Italia Federale: prospettive possibili di riforma

di Matteo Ghiliardi e Paolo Muttoni

Addentriamoci in questo racconto (concentrato il più possibile, altrimenti uscirebbe un libro) di quali sono le basi storiche, culturali, politiche ed economiche su cui potrebbe poggiare una futura Repubblica federale italiana
La richiesta di maggior autonomia da parte delle comunità locali non è un tema recente né tantomeno solo italiano. A livello pratico e politico riguarda principalmente l’organizzazione amministrativa, ma non solo. È anche una questione che riguarda la corretta distribuzione del potere tra la classe politica nazionale, le classi politiche locali e il rafforzamento dei diritti economici, civili, sociali.

La spinta ad una maggior autonomia deriva anche dalle storiche diversità di cui il popolo italiano è composto. Per secoli “L’Italia” intesa come nazione non è esistita, e questo ha facilitato la diverse culture, da zona a zona del paese. Tuttavia, queste diversità sono sicuramente un “valore aggiunto”, che diventano un problema se non riconosciute e rispettate.

UNA PROSPETTIVA STORICA


Già durante l’unità d’Italia si discusse a lungo su come dovesse essere “L’Italia” del futuro. Il più fervente federalista di fine ‘800 fu Carlo Cattaneo, che si ispirava ad un’Italia confederata sul modello svizzero, ed arrivò a rifiutare di candidarsi in parlamento, proprio per non dover riconoscere le figura del Re e l’istituto della monarchia.
Ma non fu solo Cattaneo (figura “Secondaria” nel regno di Sardegna) abbiamo anche personaggi del calibro di Cavour (Il primo ministro dell’unione) che fino a tutto il 1859 aveva respinto la formazione di uno stato italiano unificato, considerandola una semplice “Utopia politica”. Andando nella sinistra dell’epoca, troviamo Mazzi che nel 1816 disse “L’unità non doveva identificarsi necessariamente con l’accentramento”

Nonostante diversi filoni federalisti, dopo la morte di Cavour, la classe dirigente della neonata Italia decise di arroccarsi sul modello centralista. Ci riproverà Minghetti nel 1881 a riportare il tema al centro del dibattito, ma ancora una volta prevalse l’idea dello stato accentratore. E purtroppo queste scelte finirono per favorire la crescita di uno stato fagocitatore di risorse e produttore di burocrazia, i veri ostacoli alla crescita ed allo sviluppo di qualsiasi nazione.

Durante il periodo fascista avremo l’apice della centralizzazione politica, con un processo decisionale incentrato sulla capitale romana e sulla figura del Duce. Arriviamo all’Assemblea costituente, in cui ci furono accessi dibattiti sulla futura organizzazione dello stato italiano (non solo a livello amministrativo) ed in questa situazione, sotto un certo punto di vista, il “Federalismo” riuscì a colpire i cuori dei deputati.
Si decise di mettere in costituzione una soluzione, un po’ all’Italiana, compromesso tra chi voleva uno stato accentrato e chi voleva un federalismo. Lo “Stato regionale” l’articolo 114 costituisce le Regioni, un livello amministrativo secondario, più vicino ai cittadini (diventeranno effettivamente operative negli anni ’70
Ma su queste regioni torniamo più tardi. Con una particolarità, le regioni a statuto speciale, organi decentrati con particolari forme di autonomia fiscale e di competenze.

Il dibattito “Federalista” ritorna con forza nell’agone politico con la nascita della Lega Nord (unione della Lega lombarda e della Liga veneta) guidata da Umberto Bossi, alla fine degli anni ’80. Portando, questa volta, la voce dei cittadini del nord che chiedevano e chiedono a gran voce di poter gestire in modo “Autonomo” le proprie ricchezze.
Il pensatore politico dietro il pensiero federalista della Lega di allora, fu il Prof. Miglio, che in uno dei suoi tanti studi sull’Italia federale arrivò a descrivere una nuova forma di paese. Uno stato confederale con 4 cantoni (Nord – Centro – Sud), come la Svizzera in buona sostanza.
L’ascesa della Lega Nord corrispose anche con l’ascesa di Silvio Berlusconi e l’inizio del Centrodestra (Coalizione in cui la Lega era presente) e cosi le vittorie del Cavaliere, ed i suoi governi, permisero alla lega di portare nel programma del Centrodestra il tema del federalismo.
Consci di non poter cambiare radicalmente il paese, da un momento all’altro, il centrodestra tentò di dare maggiore autonomia alle regioni introducendo il federalismo fiscale (Riforma costituzionale 2001). Tentativo naufragato perché le forza centraliste sono ben organizzate e lobbies accrescono la loro forza con il potere centralizzato

Ma la riforma costituzionale del 2001 ha il merito di aver introdotto il “Regionalismo differenziato” conosciuto anche come “Federalismo asimmetrico” che se ben applicato potrebbe togliere al nostro paese le “catene” che oggi lo intrappolano.

Ed arriviamo ai nostri giorni, con i referendum in Lombardia e Veneto nel 2017 che hanno dato mandato alle regioni di attivare l’articolo 116 della costituzione.

CHE COS’È L’ARTICOLO 116?

L’articolo 116 della Costituzione terzo comma, prevede, che con legge ordinaria si possano attribuire alle regioni “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” sulla base di un’intesa fra lo Stato e la regione interessata.
La richiesta di maggiori competenze può riguardare le materie di legislazione concorrente come l’organizzazione della giustizia di pace, le norme generali sull’istruzione, la tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali, scuola, sanità e altre per un totale di 23 materie.

L’AUTONOMIA DI LOMBARDIA E VENETO

La richiesta di maggiore autonomia avanzata dai cittadini sembra invocare un modello di regionalismo differenziato improntato sulla virtuosità del territorio, sulla “diversità” sociale (fondata sulle tradizioni civiche e sul proprio capitale sociale), economica (capacità produttiva), contributiva e fiscale, e sulla capacità del lombardo – Veneto di fornire un elevato livello di prestazioni ai cittadini. Si tratta di un unicum che non ha riscontri in altri contesti, che fondano le richieste di autonomia su ragioni storiche, politiche e geografiche.
Per quanto riguarda le competenze, le trattative sono aperte ed in alto mare. Molto probabilmente, fino a quando non avremo un governo di centrodestra in grado di durare 5 anni, l’autonomia del lombardo veneto sarà solo una scritta sull’acqua.

COME FUNZIONA L’AUTONOMIA (FEDERALISMO)?

Abbiamo visto che l’autonomia differenziata viene concessa, come quasi sempre accade, a partire da una richiesta dal basso da parte di comunità caratterizzate da forti specificità etnico-culturali, linguistiche e storiche. In concreto, il tema centrale sono le competenze che ruotano attorno ai “Soldi” e sulla domanda
come vanno gestiti e chi li deve gestire?
Al momento abbiamo uno schema di passaggi (Il denaro passa dalla periferia al centro che a sua volta lo ridistribuisce alla periferia) e si sa che più fasi abbiamo, più coni d’ombra si hanno. Ma non solo, quando tutti hanno la responsabilità, nessuna se l’assume.
Con un sistema federale i soldi rimarrebbero dove sono prodotti, e solo piccole parti andrebbero messe a mutua assistenza tra le diverse regioni (termine sbagliatissimo, per tutta una serie di motivi storico – culturali) anche per una questione di chiarezza per i cittadini, che in tale sistema saprebbero chi gestisce la maggior parte dei suoi soldi e quindi le eventuali responsabilità di negligenza e disonestà.

Share This:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *