IL MOVIMENTO SOCIALE ITALIANO: PAGINE DI UNA STORIA NAZIONALE

di Manuel Massimiliano La Placa

Da un recente sondaggio di BiDiMedia, datato novembre 2019, è emerso che se oggi gli italiani potessero salire su una macchina del tempo e tornare a votare alle elezioni nazionali del 1983 – le ultime prima della comparsa anche di un solo partito tra quelli attivi ai giorni nostri – il Movimento Sociale Italiano godrebbe del 19,6% dei consensi, seguìto a ruota dal PCI (18,9%).

A distanza di tanti anni dalla nascita, ma anche dalla definitiva dissoluzione, il partito che ha fondato la Destra Nazionale del secondo dopoguerra evidentemente continua a fare breccia nell’immaginario collettivo e ad essere oggetto di studio ed approfondimento.

In concreto, l’esperienza di quel movimento, nato il 26 dicembre 1946 e destinato ad espandersi per quasi mezzo secolo, ha irrimediabilmente segnato lo scacchiere politico nazionale, scuotendolo sin dalle fondamenta.

Almirante, De Marsanich, Michelini, Romualdi e Graziani sono soltanto alcuni tra i tanti nomi attorno ai quali, alla fine degli anni quaranta, ruota quella che è inizialmente destinata a diventare la casa non soltanto dei reduci della R.S.I ma, soprattutto, di tutte le anime anticomuniste che vogliono opporsi anche in Italia alla longa manus dell’URSS.

Il nome scelto è destinato ad entrare negli annali sin dall’esordio, poiché richiama il senso profondo movimentista, sociale, popolare ma anche marcatamente identitario che i fondatori intendono perseguire, senza anteporre inizialmente alcun richiamo ideologico di stampo prettamente conservatore, passaggio che Almirante svilupperà soltanto trent’anni dopo.

Soprattutto, è inevitabilmente il simbolo scelto a frantumare il muro dell’iniziale indifferenza dell’elettorato, all’epoca sensibilissimo alle idee capaci di esprimersi attraverso immagini potenti: ecco, quindi, che si erge la ormai leggendaria fiamma tricolore, che arde dei colori della bandiera nazionale al di sopra di un piedistallo a forma di una sorta di trapezio isoscele che riporta la semplice sigla M.S.I.

Basta l’incrocio di questi pochi elementi per dare il là ad una epopea esaltante ma che, indubbiamente, trova davanti a sé un percorso non certo semplice o agevole. Mettere in moto un apparato simile all’indomani della fine del secondo conflitto mondiale, infatti, attira sul movimento accuse di ogni sorta, prima tra tutte quella di tentata ricostituzione del dissolto Partito Nazionale Fascista.

L’M.S.I lotterà per decenni, prima di tutto con sé stesso e con le proprie anime interne, per riuscire a scrollarsi di dosso tali pregiudizi e giungere ad una legittimazione democratica ed istituzionale.

IL CONGRESSO DEL 1948 – PRIMA SEGRETERIA ALMIRANTE

Dal 27 al 29 giugno del 1948 ha luogo a Napoli il primo – storico – congresso nazionale missino, che si sviluppa sulla scia del motto ‘’non rinnegare, non restaurare’’ che costituisce il manifesto ideologico di una fase il cui obiettivo è pacificare tutti i reduci della guerra civile nel nome di un unitario sentimento popolare e nazionale.

Il Direttivo Nazionale che esce dal congresso annovera Augusto De Marsanich, Alfredo Cucco, Carlo Costamagna, Giorgio Pini ed Arturo Michelini.

Soprattutto, viene eletto Segretario Giorgio Almirante che detta la linea impostandola sulle basi dell’Idea Sociale e del rafforzamento dello Stato.

La pulsione di ‘’sinistra’’, puramente movimentista risulta altamente marcata sin dalle origini e trova bene presto terreno fertile in giornali, riviste e periodici – su tutti Meridiano, La Rivolta Ideale, Asso di bastoni, Lotta Politica – che progressivamente iniziano a dare vita ad un fermento giovanile e – per quanto possibile – culturale che a poco a poco riesce a ramificarsi in sedi sparse in tutta Italia.

Sono gli anni nei quali, all’interno del Movimento, si fanno progressivamente largo due anime destinate a cooperare, ma soprattutto a scontrarsi per lungo tempo.

Da un lato c’è Arturo Michelini, lungimirante, pragmatico e poco incline a disquisizioni ideologiche, poiché convinto della necessità di trovare alleati politici per poter ‘’contare’’, anziché votarsi ad uno sterile isolamento anti-sistema.

D’altro lato si erge, invece, l’anima movimentista raggruppatasi attorno a Giorgio Almirante, oratore e comunicatore eccezionale, infaticabile nel seguire la nascita e lo sviluppo di tutte le federazioni e sezioni sparse sul territorio nazionale, delle quali conosce i nomi di tutti i responsabili e dirigenti.

Alle elezioni politiche del 1948 l’M.S.I si presenta in tutta Italia e ottiene il 2% alla Camera (poco più di 500.000 voti) riuscendo ad eleggere sei deputati, e lo 0,9% al Senato (200.000 voti) conquistando un seggio anche alla seconda camera.

La ‘’creatura’’ di Almirante e Michelini, seppure basata su una esigua pattuglia di parlamentari, riesce quindi ad entrare in Parlamento e a conquistare, a poco a poco, visibilità nazionale grazie ad un lavoro territoriale incessante ed ininterrotto.

GLI ANNI ’50 – LE SEGRETERIE DE MARSANICH E MICHELINI

Tuttavia, la tensione tra le anime interne del partito esplode attorno al 1950, quando ha luogo un ribaltone al vertice che vede Almirante perdere la segreteria in favore di Augusto De Marsanich, esponente dell’ala moderata, filo statunitense, profondamente cattolica e conservatrice.

Il nuovo segretario intende traghettare il Movimento Sociale fuori dall’isolamento politico, in cerca di alleati con i quali costruire un’azione legittimante e condivisa.

Viene quindi intrapresa una forma di apparentamento con il Partito Nazionale Monarchico in chiave anticomunista, al fine di concorrere e drenare consensi al conservatorismo incolore targato DC.

Indubbiamente, la strategia di ‘’sconfinamento’’ inizia a dare i propri frutti, con i ceti borghesi e moderati che iniziano a riporre fiducia nelle proposte e nelle battaglie missine.

Alle politiche del 1953 l’M.S.I vede crescere esponenzialmente i propri consensi, ottenendo un 5,8% alla Camera (un milione e mezzo di consensi, che valgono ventinove deputati) e un incredibile 6% al Senato (un milione e quattrocentomila voti, pari a nove seggi).

La compagine missina entra così prepotentemente nell’agone politico nazionale, attestandosi in modo corposo in sede istituzionale.

Le soprese, ovviamente, non sono finite poiché nel gennaio del 1954, in quel di Viareggio, ha luogo il quarto congresso nazionale del partito, che ormai conta ben 93 federazioni provinciali e 3.600 sezioni comunali in tutta Italia.

Il dibattito interno giunge a maturazione, in armonia con le crescenti responsabilità politiche del movimento, pur rimanendo duro e senza sconti.

Si confrontano, quindi, tre anime: ‘’Per l’Unità del Movimento’’ fa capo a De Marsanich, Michelini e – soprattutto – Almirante il quale si è avvicinato a posizioni più ‘’centriste’’, ad essa segue ‘’Per una Repubblica Sociale’’ animata dall’ala sindacalista della CISNAL ma, soprattutto, ‘’Per una grande Italia’’ capitanata da Pino Rauti, Primo Siena ed Enzo Erra che si fanno portavoce di un rilancio intellettuale in chiave anti-materialista e fortemente critico degli equilibri occidentali di matrice capitalista.

La maggioranza degli iscritti appoggia il trio De Marsanich-Almirante-Michelini, con quest’ultimo che viene eletto come nuovo segretario.

In piena Guerra Fredda, in una Italia in ripresa economica ed assetata di risposte e garanzie, nonché con un Partito Comunista sempre più forte territorialmente, la segreteria Michelini deve proseguire, in fretta, il processo di rafforzamento d’immagine ed elettorale del partito, in modo da farsi trovare pronto per le sfide incombenti.

Tuttavia, l’idillio unitario interno non vive oltre un biennio, poiché ben presto la linea ‘’centrista’’ di Michelini appare eccessivamente cauta ed ingessata alla base, tanto che lo stesso Almirante si sfila e torna a collocarsi su posizioni più movimentiste.

La resa dei conti – in tutti i sensi – ha luogo a Milano nel novembre del 1956 dove la linea di Michelini prevale per soli sette voti, creando una profonda spaccatura nel partito.

Fa scalpore l’uscita di Pino Rauti, che decide di dare vita al Centro Studi Ordine Nuovo.

Almirante, consapevole della propria forza nonostante la sconfitta congressuale, sceglie di non spaccare il partito ma di guidare il dissenso dall’interno.

Sul piano elettorale, il movimento sembra risentire delle frizioni interne e vede frenare la propria espansione che, alle elezioni del 1958, si attesta al 4,7% alla Camera (meno di un milione e mezzo di voti che valgono ventiquattro seggi) ed al 4,4% al Senato (otto seggi).

GLI ANNI ’60 – IL GOVERNO TAMBRONI E GLI SCONTRI DI PIAZZA

Il Movimento Sociale continua ad attrarre i consensi di buona parte dei lavoratori autonomi, dell’artigianato, del commercio e delle forze armate, mentre è il mondo degli industriali quello con il quale esso non riesce ad intessere un rapporto di fiducia e finanziamento, non disponendo di reale potere incisivo all’interno del palazzo.

L’occasione per cambiare rotta, peraltro, non tarda ad arrivare nel 1960 quando nasce il – debolissimo – Governo Tambroni, a totale trazione democristiana, che riesce ad ottenere la fiducia alle Camere grazie ai voti – decisivi – dei parlamentari missini.

Quello che sembra il preludio di un ingresso nell’Esecutivo si tramuta ben presto in un boomerang.

L’ala sinistra della DC ed il Partito Comunista, esclusi dal Governo, scatenano una controffensiva politica durissima nei confronti dell’Esecutivo andando a colpire quello che considerano il ‘’punto debole’’, cioè l’appoggio del M.S.I.

Proprio in quell’anno i missini devono sostenere il proprio congresso nazionale e decidono di tenerlo a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza e notoriamente feudo delle sinistre: la cosa inizia a sfuggire di mano ed assume le sembianze di una vera e propria provocazione.

La miccia ormai è innescata, si scatenano scioperi di protesta, disordini e manifestazioni volte a boicottare e vietare l’evento, mentre il 30 giugno ci sono scontri tra polizia e manifestanti con oltre settanta agenti feriti.

Almirante e il resto del Direttivo decidono di non cedere alle pressioni e di non spostare la sede congressuale, trovandosi però costretti – al contempo – a ritirare la propria fiducia al Governo, che rassegna le dimissioni il 19 luglio.

Si chiude l’unica chance per i missini di fare il grande salto nella politica di governo, mentre l’asse di equilibrio nazionale torna a spostarsi irrimediabilmente a sinistra, aprendo de facto ad una demonizzazione del Movimento Sociale a tutto campo.

Come ha avuto modo di precisare Franco Servello, l’M.S.I arriva ai fatti del 1960 completamente impreparato, sottovalutando le capacità di mobilitazione delle sinistre e le capacità di resistere e gestire la scottante situazione in atto da parte dell’Esecutivo.

Appare chiaro che una presenza missina al Governo, mossa che ne legittimerebbe ufficialmente esponenti e programma, costituisce una variabile intollerabile per il duopolio DC-PCI.

Per l’M.S.I ha inizio una delle stagioni più dure della propria storia: le accuse interne a Michelini portano a nuove spaccature, che deflagrano in Direzione Nazionale.

Alla fine, il partito è costretto a rinunciare al congresso genovese, ma non si placano gli scontri e i disordini che culminano, con tragiche morti, a Palermo, Roma e Reggio Emilia.

