Occidente, se ci sei batti un colpo! Siamo pronti a fronteggiare il secolo asiatico?

di Simone Casi e Danilo Delle Fave

L’ (ir)resistibile ascesa dell’Impero di Mezzo


L’ascesa della Cina come potenza globale pare questione di qualche decennio fa, spinta dalla sua rapida industrializzazione e crescita economica che l’ha posta come maggior contendente nello scacchiere internazionale dell’unipolarismo statunitense: lo vediamo nel Belt and Road Initiative, nello sviluppo della tecnologia 5G e nel grado di penetrazione economica in Africa. Tuttavia, le radici di questa proiezione prima regionale e poi globale della Cina risalgono alle alterne vicende che hanno caratterizzato la repubblica popolare dalla vittoria nella guerra civile fino ad oggi. Nel 1949 la Cina continentale era ormai sotto il fermo controllo delle forze comuniste guidate da Mao Zedong mentre le forze nazionaliste del Kuomintang di Chiang Kai Shek si erano ritirate a Taiwan e nelle isole limitrofe. In questo periodo la repubblica popolare cinese era riconosciuta unicamente dalle forze del blocco sovietico e infatti all’Onu e nel seggio permanente del consiglio di sicurezza delle nazioni unite sedevano rappresentanti del Kuomintang. Fino alla morte di Stalin, Mao si terrà fedele a una linea filosovietica, cementando un asse con l’Urss confermato con la guerra di corea.
Con la morte di Stalin nel 1953 si manifestano le prime crepe del rapporto sino-sovietico dovuto alla linea, considerata revisionista dai cinesi, della nuova leadership sovietica: l’anno cruciale è il 1956 con il XX congresso del PCUS dove si denunciano i crimini staliniani e soprattutto si afferma la linea di coesistenza pacifica con i paesi capitalisti.

Il mancato sostegno durante la guerra di frontiera con l’India, gli ostacoli posti ai tentativi cinesi di ottenere l’arma atomica e soprattutto le implicazioni del XX congresso portarono Pechino in rotta di collisione con Mosca. Il livello di tensione con l’Urss era talmente elevato che nel 1969 vi erano stati degli scontri tra truppe sovietiche e cinesi alla frontiera, sul fiume Ussuri.

Non essendo riconosciuto a livello internazionale, il governo della Cina popolare vedeva nella scelta della coesistenza pacifica gli interessi cinesi sacrificati sull’altare degli obiettivi sovietici, ed è proprio negli anni ‘60 che Mao formula la teoria dei 3 mondi per delineare il quadro entro il quale avrebbe dovuto muoversi la politica estera cinese: posto che a Mosca erano andati al potere i revisionisti e quindi dei traditori della rivoluzione proletaria, bisognava considerarli esattamente come gli Stati Uniti, una potenza imperialistica, ed entrambe andavano a formare il primo mondo; il secondo mondo era rappresentato dai restanti paesi imperialisti, ossia i paesi dell’Europa occidentale; infine il terzo mondo era rappresentato da quei paesi non allineati in nessuno dei due blocchi, in primis le colonie sulla via dell’indipendenza in Africa e Asia.

A partire dal 1960 si ha una intensificazione del processo di decolonizzazione e la Cina vede in questi paesi dei potenziali partner non solo commerciali ma anche politici. Il riconoscimento internazionale ottenuto nel 1973, sostituendo Taiwan all’Onu, e il disgelo con gli stati uniti negli anni ‘80 permise a questa linea di politica estera di dispiegarsi pienamente. Il maggiore avversario diventava quindi l’Unione Sovietica, non perché la Cina si fosse allineata all’occidente, il partito si considerava un baluardo anticapitalista e anti-imperialista, ma perché i sovietici erano loro concorrenti nel terzo mondo. In Africa e in Asia si scontravano contro governi, filo-occidentali e non, e milizie che si ispiravano ed erano logisticamente rifornite da Cina e Unione Sovietica. Nello scacchiere asiatico a un Vietnam filo-sovietico si aveva nella Cambogia dei khmer rossi un orientamento filocinese, e quando caddero per via di un intervento militare vietnamita, i cinesi invasero il Vietnam nel 1979 non riuscendo però a ottenere una vittoria. L’India era un paese filosovietico e si trovava a fronteggiare la guerriglia dei naxaliti, i maoisti indiani.

