“I muri della vergogna”: Marcello Veneziani tra memoria e identità

di Manuel Massimiliano La Placa

La scenografia che fa da cornice è costituita proprio da mura dense di storia, di un vissuto secolare impossibile da cancellare che vede nella suggestione e nella maestosità il proprio tratto saliente: nel cuore pulsante di Portogruaro il Circolo Cavour Trentacinque ha organizzato, per la giornata dell’otto febbraio, un partecipatissimo convegno emblematicamente intitolato ”I muri della vergogna”, con ospite d’eccezione e relatore Marcello Veneziani, intento a girare l’Italia anche per promuovere ”Dispera bene”, il suo ultimo saggio ed intervenuto a fianco di Paolo Polo, moderatore e Presidente del circolo culturale organizzatore.

La data scelta non appare casuale, poiché cade a ridosso della commemorazione della tragedia delle foibe, tuttavia sarebbe riduttivo limitarsi ad una simile descrizione, perché l’evento in realtà ha costituito un’occasione per spaziare tra miriadi di argomenti, tutti rigorosamente collegati tra loro.

Veneziani, infatti, non tarda ad esordire entrando nel vivo del tema principale, toccando l’argomento più facile da correlare al concetto di muro, vale a dire quello di Berlino, a lungo testimone della cd. guerra fredda, della separazione di due mondi contrapposti: da un lato l’Occidente capitalista a trazione statunitense, dall’altro l’universo comunista sovietico, attrezzato di satelliti anche in Europa (dei quali il più forte, il P.C.I di Togliatti, in Italia) e bramoso di imporsi quale modello ideale e globale, salvo poi trovarsi a crollare inesorabilmente, sconfitto dalla Storia.

Tuttavia, per Veneziani gli strascichi di quel mondo si ripercuotono ancora oggi entro uno scenario globale che conta – di fatto – la pericolosa commistione degli alfieri della globalizzazione e della progressiva americanizzazione della società occidentale ed europea, con l’attivismo sfrenato degli ”eredi” del vecchio pensatoio comunista (quelli che oggi vengono definiti da più parti come radical chic) intenti a marciare tutti uniti sulle note del cd. politically correct e sull’unilaterale utilizzo delle parole e del linguaggio, che da valore necessario a creare collegamenti divengono – tragicamente – strumento per poter metter a tacere arbitrariamente l’avversario, non riconoscendo a quest’ultimo nemmeno il beneficio di un’arma o di una risorsa per affrontare la contesa ideologica e mediatica, che di fatto si riduce ad un silenzio forzosamente imposto.

La sublimazione di un tanto si riversa, inevitabilmente, sul massimo esempio di quello che, secondo Veneziani, costituisce un secondo tipo di muro, quello della memoria negata, avversata, derisa e ridotta al silenzio, quale quella della tragedia storica e profondamente umana delle foibe e di Norma Cossetto, ormai divenuta un simbolo delle conseguenze di tanta inumana ferocia.

Fino al 2004 infatti, ricorda Veneziani, in assenza di una commemorazione ufficiale nazionale, pochissimi italiani avevano idea di che cosa fossero le foibe, mentre oggi – dopo un tortuoso e travagliatissimo percorso – il tema è riuscito infine ad emergere con forza dirompente, disgregando un monopolio della cultura nazionale per troppo tempo rimasto nelle mani di chi auspicava di cancellare le atrocità del comunismo con un colpo di spugna, quasi si trattasse di eventi, ideologie, fatti lontani secoli, millenni ed ormai persi nella notte dei tempi, mentre invece quelle idee ancora marciano ai nostri giorni nella più grande e popolosa nazione del mondo asiatico.

La constatata impossibilità di addivenire ad una memoria condivisa e non strumentalizzata, in ogni caso, non fa desistere Veneziani dalla speranza di vedere sorgere in Italia almeno il diritto ad una coesistenza, con pari dignità, tra singole, diverse memorie storiche unite dal tragico filo della violenza, delle atrocità e della sofferenza umana.

Ed ecco che, a tal riguardo, Veneziani descrive il terzo muro della vergogna, quello del filo spinato e dei campi di concentramento nazisti, teatro della tragedia e degli orrori della Shoah, in relazione ai quali viene proiettato un video-documentario da parte degli organizzatori del convegno.

La parte finale dell’incontro viene riservata, invece, alla descrizione del muro per eccellenza, vale a dire il livellamento al ribasso della società, all’omologazione globale ed alla, lenta, inesorabile e sovrimposta, disintegrazione di ogni identità nazionale, etnica, religiosa, popolare in nome di una libertà non più collettiva, ma egoisticamente soggettiva, talmente estesa da diventare – infine – totalmente indefinita, pericolosamente illimitata ed onnipotente, travalicatrice di ogni valore, di ogni vincolo giuridico e sociale nonché votata al definitivo annichilimento della civiltà umana nel suo complesso.

Secondo Veneziani, infatti, laddove non vi è alcuna identità ed aleggia dilagando soltanto il nulla non possono esistere entità capaci di dialogare, di arricchirsi e di mantenere integro il meccanismo sul quale si sorreggono tutti gli equilibri globali, che sono necessariamente fatti di relazioni, di elementi distintivi e di tradizioni gelosamente custodite in diverse aree geografiche, etniche e sociali sin dalla notte dei tempi.

L’Autore, infine, si congeda richiamandosi al concetto di apertura: i muri dei quali avere timore non sono quelli che proteggono, che tutelano le comunità, che trasudano storia e valori e che sono stati anche portatori di civiltà – come gli acquedotti romani – ma soltanto quelli che impongono vincoli mentali, che tormentano e vogliono instillare schemi ideologici, linguistici e di etichetta, sbarre dalle quali, una volta entrati, diviene pressoché impossibile scappare ed al di fuori delle quali si può forse andare incontro all’ostracismo totale delle élite, ma al contempo si possono soprattutto intravedere i primi bagliori di una libertà autentica in un mondo in rovina.

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