Nasce l’arco costituzionale, dal quale i missini vengono sistematicamente esclusi a priori nonostante la legittimazione popolare e la presenza nelle sedi istituzionali.

Tuttavia, la tempra degli uomini alla guida del partito non è affatto cedevole e il movimento, pur frammentato in due tra almirantiani e micheliniani (questi ultimi ancora vincitori congressuali nel 1963), si rimbocca le maniche per uscire dall’angolo.

Michelini, che mantiene il seggio di Segretario, trova nel Direttivo il sostegno di Tripodi, Romualdi, Nencioni e Roberti, mentre con Almirante si posizionano Servello, Franchi, De Marzio e Delfino.

I primi proseguono il proprio disegno entrista con le forze politiche moderate, mentre i secondi sostengono la necessità di riprendere la contrapposizione al sistema economico, politico, mediatico scegliendo, come nome per la propria corrente, Rinnovamento.

Alla luce di tali criticità, il partito si attesta comunque in parziale ripresa in occasione delle elezioni nazionali del 1963, raggiungendo il 5,1% (un milione e mezzo di voti) alla Camera conquistando 27 seggi, ed il 5,3% al Senato (14 seggi).

Ciononostante, gli anni ’60 rimangono quelli nei quali dilaga la sinistra su tutto il territorio nazionale ed internazionale (laburisti e social-democratici in Europa, il Partito Democratico negli U.S.A).

Si giunge così, a grandi falcate, a quel 1968 fatto di rabbia, violenza, contestazioni, attivismo che risuonerà per almeno un decennio, sfociando poi negli anni del terrorismo politico.

L’M.S.I, suo malgrado, è coinvolto in primo piano: i suoi giovani che animano la Giovane Italia ed il FUAN sono i prima fila negli scontri con il fronte comunista nelle strade, nelle piazze e nelle scuole.

Ovunque si respira un’aria che si presume tendere alla rivoluzione da ambo le parti, nonostante essa si riveli una semplice illusione temporaneamente concessa alla gioventù dell’epoca.

All’appuntamento elettorale del 1968 il Movimento Sociale cala nei consensi (4,4% alla Camera e 4,5% al Senato) nonostante i ripetuti sforzi di Almirante – de facto naufragati – di instaurare contatti ed appoggi oltreoceano con il Partito Repubblicano statunitense.

Il punto di svolta, sotto ogni aspetto, è rappresentato dall’improvvisa scomparsa di Arturo Michelini il 15 giugno 1969, evento che lascia vacante il seggio di Segretario che – dopo lungo tempo – viene affidato nuovamente proprio ad Almirante che ha l’arduo compito di ricompattare il partito e rinvigorirlo sin dalle fondamenta.

LA FIAMMA DIVAMPA – ALMIRANTE E LA DESTRA NAZIONALE

Almirante inizia subito la propria opera di risalita, adoperandosi per ristrutturare un movimento che diventi capace di reggere l’urto dei ruggenti anni ’70.

Il nuovo Segretario, profondo conoscitore del partito dai vertici fino ai militanti semplici di pressoché tutte le sezioni, nomina una Direzione Nazionale unitaria, lontana dalle divergenze del passato e proiettata finalmente ad una istituzionalizzazione e completa maturazione.

Al contempo, non viene dimenticata l’ala più movimentista con la quale – tutto sommato – Almirante non ha mai interrotto i propri rapporti: diviene quindi fondamentale il rientro nel partito, dopo oltre dieci anni di assenza, di Pino Rauti che nel novembre 1969 riprende il proprio ruolo all’interno del movimento sulla scia dei nuovi progetti di Grande Destra che si affacciano nel rinnovato ambiente missino.

L’obiettivo di Almirante è chiaro: fare dell’M.S.I l’unica casa alternativa al sistema partitico e di potere ormai consolidatosi al centro e a sinistra, raccogliendo il sostegno di tutto l’elettorato disponibile, a partire dagli ordinovisti fino ad abbracciare i delusi democristiani, i cattolici ed i liberali che vengono coinvolti nel comune intento di frenare l’avanzata comunista ma, soprattutto, in una rivalutazione del concetto di Occidente che mette definitivamente al bando le tentazioni di posizioni anti-U.S.A. o filo-arabe.

Anche il settore giovanile viene riorganizzato: la Giovane Italia, fucina di migliaia di militanti, di circoli culturali, di speranze rivoluzionarie infine si scioglie, assieme al Raggruppamento giovanile Lavoratori e Studenti:ne nasce ufficialmente il Fronte della Gioventù, mentre il FUAN decide di rimanere autonomo.

Organo ufficiale del partito continua ad essere il Secolo d’Italia, condotto da una schiera di giovani giornalisti destinati di lì a poco ad entrare nel mondo della politica, dell’editoria e delle emittenti televisive nazionali.

Ci si avvicina a grandi passi ad appuntamenti elettorali cruciali, di fronte ai quali l’M.S.I non può farsi trovare impreparato e pertanto Almirante decide di tirare fuori dal cilindro un altro colpo di prestigio e stringe un accordo elettorale con il Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica di Alfredo Covelli ed Achille Lauro, con i monarchici che accettano di confluire nel movimento missino il quale, ormai, non è più geneticamente la ‘’creatura’’ degli anni ’50 e ’60.

Con un nuovo apparato, un’organizzazione più stabile che gravita attorno alla forza trainante del Segretario, un nuovo sostegno elettorale – fondamentale nella strategia almirantiana per l’espansione in tutta Italia – la Segreteria è infine pronta a svelare le proprie carte.

Sorge ufficialmente il Movimento Sociale Italiano – Destra Nazionale.

I comizi di Almirante sono sempre affollatissimi, la sua capacità di trainare le masse e di rivolgersi sia alle vecchie sia – soprattutto – alle nuove generazioni gli consente di captare l’attenzione di tutti, sfoderando le eccellenti doti oratorie di cui dispone e che non trovano concorrenza nell’ambiente politico nazionale.

Il crescente entusiasmo verso il movimento mette però in funzione anche un meccanismo mediatico di costante attacco, teso a delegittimare la figura dello stesso Almirante per il ruolo dallo stesso ricoperto nella R.S.I che, infine, sfociano in un’indagine per tentata ricostituzione del PNF, mentre nelle piazze cresce la tensione tra manifestanti missini e comunisti.

Alle elezioni nazionali del maggio 1972 l’M.S.I – DN raggiunge il massimo storico dei consensi, toccando l’8,6% alla Camera (quasi tre milioni di voti che valgono 56 seggi) ed il 9,1% al Senato (26 seggi).

La fiamma divampa in tutta Italia: è il capolavoro politico di Giorgio Almirante e di tutto il partito, nonché la risposta più forte alle polemiche e alle critiche che piovono, senza sosta, da ogni parte.

Dentro il palazzo la squadra missina è ben organizzata, tuttavia fuori dal Parlamento, nelle strade, esplodono gli anni del piombo, ai quali lo stesso M.S.I paga un tributo piuttosto salato.

Nel luglio del 1972 perde la vita Carlo Falvella, esponente del FUAN, mentre nell’aprile del 1973 ha luogo il cd. rogo di Primavalle con la morte di Stefano e Virgilio Mattei, figli di Mario, segretario della locale sezione missina.

Più tardi, il 13 marzo del 1975, perde la vita anche Sergio Ramelli, del Fronte della Gioventù, aggredito e picchiato barbaramente al rientro a casa.

Con una persecuzione mediatica sempre alle calcagna ed il coinvolgimento dei propri militanti – direttamente o indirettamente – negli scontri sempre più violenti con l’opposta fazione e con le forze dell’Ordine, l’iniziale spinta propulsiva missina inizia ad arrestarsi ed alle politiche del 1976 il consenso generale subisce una flessione (6,1% alla Camera e 5,7% al Senato).

Ancora una volta, tocca ad Almirante evitare l’affondamento della nave.

Non mancano momenti di tensione interna, tra la base giovanile del movimento che richiede ai vertici una reale e maggiore attenzione allo sviluppo di aspetti ed identità culturali con i quali permeare la vita politica del partito – forse una delle incompiute più gravi della Destra italiana del dopoguerra, ancor oggi persistente – nonché alle proprie pulsioni viscerali, prettamente rivoluzionarie che ribollono nei circoli studenteschi e nelle strade ma che, tuttavia, la Direzione Nazionale non può accontentare, poiché il processo politico di Almirante tende ad altri obiettivi.

Se da un lato non mancano le separazioni dolorose, con la fuoriuscita di Democrazia Nazionale (iniziativa destinata a naufragare di lì a poco tempo), d’altro canto viene inaugurata la Costituente di Destra per la libertà, progetto per un’entità politica nuova nella quale lo stesso M.S.I, unitamente a parlamentari fuoriusciti da movimenti centristi e cattolici, è pronto a confluire mettendo da parte simboli ed emblemi.

Si tratta del primo, timido, passo verso una mutazione strutturale che, di fatto, avverrà compiutamente soltanto vent’anni dopo, con la nascita di Alleanza Nazionale.

Di fatto, al congresso del 1977 l’M.S.I arriva spaccato almeno in tre anime.

La corrente maggioritaria – per ovvie ragioni – fa capo ad Almirante, Romualdi e Servello e prende il nome di Unità nella chiarezza, seguita da Linea Futura di Pino Rauti (seconda corrente più votata, d’impostazione rivoluzionaria, anti-conservatrice e sostenuta da un buon seguito tra i militanti più giovani) e, per poco tempo, da Destra Popolare di Massimo Anderson, che di lì a poco fuoriesce a propria volta dal partito.

L’EURODESTRA E GLI ANNI ‘80

In un clima simile, con i gruppi parlamentari uscenti dilaniati dalle scissioni, ci si avvicina al primo impegno elettorale europeo del 1979, che si affianca alle elezioni per il rinnovo di Camera e Senato.

Le Europee sono l’occasione per il partito capitanato da Almirante per elaborare un nuovo progetto di Destra, capace di creare affiliazione anche oltre i confini nazionali.

L’M.S.I si pone, quindi, alla guida dell’EuroDestra, cartello politico che – all’indomani degli scrutini – ha il compito di costituire una rappresentanza unitaria di tutte le destre degli Stati europei chiamati al voto.

Viene quindi stretto un patto con il movimento spagnolo Fuerza Nueva, con l’Unione Politica Nazionale greca e il Parti des Forces Nouvelles di Francia.

Di tutte queste sigle, solo il Movimento Sociale riesce ad imporsi, eleggendo quattro eurodeputati con il 5,5% dei consensi (poco meno di due milioni di voti).

Il nuovo decennio degli anni ’80 vede affacciarsi un’Italia desiderosa di uscire dall’incubo del terrorismo, degli scontri di piazza e della violenza, ovunque si respira un’aria di cambiamento nei costumi, nelle tensioni emotive e sociali.

Le spinte rivoluzionarie iniziano progressivamente a spegnersi, si fa largo un bisogno generalizzato di benessere e di sicurezza.

Per l’M.S.I, in ogni caso, è ancora tempo di congressi e di nuove sfide.

Nel 1982 si scontrano a Roma, per l’ennesima volta, tutte le pulsioni interne al mondo missino.

La linea vincente, ancora una volta, è la Nuova Repubblica targata Almirante, Servello, Tatarella, Tremaglia, Valsenise e Fini, mentre in seconda battuta si pone Spazio Nuovo dell’inossidabile Rauti, ma anche di Buontempo e Perina.

Emerge, infine, Destra 80 capitanata da Romualdi e sostenuta da Staiti, Lo Porto, Tricoli, Petronio e Mantica.

Il congresso, tuttavia, rimane nella storia per un altro motivo, vale a dire la presenza e l’intervento, in qualità di ospite, di Marco Pannella, segretario del Partito Radicale.

Sono gli anni di Ronald Reagan alla Casa Bianca, ma sono anche gli anni nei quali, in Italia, si afferma con decisione alle elezioni nazionali del 1983 il Partito Socialista Italiano di Bettino Craxi, che riceve dal Presidente della Repubblica Pertini l’incarico di formare un nuovo Governo.