Il maggior grado di conflittualità si aveva in Africa dove a combattere i paesi che rappresentavano le ultime vestigia del vecchio ordine coloniale europeo, i governi di Rhodesia e del Sudafrica, si avevano milizie sostenute dai cinesi e altre dai sovietici che potevano anche scontrarsi tra di loro: in Rhodesia, attuale Zimbabwe per esempio si aveva lo Zapu filosovietico e lo Zanu di Robert Mugabe filocinese. In questo scontro usualmente ebbero la meglio le milizie filocinesi, per un tipo di dinamica che si era già osservata durante la lotta dei maoisti contro i nazionalisti: mentre il comunismo sovietico si muoveva secondo linee teoriche molto rigide e privilegiava l’industrializzazione e quindi la città sulla campagna, in paesi prettamente agrari e non industriali, non solo si facilitava la repressione vista la concentrazione di guerriglieri in centri urbani, ma si alienava il sostegno della maggioranza della popolazione che era contadina o mezzadra.

Il maoismo si era sempre distaccato dai rigori del marxismo-leninismo sovietico e aveva fatto del socialismo con caratteristiche cinesi il suo cavallo di battaglia: questo significava centralità delle campagne sulle città e implementazione graduale del collettivismo e dell’industrializzazione. Questa flessibilità si rivelerà utile perché consentirà a vari gruppi guerriglieri di rifarsi a questa impostazione teorica e intrattenere rapporti con un paese che a differenza dell’occidente e dell’Urss non richiedeva cambiamenti politici rilevanti come potevano essere l’adesione al marxismo leninismo o il rispetto dei diritti umani.
Questo pragmatismo cinese divenne una linea predominante dopo la crisi seguita alla repressione delle proteste di Tiennamen nel 1989: la fine dell’Urss rischiava di trascinare con sé anche la Cina, che tuttavia già a partire dalle riforme di Deng Xiaping si era totalmente emancipata da quella tradizione politica. La Cina vide nella globalizzazione lo strumento perfetto per conseguire tecnologie occidentali senza rischiare l’isolamento politico: si depotenziarono i riferimenti più scomodi e si cercò di mostrare un volto più rassicurante. Questo serviva inoltre per consentire al paese di raggiungere l’agognata unificazione nazionale, impossibile con un colpo di mano militare a Taiwan, attraverso la sperimentazione del due sistemi un paese con Hong Kong, che se riuscito, avrebbe consentito una possibile annessione senza colpo ferire di Taiwan.
La politica internazionale di Pechino mira quindi a non sovvertire le istituzioni internazionali attraverso una politica revisionista quale poteva essere quella del Giappone imperiale o della Germania nazista, quanto a sfruttare il suo crescente peso economico per porsi al centro prima dell’economia globale e poi del sistema internazionale, scalzando il potere economico statunitense in Asia orientale. Per fare ciò ha necessità da un lato di garantirsi materie prime a basso costo, e la penetrazione economica attuata in Africa mira a tale scopo, dall’altro di avere accesso alla tecnologia avanzata e ai capitali che può offrirgli l’Unione europea, la cui debolezza politica la rende più malleabile degli Stati Uniti. Cavalcando al meglio la globalizzazione economica, sfruttando le istituzioni internazionali come la WTO e l’ONU, la Cina ha potuto non solo evitare la sorte dell’Unione Sovietica, ma è riuscita a legittimare e rafforzare ancora di più la sua macchina repressiva sui dissidenti e le opposizioni. Il sistema politico rimane saldamente in mano al partito comunista cinese, cercando al tempo stesso di nascondere la mancanza di pluralismo attraverso la promessa di maggiore prosperità e l’atteggiamento “tecnico” e non politico dei suoi rappresentanti.
l’influenza cinese ha ormai valicato le vette delle catene montuose asiatiche per espandersi anche nel Pacifico e in Medio Oriente, zone strategiche il cui controllo garantisce un’egemonia di livello globale o quasi. Ciò ovviamente si scontra con le tendenze analoghe dell’Occidente, e il confronto è divenuto ormai inevitabile.
Ma quali sono le risposte e le politiche che l’Occidente ha intrapreso di fronte all’insorgenza di questo grande rivale? Vediamolo insieme.

