Il giorno del Ricordo. Foibe: la storia, la ricostruzione e i negazionisti

Che dicono di noi? Non sento, parlano sottovoce

Oltre 20.000 uomini, donne e bambini hanno perso la vita nei campi di prigionia jugoslavi e all’interno delle Foibe. Tra i 250.000 e i 350.000 gli esuli costretti a scappare dalle proprie case.

Di William Grandonico

Funzionava così. Morto o ancora vivo venivi gettato all’interno delle Foibe senza motivo, l’unica colpa era quella di essere italiano. Era questo il modus operandi del Maresciallo comunista Josip Broz Tito. Il 10 febbraio, famoso come “Il giorno del Ricordo”, si conserva e rinnova la memoria delle tante vittime delle Foibe e dei tanti italiani costretti a scappare in altre regioni d’Italia per la sola colpa di essere italiani. Questa giornata, istituita con la legge 30 marzo 2004 n. 92 ha portato alla luce una storia che in tanti non conoscevano e a cui i libri di storia non hanno mai riservato grandi approfondimenti. Dopo anni di silenzi, menzogne e storie mai raccontate, da anni, la politica, la cultura e per fortuna anche la televisione, stanno portando alla luce uno degli accadimenti più vergognosi e tristi del dopoguerra. L’eccidio delle Foibe così viene definito anche dai libri di storia, è avvenuto appena dopo la fine del secondo conflitto mondiale. Decine di migliaia di uomini, donne e bambini vennero uccisi dai partigiani comunisti dell’ex Jugoslavia, nei territori carsici dell’allora Istria e Dalmazia. La loro unica colpa era quella di essere italiani. Non importava nulla all’esercito titino, bastava essere italiano per essere deportato nei boschi carsici e finire, vivo o morto, all’interno delle foibe.

Cosa sono le Foibe?

Le foibe sono delle cavità del terreno, profonde anche centinaia di metri e molto strette, caratteristiche del territorio della Venezia Giulia. La composizione di queste profonde buche è fatta perlopiù di rocce. Questi inghiottitoi carsici per troppi anni hanno nascosto centinaia di migliaia di vittime della furia titina, una vergogna che anche alcuni partiti italiani non hanno mai voluto portare alla luce. Le Foibe, una piaga per tante famiglie italiane che hanno perso i loro cari all’interno di quelle mostruose cavità. Il ricordo è importante affinché non si ripetano più queste mostruosità. Una ferita aperta che non riesce a rimarginarsi. Ogni anno una parte della nostra bella italia si mette al lavoro per non dimenticare. Troppo poco viene fatto dalle scuole e dai libri di storia e troppo poco ancora viene fatto da chi, ogni giorno, influenza il mondo dei più giovani. Perché diciamolo chiaramente, è solo una parte che vuole fortemente la verità, il ricordo e che ogni anno studia e ricerca la memoria che, invece, alcuni tendono di insabbiare. Perché ahimè, esistono, i negazionisti esistono e sono anche molto famosi. Ne cito due: Claudia Cernigoi, giornalista triestina e Alessandra Kerservan titolare della casa editrice Kappa Vu di Udine. Esemplare il discorso di pochi giorni fa del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella sul Giorno del Ricordo: ““Il Giorno del Ricordo, istituito con larghissima maggioranza dal Parlamento nel 2004 contribuisce a farci rivivere una pagina tragica della nostra storia recente, per molti anni ignorata, rimossa o addirittura negata: le terribili sofferenze che gli italiani d’Istria, Dalmazia e Venezia Giulia furono costretti a subire sotto l’occupazione dei comunisti jugoslavi. Queste terre, con i loro abitanti, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, conobbero la triste e dura sorte di passare, senza interruzioni, dalla dittatura del nazifascismo a quella del comunismo”. Le Foibe e l’esodo furono una sciagura nazionale, “fu pulizia etrnica” e “No al negazionismo” ha affermato il Presidente Mattarella nella sua dichiarazione alla vigilia del 10 febbraio.

Testimonianze.

Le testimonianze le troviamo ancora oggi, famosa tra le tantissime, è quella di Umberto Smaila, figlio di Fiumani costretti a scappare da quella che fu l’Istria italiana. Importante è anche quella di Simone Cristicchi, grande artista italiano che con il suo spettacolo Magazzino 18, è riuscito a ricostruire quello che fu l’esodo giuliano-dalmata dai territori in cui vigeva un’unica regola, quella di “far fuori tutti gli italiani”. Una vera e propria pulizia etnica. Così Simone Cristicchi conclude quella che è la canzone più conosciuta in occasione della giornata del ricordo: Quando domani in viaggio arriverai sul mio paese. Carezzami ti prego il campanile, la chiesa, la mia casetta. Fermati un momentino, soltanto un momento. Sopra le tombe del vecchio cimitero. E digli ai morti, digli, ti prego. Che no dimentighemo”

L’Italia che non accolse gli esuli.

La nostra Italia, quella che era comunque la stessa nazione dei circa 350.000 esuli nel giro di dieci anni dopo il 1943. I picchi furono raggiunti negli anni 1943-’47 periodo in cui i partigiani comunisti fecero maggiore razzia di italiani in quei territori. L’esodo da Pola, Fiume, Zara e dalla Dalmazia contarono migliaia di italiani stipati su delle grosse navi, gran parte di loro finirono nei porti di Venezia e Ancona. Anche Pescara ospitò oltre 600 connazionali. Ma ci furono alcune città che invece decisero di non accogliere e ci sono gli esempi di Firenze e di Bologna. Addirittura, nella stazione di Bologna accadde un vergognoso episodio. Gli esuli a bordo del treno diretto verso l’Italia del Nord avrebbe dovuto fare sosta nella stazione centrale per un pasto caldo offerto dalla Pontificia opera d’assistenza. Era il martedì 18 febbraio 1947, un altro giorno di freddo e di neve. Ma il sindacato dei ferrovieri annunciò che se il treno dei fascisti (come i comunisti italiani definivano gli esuli che scappavano dalle terre comuniste) si fosse fermato in stazione, sarebbe stato proclamato lo sciopero generale. Il convoglio proseguì e il latte caldo destinato ai bambini venne versato sui binari.

Il giorno del ricordo, come quello della memoria servono appunto per evitare che queste tristezze possano ripetersi e allo scopo di educare le nuove generazioni al rispetto, all’amore verso il prossimo e, cosa fondamentale, alla riflessione storica.

Per non dimenticare.

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