sebbene in crisi profonda) ma anche il comunismo ed il fascismo (o Terza Via) usciti inesorabilmente sconfitti nell’ultimo secolo.

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