Una linea politica ambigua

Al di là della denominazione di “Occidente”, purtroppo, oggi c’è poco altro. Rispetto all’epoca della guerra fredda infatti il sodalizio tra Europa e America non è più poi così forte, e anche i legami tra i singoli paesi si sono molto allentati (complice la politica germanocentrica e francocentrica) a dispetto degli europeisti sfegatati, basti pensare a come i paesi dell’Unione Europea sono spaccati in gruppi regionali come il gruppo di Visegrad o la “Lega Anseatica”. Questo ha avuto forti ripercussioni soprattutto in politica estera, la quale, nonostante la retorica, non viene condotta in maniera unitaria, ma seguendo i singoli interessi nazionali. Fin dai tempi dell’avventurismo americano dei primi anni 2000 in Medio Oriente, le politiche estere delle due sponde dell’Atlantico si trovavano sempre più agli antipodi, e la mancanza di un piano di lungo periodo e le contraddizioni dei piani di “esportazione della democrazia” hanno provocato la destabilizzazione della regione. Ciò ha favorito l’inserimento della Russia, rivale storico della NATO, in teatri chiave quali la Libia e la Siria, senza contare poi la prepotente ascesa della Turchia, che si sta riaffermando come potenza di riferimento nel Medio Oriente e non solo. Tutto questo mentre la politica americana ha visto l’affermazione di un progressivo disimpegno, vista la forte pressione interna.
La Cina non ha potuto e non può fare altro che sfruttare queste divisoni tra i paesi occidentali a proprio vantaggio, riuscendo a inserirsi nelle zone del vecchio impero sovietico in Asia, con una Russia ridotta all’ombra di sé stessa.
Ma ormai l’Occidente non riesce più a dare una risposta organica. In Europa soprattutto i rapporti sono più che mai diversificati, se non proprio ambigui: si va dalla stipulazione di lucrosi trattati commerciali (come nel caso di Italia e Francia) alla condanna generale per la repressione e la persecuzione del popolo degli Uiguri da parte delle autorità cinesi, che però non si è mai spinta oltre le mere parole. Gli affari con l’Asia sono infatti troppo profittevoli per essere compromessi, e in pratica Xi Jinping può fare quel che gli pare e piace quasi senza conseguenze internazionali. Gli unici che paiono prendere davvero provvedimenti in tal senso sono gli Stati Uniti con i famosi dazi commerciali imposti da Trump, ma di questo parleremo a breve.
E’ comunque naturale che la Cina non possa isolarsi dal resto del mondo come una volta e che il mondo non possa ignorare la Cina, perciò non c’è da stupirsi se i cinesi e gli europei vogliono stabilire rapporti diplomatici, commerciali e non solo. O almeno questa è la filosofia dei governanti; è infatti interessante l’opinione della gente comune dei vari paesi, presso la quale negli ultimi anni sono stati condotti diversi sondaggi in proposito, e i risultati sono stati clamorosi. In Francia infatti nel 2019 il 62% degli intervistati non vedeva di buon occhio le ingerenze cinesi, così come il 56% in Germania.
E’ un caso che nelle due maggiori economie dell’UE la gente non si fidi affatto delle lusinghe di Pechino? Decisamente no, perché dietro le profferte e le belle parole potrebbero celarsi inquietanti secondi fini, come per esempio il controllo indiretto delle economie straniere tramite l’investimento di capitali sempre più ingenti. Ed è così che la Cina vorrebbe tenere in pugno il mondo.

