Serve una Visegrad del Mediterraneo

di Leonardo Rivalenti

La storia, la cultura e la geografia del nostro paese ne fanno, per forza di cose una nazione Mediterranea. Sin da Roma Antica, il futuro dell’Italia è stato determinato da quello del Mare Mediterraneo e il non dominare questo bacino è sempre significato, per il nostro paese, essere dominato da potenze straniere. Tale regola non viene ad fare eccezione del XXI secolo, il quale vede l’Italia ridotta a potenza in declino, sempre più oggetto, che non soggetto delle relazioni internazionali. Infatti, a dispetto dell’ormai consolidata centralità del Mediterraneo, grazie anche all’emergere della Cina, l’Italia vede il suo ruolo nella regione sempre più ridimensionato.

La partita per il futuro ruolo dell’Italia in questa regione sta venendo giocato largamente in Libia, ex colonia Italiana che dal 2011 è stata oggetto di una sanguinosa guerra civile tra il Governo di Fayez Al-Serraj, a Tripoli, e la Giunta Militare di Khalifa Haftar, a Bengasi. A sostenere l’una o l’altra parte, tutte le principali potenze della regione Euro-Mediterranea, Italia inclusa. Tuttavia in questo scenario, Roma ha pagato a caro prezzo la sua assenza e il suo rifiuto a intervenire militarmente, venendo, a inizio 2020, a trovarsi quasi completamente esclusa dai giochi di potere nella sua Quarta Sponda. D’altro canto, il vuoto da noi lasciato nel Mare Nostro sta venendo rapidamente colmato da una nuova potenza emergente: la Turchia. Dopo anni di fedeltà atlantica e secolarismo, la Turchia si sta riassestando su posizioni islamiste e in materia di allineamento geopolitico, sempre più ambigue. Nel fare ciò, ha saputo approfittare della sua permanenza nella NATO per rendere impossibile una qualsiasi politica di contenimento da parte di essa, mentre ha iniziato ad accampare sempre più pretese e a minacciare anche paesi alleati.


Più recentemente, ciò si è tradotto nel tentativo di creare una propria sfera di influenza nella regione Mediterranea, iniziativa che in termini di hard power si è tradotta nell’intervento in Siria a fianco dei ribelli salafiti – definiti dall’occidente “moderati” -, in una politica sempre più energica contro Grecia e Cipro, specie per quanto riguarda i giacimenti di Gas Afrodite e ancora più di recente nell’intervento militare in Libia. Già quest’ultimo caso, la Turchia si era posta da attore contrapposto all’Italia, scalzando la già ridotta influenza di Roma su Tripoli. Nel Mediterraneo Orientale invece, l’ENI è stata oggetto delle politiche aggressive di Ankara nei confronti di Cipro, in occasione dell’incidente con la nave Saipem 12000.

Tutto ciò mentre lo Stato Turco è stato ormai de facto trasformato in un regime autoritario, in cui al ritorno dell’Islam nella scena politica nazionale, si aggiunge il richiamo all’Impero Ottomano e alla ricostituzione di un simile centro di potere. Tale tendenza, ormai identificata come Neo-Ottomanesimo, è stata dimostrata anche recentemente, quando nel suo discorso per ufficializzare l’intervento il Libia, ha esortato i soldati in partenza a ispirarsi al corsaro Khayr Al-Din Barbarossa, il quale durante il XVI secolo si rese responsabile per saccheggi e scorrerie nelle coste dell’Europa Mediterranea, in particolar modo dell’Italia. Purtroppo, di fronte ad un simile scenario, la classe politica italiana, ormai isolata in una sua torre d’avorio dove l’unica preoccupazione è quella di vincere le elezioni incombenti in qualche comune o regione, è rimasta completamente inerme. Succubi ormai dei diktat provenienti dall’Europa continentale, gli ultimi esecutivi, sia di sinistra che di qualcosa di simile alla destra (il Conte I non è certo stato un governo di destra), hanno trascurato sempre più la dimensione Mediterranea del nostro paese.

In ambito economico, ciò si è tradotto nell’incapacità di sfruttare al massimo le potenzialità dei porti Italiani, grazie all’assenza di un retroterra sufficientemente strutturato per portare fino al resto d’Europa le merci che vi arriverebbero.

In Libia, come abbiamo detto, ciò si è tradotto in un coinvolgimento marginale, che ha visto l’Italia incapace di appoggiare in maniera consistente i suoi alleati sul posto – i quali, non sorprendentemente, l’hanno tradita alleandosi ai Turchi -. Ancora, nello scacchiere geopolitico del Mediterraneo, tale tendenza è stata riconfermata dall’atteggiamento del Ministro degli Esteri Luigi di Maio – la persona sbagliata, al momento sbagliato e soprattutto nel posto sbagliato – il quale ha criticato l’accordo East-Med sostenendo che esso fosse “troppo sbilanciato” contro alla Turchia. Interessante osservare che quando una potenza straniera cerca di rivaleggiare con Roma, Roma si preoccupi di non <> contro di essa, invece di pensare a come contenerla.
Attuare una politica di contenimento in chiave anti-Turca potrebbe essere un’opportunità per rilanciare il ruolo dello Stato Italiano nel Mediterraneo.
Il primo passo, per quanto contrario alla genetica esterofila dell’attuale classe politica italiana, dovrebbe essere la presa di coscienza che né la Francia (seconda patria di buona parte della sinistra nostrana), né l’Unione Europea e tantomeno la NATO potranno venire in nostro aiuto nell’imboccare una simile strada. La prima in virtù del suo ruolo antagonico, nello scacchiere nordafricano, alle politiche Italiane, ruolo che ormai ricopre almeno dal lontano 1885, quando lo Schiaffo di Tunisi diede inizio ad una corsa alle colonie tra Roma e Parigi.

