Prima l’Italia, dopo gli italiani

Di Manuel Berardinucci

Checché ne dicesse Indro Montanelli, il quale vedeva un radioso futuro per gli italiani e invece nessun avvenire per l’Italia, gli italiani di oggi  moriranno e l’Italia resterà. Un popolo è costituito da generazioni che si precedono e susseguono, incrociano e incontrano per lassi temporali più o meno lunghi, e poi lasciano il posto ad altre. La Nazione è invece il Contenitore etereo, la delimitata porzione di terra entro cui quelle generazioni si sono vicendevolmente lasciate il testimone. La sfida culturale oggi, che soggiace a tutte le altre, è quella tra il Tempo e lo Spazio. Da una parte chi crede che il Dominus del Mondo sia lo scorrere delle stagioni, degli anni e delle ere, spesso assumendo posizioni riconducibili ad un Millenarismo in salsa Progressista. Chi vi si ascrive ritiene sia più importante avere comunanza di intenti, valori e principi con un Contemporaneo Allogeno che con un Antenato Autoctono. “Figli del presente”, “nativi digitali” sono alcune delle espressioni utilizzate per avvicinare tra di loro generazioni di diverse Civiltà ed effettuare Cesura con il Passato più nostrano. Ma alla fine questo appiattimento sul Quì ed Ora slegato da tutto, questa Fratellanza Globale che pretende di amare ogni cosa al mondo purché sia Nuova, altro non fa che annichilire il verso senso di Comunità. La Solidarietà e l’Amore Universali sono come il Thè freddo riempito di ghiaccio: Annacquati. E volendo assumere tratti più aulici potremmo citare Giacomo Leopardi che nel suo Zibaldone scrisse: “Quando tutto il mondo fu cittadino Romano, Roma non ebbe più cittadini; e quando cittadino Romano fu lo stesso che cosmopolita, non si amò né Roma né il mondo: l’amor patrio di Roma divenuto cosmopolita, divenne indifferente, inattivo e nullo: quando Roma fu lo stesso che il mondo, non fu più patria di nessuno, e i cittadini romani, avendo per patria il mondo, non ebbero nessuna patria, e lo mostrarono col fatto”. E poi, per dirla con Marcello Veneziani, è naturale oltre che necessaria una “gerarchia degli affetti”.

Dall’altro lato vi sono invece coloro che prediligono lo Spazio. Ciò che è accaduto, il linguaggio usato, le Tradizioni e gli Usi perpetrati in un delimitato territorio, sono più importanti del Presente nel senso mondialista del termine. Non figli dell’Odierno ma dei nostri Padri, di una linea continuativa biologica e culturale della quale dobbiamo raccogliere l’Eredità. In questo paradigma si rende Bella e Necessaria la Nazione, vero di nucleo di preservazione delle Piccole Identità locali e delle grandi Continuità Collettive. La Nazione fonde le Mille Tradizioni in essa contenute senza perderle, oltre essa c’è la disgregazione perché si perdono i collanti unitari. Ed è qui che assume senso il titolo dell’articolo. La Destra Sovranista ha fatto del “Prima gli Italiani” una bandiera, intendendo questo efficace slogan come principio di Precedenza degli autoctoni sugli allogeni nell’accesso ai servizi del nostro Stato Sociale e Pretesa di maggiore attenzione ai locali piuttosto che alle “New Entry”. Richiesta sacrosanta e di buonsenso, addirittura ammorbidita e addolcita, per sfuggire alle accuse di Razzismo da parte della Sinistra (che continuano comunque ad arrivare), sostituendo la storica Preferenza Nazionale, cavallo di Battaglia dell’ormai fu La Destra di Storace, con l’Anzianità di Residenza. Ma c’è uno slogan che più di questo dovrebbe campeggiare a Destra: Prima l’Italia. Se siamo, come siamo, difensori dello Spazio e di tutto ciò che rappresenta, anche a discapito del Tempo, non possiamo non fare i conti con il fatto che gli Italiani di oggi sono un fenomeno passeggero, anelli di una lunga catena, l’Italia resta. L’Italia esisteva persino prima dello Stato Italiano, era già nella Lega Italica al tempo dei Romani, in Dante, in Boccaccio e Petrarca, in Ugo Foscolo e Leopardi, nell’arte e nella letteratura prima che nella giurisdizione e la politica. Per questo è degno di beffa chi ciancia di Patriottismo Costituzionale, come se l’Italia fosse nata nel 1948, quando invece preesiste persino al Regno Sabaudo. Ed’è per questo che la Destra dovrebbe anteporre la Nazione persino al Popolo. Quest’ultimo è costituito da diverse parti sociali, talvolta in contrasto tra loro e la risposta non può essere di certo il laissez-faire che privilegia, per forza di cose, il Più Forte e nemmeno la Preminenza di una Componente sull’altra in costante stato di odio sociale (e nell’era della Modernità lo scontro non è più soltanto nella Novecentesca diatriba  tra Proletariato e Padronato, ben altre categorie si sono andate formando), ma una sintesi in nome di un Supremo Interesse Nazionale. Se l’Italia viene prima degli italiani dobbiamo dire basta a programmi costruiti navigando a vista nel presente, per elargire contentini e fidelizzazioni elettorali a breve termine. Smetterla di inseguire demagogie pauperiste e giacobine per timore di un negativo impatto sull’opinione pubblica e lavorare invece per la costruzione di uno Stato forte e autorevole.  Abdichiamo a formule economiche volte a garantire spicciolo benessere immediato e invece ci si predisponga per l’elaborazione a lungo termine di politiche per lo sviluppo, la Natalità e la Crescita. E infine distaccarsi dalla subcultura nazionalpopolare, o almeno ridimensionare la vicinanza,  alla quale ci si è appiattiti per simulare presunta vicinanza o addirittura commistione tra classe dirigente e corpo elettorale e tentare, invece, di ricostruire una Narrazione Nazionale più elevata, fondata sulla Cristianità innanzitutto, sulla letteratura e i beni culturali, i riti popolari e le superstizioni pagane, la Storia (magari non solo quella del’900) e lo Spirito. Far prevalere la Nazione persino sugli umori, i gusti e le tendenze del Popolo, soggetto, naturalmente, allo scorrere dei tempi.

La Destra sia Spazista!

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