Gli USA e la Cina

La minaccia cinese è stata colta, più prontamente rispetto al resto del mondo, dagli Stati Uniti che, pur tardivamente, hanno cominciato a muoversi. L’acuirsi della contrapposizione si è avuto però solo con il presidente Trump, che è sempre stato dichiaratamentre anti-cinese, soprattutto in materia economica e commerciale. Uno dei cavalli di battaglia della sua campagna elettorale è stata infatti la limitazione dei movimenti delle merci da e verso la Cina tramite l’imposizione di pesanti dazi con l’intento di risollevare la produzione americana, soprattutto quella della cosiddetta Rust Belt (la zona a meridione dei Grandi Laghi, quindi il Michigan, l’Indiana, l’Ohio, la Pennsylvania, il Wisconsin e la West Virginia, guarda caso tutti stati dove nel 2016 Trump fu vittorioso). Una volta eletto ha mantenuto la promessa, e durante tutto il suo primo e per ora unico mandato ha scatenato la cosiddetta “guerra dei dazi”, imponendo pesanti ostacoli per l’importazione di merci straniere. Sì, non solo cinesi, poiché oltre che con la Cina la guerra dei dazi ora rischia davvero di scoppiare anche con l’Europa per gli stessi identici motivi.
Recentemente è stata raggiunta una nuova tregua sui dazi tra Washington e Pechino, ma si è già visto come col focoso Trump gli accordi riescano a reggere ben poco. Sarà solo una pausa nell’aspro confronto tra le due superpotenze, o ciò si evolverà in uno status quo duraturo? Solo il tempo sarà in grado di dirlo.
Altro fronte bollente nei rapporti USA-Cina è la questione della Corea del Nord. Il regime del bislacco Kim Jong-Un è infatti ampiamente sostenuto da Pechino, che dopo il crollo dell’URSS si è ad essa sostituita come suo baluardo di riferimento. Il sostegno a Kim è di natura meramente strategica: putacaso scoppiase una nuova guerra contro gli affiliati statunitensi (quindi Giappone e Corea del Sud) sarebbero a disposizione alcuni milioni di uomini in più da impiegare nei combattimenti, e un’azione in forze sarebbe forse in grado di assicurare la penisola coreana in breve tempo al controllo delle forze comuniste. O almeno questo è ciò che si spera da quelle parti, ma ci torneremo più avanti.
Altro problema emerso recentemente è la questione delle proteste di Hong Kong, con gli americani che hanno caldamente raccomandato ai cinesi di non utilizzare la forza per sedare le proteste, al fine di evitare una pericolosa escalation tra tutti i contententi. Il parlamento USA ha addirittura votato una risoluzione per monitorare da vicino il rispetto dei diritti umani nell’ex-colonia inglese, indice dell’importanza della città nella politica internazionale. Ma analizziamo quest’affare nel dettaglio.