La fiamma, che risale al 6,8% alla Camera ed al 7,3% al Senato, costituisce ormai una forza politica storica e continuativamente presente in tutte le sedi istituzionali, malgrado l’ostracismo degli altri partiti nazionali.

Proprio Bettino Craxi decide di rompere inizialmente la ghettizzazione missina invitando ufficialmente Almirante – in qualità di capo delegazione – alle consultazioni per la formazione del nuovo Esecutivo.

Si tratta di un’occasione e di un gesto meramente simbolici – lo stesso Craxi, qualche tempo dopo e forse sotto pressione democristiana, opererà una mezza marcia indietro sul tema –  con Almirante comunque intento ad annunciare una ‘’sfiducia costruttiva’’ al Governo pentapartitico a trazione socialista.

Nel bel mezzo degli anni ottanta, peraltro, si registra un irrobustimento del fronte delle destre in Europa in occasione delle elezioni europee del 1984 con l’apparentamento degli eurodeputati missini (6,4% e cinque seggi) con quelli del Front National di Jean Marie Le Pen, movimento francese in fortissima crescita e che, come proprio simbolo, ha adottato proprio la fiamma tricolore dell’M.S.I dipingendola con i colori della bandiera francese: nasce così il Gruppo delle Destre Europee.

Nello stesso anno Almirante, che inizia a risentire di alcuni problemi di salute, viene riconfermato Segretario all’interno di un evento che vede intervenire esponenti di quasi tutti i partiti italiani nonché rappresentanti delle ambasciate di Giappone, Spagna, Svizzera, Venezuela, Pakistan, Egitto e Perù.

Partecipano anche Jean Marie Le Pen, leader del FN e  Chrýsanthos Dimitriádis dell’EPEN greco.

Durante l’estate del 1986 Almirante viene colto da malore, inizia ad affacciarsi, strisciante ed inizialmente negata da tutti gli addetti ai lavori, la necessità di un cambio alla guida del partito.

Il passaggio deve essere gestito con estrema cautela e richiede i suoi tempi: Almirante incarna il Movimento Sociale sin dalle fondamenta, su di lui si regge il funzionamento di tutti gli equilibri dei meccanismi interni ed esterni, un suo abbandono delle scene non concordato, se mal traghettato, rischia di creare scompensi interni devastanti per la sopravvivenza del partito stesso.

CAMBIO AL VERTICE E FINE DI UN’ERA – ALMIRANTE E ROMUALDI PASSANO OLTRE

Tra le ‘’nuove leve’’ il nome principale è certamente quello del trentacinquenne Gianfranco Fini, entrato in Parlamento nel 1983, visto da tutti come il delfino dello stesso Almirante che pare apprezzarne le doti dialettiche, lo stile sobrio ed elegante nonché l’approccio moderato e realista alla politica.

La figura di Fini emerge dopo una lunga trafila nelle giovanili del partito e dopo una disputa interna non certo semplice e piuttosto complessa con Marco Tarchi, altro esponente di primo piano del FdG nonché fondatore de La voce della fogna e di Diorama letterario, uscito dal Movimento nel 1981 e per un certo tempo propugnatore ed ispiratore di quella Nouvelle Droite (etichetta non sempre condivisa e vista come limitante dagli stessi ispiratori italiani) che muove i propri passi dalle teorie elaborate da Alain De Benoist ed il suo GRECE.

Al contempo, anche la ‘’vecchia guardia’’ rivendica le proprie ragioni, le proprie competenze ed il proprio ruolo nella successione ad Almirante.

Il primo nome che, in questo senso, si pone in evidenza è quello di Franco Servello, consigliere e collaboratore almirantiano della prima ora, fortemente radicato nel partito.

Altrettanto forte appare anche il nome di Pino Rauti, sostenitore dello sfondamento a sinistra e custode dell’anima movimentista missina.

Il congresso del ‘’rinnovamento’’ ha luogo a Sorrento nel 1987 e, con Almirante nominato Presidente, vede scontrarsi ben sei correnti, non necessariamente disunite tra loro.

La linea che appare più forte è Destra in movimento che esprime le personalità di Fini, Tatarella (principale consigliere ed ispiratore del primo), Gasparri e Sospiri.