La seconda in virtù della sua stessa trazione tellurocratica e continentale, che la rendono poco servibile per una politica mirata alla talassocrazia (i.e. il potere sui mari), nonché della sua natura non-militare. Si aggiunga a ciò la presenza di una nutrita diaspora Turca in Germania, centro vitale dell’Unione Europea. Infine la NATO non può venire in aiuto giustamente perché conta con la Turchia tra i suoi membri. Logicamente, non si può rendere l’oggetto della politica di contenimento partecipe della stessa.
Parallelo ma non in contrasto con NATO e UE quindi, un simile blocco dovrebbe cercare di riunire quei paesi che vedono i loro interessi danneggiati dall’espansionismo Turco. I primi ad essere più indicati dovrebbero quindi essere Grecia e Cipro, i quali mantengono relazioni apertamente ostili con Ankara. Il secondo attore da coinvolgere verrebbe quindi ad essere l’Egitto, tradizionale alleato dell’Italia con il quale le relazioni si sono incrinate a causa del Caso Regeni. Per questo dossier, la realpolitik ci chiede, con buona pace di Amnesty International e dei vari attivisti dei Diritti Umani, di accantonare definitivamente il Caso Regeni e di ripristinare piena cooperazione con il Cairo.
Sarebbe quindi opportuno cercare anche il coinvolgimento dei paesi balcanici, in particolar modo quelli occupanti la parte meridionale della Penisola Balcanica (quindi Albania, Bulgaria, Macedonia del Nord etc).

Questo dal momento in cui questa regione rischia di trovarsi sempre più soggetta alla penetrazione diplomatica ed economica Turca, che potrebbe così in un futuro non troppo distante, tornare, dopo oltre un secolo, a mettere piede in Europa. L’Italia, che gode tuttavia di buone relazioni con quasi tutti i paesi dell’area Balcanica Meridionale, potrebbe mirare a sfruttare questa sua condizione per creare un cordone sanitario nella regione, capace di inibire qualsiasi tentativo di penetrazione da parte della Sublime Porta.
Lo Stato di Israele stato intenzionalmente escluso dalla lista iniziale a causa del suo ruolo nel Medio Oriente e del rischio che un suo coinvolgimento comprometta la posizione dell’Italia di fronte ad altre nazioni musulmane. Vale ricordare che all’Italia serve comunque mantenere una posizione di equidistanza verso quelle potenze Mediorientali che non ne minacciano direttamente gli interessi. Detto ciò, volendosi pensare semplicemente nei termini di un coordinamento tra le forze armate, Marine Militari in particolar modo, per trovare una comune strategia di contenimento dell’espansionismo turco, risulterebbe difficile, se non impossibile ignorare il potenziale bellico di Tel Aviv.

Si deve inoltre riconoscere che il contenimento di Ankara sia un interesse condiviso anche da Israele.
Sebbene la Marina Militare Italiana da sola potrebbe senza troppi problemi sfidare quella Turca e Roma, di conseguenza, potrebbe da sola porre fine al bluff navale della Turchia, la soluzione multilaterale presenta un maggiore potenziale per il compimento dell’interesse nazionale. Infatti, il vantaggio militare e in particolar modo navale dell’Italia sui potenziali partners porrebbe il nostro paese nel ruolo di guida di detta coalizione. Un risvolto di ciò potrebbe venire ad essere l’integrazione di questi diversi apparati militari in una strategia di difesa mediterranea, che verrebbe ad essere centrata su Roma, facendone quindi il principale, o uno dei principali poli militari del Mare Nostro.

Un simile sistema si potrebbe quindi estendere ad altri settori di cooperazione, quali la politica e l’economia, quest’ultimo settore particolarmente importante dato il ruolo centrale dei gasdotti nella geopolitica mediterranea. Una simile iniziativa, nel lungo termine, potrebbe essere il discrimine tra il compimento della Missione Storica di Roma, i.e. il suo ritorno a potenza talassocratica e il suo confinamento a periferia povera di un’unione continentale Europea.


L’Italia sarà una potenza marittima, mediterranea e imperiale, oppure non sarà affatto. Come si è detto in precedenza e come si tornerà ad affermare, sono le acque del Mediterraneo ad essere linfa vitale e veleno per il nostro paese.

Il Continente ci è precluso dalle Alpi, sul quale è bene che rimanga saldo il nostro Limes. La differenza tra la linfa vitale e il veleno qui sta nell’uso che decidiamo di fare di questo mare. Per un’Italia pronta ad affermare il suo diritto e pronta ad esserne signora, il Mediterraneo sarà necessariamente la linfa che alimenterà la sua grandezza, facendone quel ponte, culturale, commerciale e geopolitico tra Oriente e Occidente. D’altro canto, l’abbandono del Mediterraneo lo trasforma in veleno, dal momento in cui l’Italia manterrebbe la sua posizione geografica cruciale, diventando così l’oggetto delle ambizioni geopolitiche di altre nazioni interessate a dominare il Mediterraneo. L’ultimo decennio ha visto il grottesco trionfo della seconda tendenza, potrebbe essere ora di considerare un cambio di rotta.

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