Il dramma di Hong Kong e degli Uiguri

Perché la popolazione di Hong Kong è in aperto contrasto con Pechino? Le cause sono molteplici, ma la principale rimane una: gli hongkonghesi non vogliono sottostare al regime dittatoriale di Pechino, e non vogliono subire l’assimilazione politica e culturale che i vertici cinesi vorrebbero invece attuare nei loro confronti. Insomma, in parole povere: la gente rifiuta la graduale e totale annessione di Hong Kong alla Cina, rigettando così gli accordi del 1997. Non si parla di indipendenza, beninteso (no, sarebbe troppo), ma solo di mantenimento dell’autonomia e di suffragio universale, cose insomma basilari nelle democrazie occidentali.
Ma, è bene ricordarlo, la Cina non è né una democrazia, né un paese occidentale. Non esiterebbe un istante a replicare il massacro di piazza Tienammen se i manifestanti si spingessero troppo oltre, se osassero chiedere la separazione unilaterale da Pechino. Per Xi Jinping l’integrità territoriale sarebbe troppo preziosa per essere sacrificata, e reprimere qualche milione di persone sarebbe cosa da nulla per lui (l’ha già dimostrato con gli Uiguri, rei degli stessi “crimini” degli hongkonghesi).
Ma i manifestanti sanno benissimo che se facessero il passo più lungo della gamba sarebbe finita per loro. Hanno imparato dai fallimenti di Tienammen e del Movimento degli Ombrelli del 2014, e sono decisi a non commettere più gli stessi errori. Le proteste quindi perdureranno così come sono: imponenti e importanti, ma non di entità e di violenza tale da scatenare l’Esercito Popolare di Liberazione.
Del resto anche alla Cina non conviene usare il pugno duro, almeno non dove l’Occidente possa vederlo. Potrebbe reprimere con facilità gli hongkonghesi, ma per ora non si azzarda a farlo: ora come ora sarebbe un duro colpo all’immagine del paese, e arrecherebbe un gran danno in fatto di prestigio. L’immagine che la Cina vuole dare agli occidentali (soprattutto agli investitori) vorrebbe essere rassicurante, ma mostrarsi pronta a fare strage come se niente fosse sarebbe invece un terribile e duraturo deterrente.
Di recente sono filtrate anche immagini che testimoniano la repressione dell’etnia degli Uiguri da parte dell’autorità centrale. Essi infatti, a differenza della maggioranza cinese, sono di genia turco-mongola e mussulmani; inoltre hanno la “sfortuna” di popolare la regione del Turkestan Orientale (o Xinjiang, che dir si voglia), che nei piani di Pechino sarà centrale nel prossimo futuro per le comunicazioni con gli altri paesi dell’Asia centrale. I cinesi hanno tentato prima di assimilarli con le buone ma poi, vedendo che l’identità “straniera” della minoranza si rafforzava anziché diminuire, è passata direttamente ad internare centinaia di persone nei campi di rieducazione al fine di imporre la propria visione con la forza, metodica cara ai comunisti di vecchio (ma anche di nuovo) stampo.
Per ora la risposta dell’Occidente in merito si è limitata ad una lettera che hanno inviato ventidue paesi (tra cui l’Italia) all’UNHRC per esprimere la propria preoccupazione in merito alla repressione. Questo però accadeva a luglio 2019. Siamo nel 2020, e il silenzio da parte dell’Occidente, soprattutto da parte dell’Europa, è assordante. Ma ha senso, poiché quella lettera equivale sostanzialmente a fuffa: ricordiamoci che verba volant e, soprattutto, che molti di questi paesi (tra cui, nuovamente, l’Italia) hanno di recente siglato accordi fin troppo lucrosi con la Cina e non gli converrebbe minimamente rovinare i propri rapporti internazionali solamente per una “questione interna”.
Insomma, la morale è che la Cina dentro ai propri confini (perlomeno quelli che considera tali) può fare ciò che più gli piace, a dispetto del mondo esterno. E’ il caso degli Uiguri come anche quello di Hong Kong, anche se qui la situazione è molto particolare e delicata per via del suo status politico privilegiato (almeno per ora).

