Brexit means Brexit: Il Regno Unito ha lasciato l’UE

di Giorgio Gariboldi

Questo 31 gennaio il Regno Unito ha lasciato l’Unione Europea.
Un momento storico per il paese che dopo più di 1300 giorni di attesa, svariati interventi di istituzioni europee e la caduta di due governi ha deciso di perseguire la strada presa, nonostante tutto.
I motivi che hanno portato alla Brexit sono troppo vasti per essere coperti da un solo articolo, ma per riassumendo molto si può dire che i cittadini inglesi non percepivano più l’UE come funzionale alla crescita nella misura in cui avrebbe dovuto una istituzione sovranazionale tanto burocratizzata e che paralizzasse il decision-making in un processo burocratico difficile da controllare, di fatto rendendo i singoli paesi incapaci di reagire con prontezza ai pericoli emergenti.
Questi e altri fattori di conflitto ideologico portarono, quel fatidico giorno di giugno del 2016, alla vittoria del fronte del Leave.


E ora?
Innanzitutto, va specificato che la separazione non sarà completa per almeno 11 mesi, durante i quali andranno negoziati dei trattati, principalmente di natura commerciale. Infatti, il Regno Unito, non più costretto dall’unione doganale, potrà e dovrà rinegoziare i trattati commerciali con tutti i paesi del mondo e la restante UE.
Dalle dichiarazioni di Boris Johnson, pare che questo implicherà che il Regno Unito inizierà una nuova era di pragmatismo commerciale, basato più sulla convenienza nazionale e sulla geopolitica che sui motivi politici e ideologici che invece han sempre accompagnato ogni decisione europea.
Una conferma di questo nuovo corso lo vediamo con la decisione di Boris Johnson di dare alla compagnia Huawei una concessione “parziale” sulla nuova rete 5G da costruire. La compagnia cinese potrà costruire e garantire tutti gli elementi non-primari del nuovo network, appoggiandosi per la parte mancante a compagnie meno osteggiate come Sony ed Ericsson. Questa soluzione “a mezza strada” è chiaro indicatore che il Regno Unito sta cercando di creare una posizione dalla quale possa negoziare con sia gli USA che la Cina e per questo è necessario non alienarsi né Trump né Xi Jinping.
Se Johnson avesse successo, il post-Brexit UK diverrebbe uno dei pochissimi stati al mondo ad avere accordi di commercio preferenziale con entrambe le superpotenze.

I precedenti del conflitto commerciale sino-americano lasciano presupporre che chiunque si troverà in buone relazioni commerciali con entrambi avrà un vantaggio competitivo unico sugli altri paesi.
Chiaramente l’aleatorietà di questa situazione, il rischio che comporta e il costante controllo che richiederà al governo inglese rende il futuro di questa nazione abbastanza incerto. Ma dopotutto, questo era proprio quello che il popolo inglese chiedeva: essere di nuovo artefici del proprio destino, poter avere a che fare nuovamente con “politici che siano responsabili per le azioni che prendono, invece di governare da un palazzo di vetro in cui nessun cittadino europeo può venirli a prendere se questi deludono le aspettative”. Questo è il messaggio con cui Nigel Farage ha giustificato il desiderio di libertà britannico e con cui ha salutato l’Europarlamento pochi giorni fa.

Proprio Farage, il più radicale dei due leaders della Brexit, ha ricordato infatti che il Regno Unito non è contro l’Europa ma contro l’Unione Europea e che sarà più che disposto a collaborare ancora coi suoi cugini europei e anche costruire nuovi progetti insieme, ma questa volta da eguali e senza ingerenze.
Dopotutto, il Regno Unito ha tutti gli interessi a continuare la collaborazione con l’Europa senza però essere più vincolata da tutti i suoi trattati, alleviando in questo modo il fardello che pagherà per la Brexit, primo fra tutti il rischio di dazi pesanti.

Per l’Unione, invece, questo è allo stesso tempo sia un minimizzarsi della perdita che il concretizzarsi di uno dei peggiori timori: il Regno Unito sta dicendo a tutta Europa che uscire è possibile, il tracollo economico non è una diretta conseguenza e che il disastro politico era solo uno spettro e perlopiù legato a questioni burocratiche e di puro ostruzionismo.
Certamente va detto che il Regno Unito è una delle principali potenze europee, ha sempre avuto una visione più atlantica e non ha mai avuto un rapporto disteso con l’attuale asse franco-tedesco, oltre al non trascurabile dettaglio di possedere ancora una Banca Centrale, risorsa che noi non abbiamo più. Tutti questi fattori hanno reso la Brexit fattibile, quando potrebbe non essere altrettanto facile per altri paesi.
In conclusione, per l’UE significa accettare che di fronte all’espressione popolare e a un governo sufficientemente preparato, nemmeno Bruxelles può opporsi troppo a lungo. Significa accettare che il desiderio di libertà possa espandersi ora che vi è un precedente, significa accettare che, in futuro, imposizioni politiche varate senza tenere in conto gli interessi dei singoli paesi potrebbe avvicinare dei membri alla defezione.

E’ questo l’inizio della fine per l’Unione Europea?

Probabilmente no, ma può diventare l’inizio di una restaurazione: un risveglio delle coscienze che porti a concepire il sogno europeo come ristrutturabile, ripartendo dai pilastri che han giovato all’Europa e rivedendo quelli che sono causa delle sue crisi più acute. Forse, la Brexit era quello che serviva perché l’Europa cominciasse a capire che deve rinnovare sé stessa.
Questo dipenderà anche e molto dal rendimento che avrà il Regno Unito negli anni futuri, se riuscirà a gestire gli indipendentismi interni e se riuscirà a essere convincente sul piano diplomatico; uno spettacolo che avrà molti interessati. Mentre questo rimane incerto, va detto che la Gran Bretagna è riuscita a essere nuovamente pioniera di una svolta monumentale, difficile e dolorosa, senza mai perdere la connotazione democratica e uscendone con una chiara idea di quale dovrà essere la strategia negli anni futuri.

E questo non può che essere un vanto per il suo governo.

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