Ad essa si contrappone Andare Oltre di Rauti, Moffa e Maceratini.

A sostegno della corrente finiana, in ogni caso, accorrono Destra Italiana di Romualdi, Lo Porto e Mantica e Nuove Prospettive di Tremaglia e Franchi.

Lo scontro si gioca sul filo del rasoio e nessun contendente riesce ad imporsi al primo giro di votazioni: il testa a testa, come prevedibile, tra Fini e Rauti si decide al ballottaggio dove il primo riesce ad imporsi con 727 voti contro i 608 dello sfidante.

La ripartenza missina si tinge dei colori della gioventù, ma il compito del nuovo Segretario non è affatto semplice, perché l’ostilità delle fila rautiane è pronta a dare battaglia senza quartiere al nuovo corso.

Nel bel mezzo di tutte queste contese, improvvisamente, il 21 maggio del 1988 Pino Romualdi, una delle colonne del movimento sin dalla fondazione, passa oltre lasciando dietro di sé un vuoto incolmabile.

Tuttavia, il dolore in casa missina non è affatto destinato a placarsi poiché il giorno successivo si spegne anche Giorgio Almirante.

Una tragedia nella tragedia, che lascia attonito l’intero mondo politico perché Almirante rappresenta – senza timore di smentita – un padre per tutti gli iscritti al Movimento e per la Destra italiana dell’epoca.

Gli omaggi allo storico Segretario missino, che hanno luogo in Piazza Navona congiuntamente a quelle di Pino Romualdi, provengono da ogni schieramento, con la presenza anche di Giancarlo Pajetta del P.C.I – che ricambia l’omaggio di Almirante alla salma di Berlinguer – e di Nilde Iotti (allora a capo della Presidenza della Camera).

Si tratta di giorni amari, che segnano la fine di una lunga corsa che parte da lontano, di intere generazioni che con quel Segretario sono cresciute nel mito della perseveranza e del coraggio, della volontà di rivalsa e di riappropriazione di spazi, identità e speranze.

È il tramonto di un’epoca, irripetibile nelle premesse e nelle conseguenze, di sacrificio, sudore e pesante lavoro politico per consegnare alla Storia una Destra solida, credibile, responsabile e finalmente libera dal giogo dell’isolamento ideologico e sociale.

Eppure, la politica è una belva senza pietà e impone di guardare subito avanti, costi quel che costi.

La reggenza di Fini, tuttavia, dopo un biennio inizia già a vacillare con un M.S.I che, privo della propria guida, sembra sbandare perdendo sé stesso, precipitando nuovamente nel gorgo congressuale, nella resa dei conti interna.

A Rimini, agli albori dell’ormai lontano 1990, si scontrano ancora una volta Fini – Segretario uscente sostenuto da Tatarella – e Rauti, appoggiato da Pisanò e Lo Porto.

Questa volta è Rauti a spuntarla al ballottaggio, riuscendo a porsi alla guida del partito del quale è uno degli storici animatori, cercando di imporre quel famigerato sfondamento a sinistra che, di fatto, non avverrà mai facendo precipitare il Movimento Sociale a percentuali di consenso inaspettatamente basse.

La linea rautiana non dura oltre un anno e nel 1991 Fini torna in sella, definitivamente.

I conti con il passato sono ufficialmente chiusi ed inizia la lunga corsa verso il traguardo indicato dallo stesso Almirante: condurre la Destra Nazionale, forgiata sotto la nuova veste di una Alleanza Nazionale, alla guida della Nazione.

All’orizzonte si profilano, quindi, una trasformazione non certo indolore e gli anni di Governo, della definitiva consacrazione, fino al crepuscolo ed alla dissoluzione irreparabile datata 2009.

Questa, come noto, è però un’altra storia.

La propria, invece, l’M.S.I l’ha scolpita nella pietra in quasi cinquant’anni di attività: pagine di Storia che, da qualunque lato si osservi l’ordine delle cose, rimangono ancor oggi imperturbabili nelle menti di chi ricorda nonostante le rovine che ormai devastano questo mondo.

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