I vicini (s)comodi

La geografia non è certo d’aiuto al governo centrale, poiché la Cina è letteralmente circondata da potenziali nemici. Subito ad est, a poche centinaia di miglia al largo, si hanno i suoi due principali rivali storici: il Giappone e Taiwan.
Il primo tra Ottocento e Novecento ha sempre avuto mire espansionistiche sull’entroterra asiatico e c’è voluta una guerra mondiale per frenare le sue ambizioni, e le cicatrici lasciate dall’occupazione giapponese nei centri cinesi, Nanchino fra tutti, sono ancora dolorosamente aperte (anche se negli ultimi anni le relazioni sono migliorate; è da notare come però oggi numerosi politici giapponesi e non spingano per un riarmo del paese in funzione anti-cinese).
Il secondo invece, parte integrante dello stato fino al 1949, ne è ora di fatto separato per via dell’occupazione da parte del Kuomintang, il partito nazionalista uscito sconfitto dalla guerra civile contro Mao. Ormai sono passate sette decadi, e si può dire che Taiwan costituisca una nazione a parte, dalle politiche diametralmente opposte a quelle di Pechino. Paradossalmente oggi il Kuomintang è il partito più filo-cinese, e tanto è bastato a consegnare la vittoria alle scorse elezioni del 2019 alla populista Tsai Ing-wen, al suo secondo mandato da presidentessa. La crisi di Hong Kong ha spinto infatti l’elettorato taiwanese su posizioni più caute e meno amichevoli, e le relazioni tra Taipei e Pechino ora rischiano di deteriorarsi ancor di più. La Cina d’altro canto non ha mai smesso di rivendicare la piena sovranità sull’intera isola di Formosa, e l’esistenza stessa della piccola repubblica sarà sempre un motivo di conflitto.
Altro fronte caldo è la Corea, con la parte sud filo-americana che costituisce un potenziale avamposto di Washington nel caso si riaccendessero le ostilità belliche. Questo rischio è in parte compensato dalla presenza della Corea del Nord, adesso sussidiaria della Cina. E gli americani, sapendolo, vogliono ora uscire da questo stallo. Nonostante il regime di Pyongyang sia infatti da loro fortemente avversato, col presidente Trump hanno avviato serie trattative per la riunificazione della penisola, e i cinesi non vedono per nulla di buon occhio tale mossa, poiché potrebbe trasformare un alleato in un’ennesima spina nel fianco.
Un altro giocatore che, oltre che in Corea, potrebbe inserirsi su molti altri fronti, è la Russia, che con la Cina condivide numerose frontiere. Nel secolo scorso i rapporti Cina-URSS erano tesissimi e sempre sul punto di rottura, ma con l’ascesa di Putin le cose sono radicalmente cambiate. Con il progressivo allargamento dell’Unione Europea e della Nato ai suoi confini, e soprattutto con la guerra civile in Ucraina e l’annessione unilaterale della Crimea, i progetti russi di creare un rapporto privilegiato con una Europa forte economicamente ma debole politicamente sono stati vanificati, e visti ormai cacciati dall’Europa hanno orientato la loro politica in direzione dell’Asia, e per questo hanno stretto progressivamente i rapporti con la Cina, anche se sono consapevoli che sul lungo periodo questo abbraccio possa rilevarsi mortale.
I paesi dell’Asia centrale sono un’eccezione poiché Pechino, soprattutto negli ultimi anni, ha sempre pensato a tenerseli stretti, Kazakistan e Pakistan in particolare. Essi rappresentano infatti la via di accesso terrestre all’Occidente, e favorire con essi i commerci e le comunicazioni rappresenta una strategia vitale per la politica cinese. Segno di ciò è che i flussi di immigrazione cinese verso quei paesi stanno aumentando considerevolmente. La Russia può ancora giocare un ruolo da mediatore non indifferente nella regione… almeno finché la Cina non tenterà di esser troppo presente nella sua zona d’influenza.
Altro punto di convergenza col Pakistan è la rivalità verso l’India, con cui la Cina ha numerosi confini contesi, il Kashmir prima d’ogni altro. Le recenti iniziative del premier indiano Modi poi, platealmente nazionalista, hanno contribuito a riscaldare gli animi, e non è da escludersi nei prossimi anni un conflitto (non solo politico) tra i due grandi stati asiatici, e il possesso del Kashmir potrebbe esserne la scintilla.


I paesi dell’Indocina invece per ora tendono a mantenersi su di un terreno più neutrale, consci di non avere i mezzi adatti per arginare le iniziative cinesi. Un’eccezione è il Vietnam, che dal crollo dell’URSS è finito ad orientarsi, ironia della sorte, nell’orbita americana per contenere le mire cinesi. Washington ha infatti sfruttato i rapporti ostili tra Pechino ed Hanoi a proprio vantaggio per insidiare il regime comunista anche da sud, poiché nel corso degli anni sono state numerose le dispute sul confine sino-vietnamita, in qualche caso addirittura sanguinose.
La Cina insomma pare possedere più nemici che amici, sia vicino che lontano, e anche se il paese sta tentando di instaurare dei rapporti duraturi con le nazioni estere tramite l’esca economica, le sue tendenze e le sue metodiche aggressive e brutali non suscitano certo molte simpatie, soprattutto nelle opinioni pubbliche, che spesso sanno vedere più lungo di certi vertici politici.

L’Italia e la Cina

Ma la piccola Italia, di fronte al gigante d’Oriente, come si comporta?
In realtà i rapporti che si sono creati non sono dissimili da quelli con tanti altri paesi. A livello diplomatico c’è sempre un certo riserbo a causa delle forti iniziative cinesi, e quando si tratta di dare lezioni morali le autorità italiane sono sempre in prima linea. A livello economico invece le interazioni sono molto, molto più amichevoli, poiché Pechino è ansiosa di investire i propri capitali all’estero e Roma irresistibilmente sedotta dai medesimi capitali, che per la stagnante economia italiana potrebbero essere ben più di una stampella. Ma bisognerebbe stare attenti, perché i cinesi lavorano esclusivamente per la Cina, e gli eventuali nostri benefici potrebbero essere solo delle prosperità di riflesso rispetto ai reali profitti. L’intento rimane uno ed uno solo: registrare e fare proprie le tecniche e le procedure che rendono i prodotti italiani di qualità, per poi replicarle in Cina per ottenere prodotti della medesima qualità o addirittura superiore.
Del resto gli investitori cinesi in Italia ormai costituiscono ben più di un avamposto, e numerose aziende e società sono state acquisite da tempo (basti pensare alla squadra calcistica dell’Inter e al suo sponsor Pirelli) oppure annoverano azionisti con importanti quote. Pensare di poter contrastare la Cina sul piano economico è un’utopia, e senza i soldi cinesi la già traballante economia italiana potrebbe subire dei pericolosi scossoni.
Ma questo pericolo per ora pare assai lontano. Risale infatti solo all’anno scorso l’entusiasta adesione del ministro degli esteri Di Maio alla Belt and Road Initiative, ovvero alla cosiddetta “Nuova Via della Seta”, un progetto per migliorare le interazioni e i commerci tra la Cina e il resto del mondo, a cui l’Italia è solo stato l’ennesimo paese ad aggregarsi. Per la Cina comunque l’adesione di Roma è importantissima, poiché in Europa l’Italia rappresenta uno dei suoi principali partner commerciali, e assicurarsene la duratura collaborazione sarebbe un bel passo in avanti.
I cinesi residenti in Italia poi non sono una minoranza da sottovalutare. Gente riservata e industriosa, è una delle poche categorie di immigrati che certi italiani vedono non tanto positivamente, quanto meno negativamente di tante altre. I numeri poi sono significativi: 300.000 residenti cinesi (ufficiali) in Italia al 2019, che quindi costituiscono la quarta comunità straniera dopo la rumena, l’albanese e la marocchina, con consistenti concentrazioni a Milano (29.000, la più grande comunità cittadina cinese in Italia) e Prato (23.000, quasi il 12% della popolazione!).
Non esiste città che non abbia almeno un negozio cinese, la cui merce può variare enormemente: cianfrusaglie, vestiti, scarpe, alimentari, elettrodomestici, e chi più ne ha più ne metta. Il mercato che gravita attorno a queste piccole attività non è per nulla indifferente, tant’è vero che molti di questi commercianti conducono una vita non proprio agiata, ma quantomeno dignitosa. La direzione di questo flusso di contante derivante dal piccolo mercato è però più difficile da determinare rispetto a quella del grande. Va verso l’Italia o verso la madrepatria? I dati economici suggeriscono la seconda opzione, ma nulla è certo a questo mondo.
L’Italia insomma va a braccetto con la Cina molto più di quanto non si pensi… e di quanto forse sarebbe raccomandabile.

Considerazioni finali

Occidente e Cina: collaboratori oppure avversari? La risposta a questa domanda, nonostante tutto, pare ancora incerta.
Da una parte la Cina che, dopo decenni di isolamento, cerca ora il contatto con gli altri paesi, e pure con una certa insistenza. Un’insistenza tale da sfociare certe volte in vera e propria caccia all’affare migliore, una rapace campagna per accaparrarsi i lucrosi capitali stranieri fiaccati e messi a dura prova dalla crisi economica del 2008, e ciò in contemporanea con una crescita economica imponente che ha messo in allarme l’altro grande mercato mondiale, quello statunitense (non a caso i rapporti tra USA e Cina sono oggi ai ferri corti).
Dall’altra parte l’Occidente (Stati Uniti esclusi) cerca il dialogo e la collaborazione, conscio del grande valore del denaro e del mercato cinese, trovandosi però a che fare con l’altra faccia della medaglia, ovvero le politiche autoritarie e repressive di Pechino nei confronti degli oppositori e di coloro i quali considera una minaccia (reale o presunta). Serie contromisure tuttavia sono state prese solo da Washington (i famigerati dazi), ma solo perché gli conveniva farlo.
Finora la convenienza è parsa prevalere sulla morale. Sarà sempre così in futuro, oppure l’Occidente deciderà di prendere una posizione più concreta e delineata? E la Cina, pur con il suo grande potere politico ed economico, riuscirà a reggere alla prova del tempo che tutte le nazioni, prima o poi, si trovano ad affrontare?
Il futuro, nostro e loro, è alle porte, e potrebbe essere più vicino di quanto non si pensi.

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